SATNAM BIS, IL GIORNO DELL’INCIDENTE TUTTI I BRACCIANTI IRREGOLARI LAVORAVANO CON I TELI

Braccianti sfruttati, processo bis per Antonello Lovato e il padre Renzo Lovato accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro

È ripreso il processo bis del caso Satnam Singh che, come noto, vede alla sbarra Antonello Lovato, in carcere e Renzo Lovato, ai domiciliari, difesi dagli avvocati Mario Antinucci, Stefano Perotti e Valerio Righi. I due imputati devono rispondere dell’uso di manodopera costituita da braccianti agricoli in condizioni di irregolarità sul territorio nazionale, sottoponendoli a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno. Oggi, 20 maggio, è stato esaminato un altro testimone dell’accusa interrogato dai pubblici ministeri Luigia Spinelli e Marina Marra e contro-esaminato dalle parti civili e dal collegio difensivo composto dagli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti.

Parti civili: Comune di Latina e Cisterna assistiti rispettivamente dagli avvocati Cinzia Mentullo e Maria Belli, i sindacati Flai Cgil e Cgil Frosinone Latina, difesi dagli avvocati Andrea Ronchi e Massimo Di Celmo, oltreché a quattro vittime dei Lovato, tra cui la moglie di Satnam, Soni Soni, e i famigliari del defunto 31enne bracciante indiano, rispettivamente assistiti dagli avvocati Roberto Maiorana e Giuseppe Versaci. A costituirsi parte civile anche la Regione del Lazio, tramite gli avvocati Carlo D’Amata e Lisa Angarano.

A parlare è Singh Vikramjit, 28 anni. I giovane è arrivato in Italia ad ottobre 2023 per lavorare. “Sono venuto in Italia con i flussi stagionali, la procedura era stata avviata da un amico di mio padre direttamente dall’India”, ha detto il giovane.

Il giovane da Roma è giunto a Borgo Bainsizza, iniziando a lavorare pur non essendo in regola e senza permesso di soggiorno. Lavorava qualche giorno a settimana. Pur sapendo che non era in regola, i Lovato non hanno fatto niente per regolarizzarlo. Il 28enne ha spiegato di aver conosciuto Satnam Singh tramite un suo amico, nel giugno 2024.

Quando è stato sentito dai carabinieri di Borgo Podgora, il testimone ha spiegato che era stato Satnam ad aiutarlo a trovare lavoro. Lo aveva portato sul posto di lavoro il 6 giugno 2024 e il terribile 17 giugno, quando Satnam perse il braccio, si trovava sul posto a Borgo Santa Maria, nell’azienda Lovato, benché non sia testimone oculare.

Il giovane si occupava di raccogliere le zucchine, i fiori e ha confermato, come i testimoni ascoltati nelle udienze precedenti, di aver conosciuto Renzo Lovato che “dava le direttive sul lavoro e quello che dovevamo fare, lo faceva tutte le mattina”. Il testimone lavorò nell’azienda Lovato dal 6 giugno fino al 17 giugno, giorno della tragedia.

Gli orari di lavoro erano dalle ore 7 di mattina e non c’era un orario preciso per staccare, più o meno verso le ore 16 o le 17. Era Renzo Lovato a decidere l’orario in cui dovevano staccare, mentre la pausa era di un’ora, verso mezzogiorno, per pranzo. I braccianti mangiavano in mezzo alle campagne, portavano cibo e acqua da casa.

La paga, come già emerso, era di 5,50 euro all’ora. Dai verbali emerge che glielo avrebbe detto Satnam che la paga era quella e il testimone ha confermato in aula che fu lui a dirgli che quella era la somma. Il testimone ha anche aggiunto di aver ricevuto 200 euro da Renzo Lovato, ossia una sorta di acconto. Ogni mattina gli veniva detto da Renzo Lovato cosa doveva fare. In azienda c’erano altri colleghi che parlavano l’italiano meglio e lo aiutavano a comprendere cosa doveva fare.
Ad ogni modo, il rapporto principale con i datori di lavoro ce l’aveva Satnam, non lui o altri braccianti. Il 28enne ha confermato che sul posto di lavoro non c’erano servizi igienici e bagni e se avevano bisogno andavano nei campi. Nella zona in cui lavorava lui, quello delle zucchine, non c’erano bagni. Il capannone dove c’era il bagno era distante circa 10 minuti di bicicletta.

Chiaramente, non è mai stato visitato da un medico. Le zucchine le staccava con le mani e usava i guanti che portava da casa. Poneva i guantoni nelle cassette e poi passava un furgone a prenderle. Una volta caricate le cassette, un furgone bianco guidato da Renzo Lovato prendeva tutto e lo portava via.

Ciò che è stato confermato è che nessuno gli aveva fornito alcuno strumento per lavorare nei campi, ne aveva ricevuto istruzioni su come usare una cassetta di pronto soccorso in caso di esigenza, ma in generale non c’erano proprio nella struttura.

Il giorno dell’incidente a Satnam, il 28enne tornava in bici dal luogo di lavoro. Vide un furgone bianco andare a tutta velocità, all’interno del quale c’era Satnam ferito. Tuttavia, il testimone ha spiegato di non poter dire chi c’era all’interno e soprattutto chi guidasse. Uno dei particolari più rilevanti detto dal 28enne è che tutti i braccianti lavoravano con i teli di plastica e che in azienda ha visto anche Antonello Lovato guidare il trattore. Il giorno in cui si fece male Satnam, il 28enne stava lavorando con i teli di plastica. Come si sa, fu l’infernale macchinario avvolgiplastica che ha mozzato il braccio al 31enne per cui si celebra il processo parallelo per omicidio doloso a carico di Antonello Lovato.

L’uomo ha confermato che anche Satnam Singh si occupava dei teli, compreso il giorno dell’incidente. E quel giorno tutti i ragazzi indiani – nessuno dei quali era in regola – stavano lavorando al taglio dei teli in plastica.

Nel corso del contro-esame, è stato piuttosto sostenuto il braccio di ferro tra accusa e difesa rispetto alla circostanza per cui il testimone ha presentato denuncia-querela nei confronti di Lovato.

Il processo riprende il 24 giugno con l’escussione di un altro bracciante, collega di Satnam Singh. Il giorno prima, 23 giugno, ci sarà la requisitoria del pubblico ministero nel processo parallelo che contesta l’omicidio di Satnam ad Antonello Lovato: sicura una richiesta di condanna pesante per il latinense.

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DI COSA DI PARLA – Si tratta del secondo filone di indagine derivante da quella per la tragedia di Satnam Singh che, dopo aver perso il braccio, fu scaricato da Antonello Lovato davanti casa come un pacco, per poi morire due giorni dopo al San Camillo di Roma. Per questa vicenda, come noto, Lovato è a processo per omicidio doloso. Invece, a gennaio scorso, arrivò un’altra ordinanza di custodia cautelare in carcere per Antonello Lovato e il padre Renzo, poi alleviata solo per quest’ultimo dal Riesame in arresti domiciliari. L’accusa era quella di sfruttamento del lavoro emerso negli approfondimenti dei Carabinieri che, indagando sulla morte di Satnam, misero in luce, coordinati dal sostituto procuratore Marina Marra, un quadro ritenuto illecito.

Secondo l’accusa, facevano lavorare in nero gli immigrati, Antonello e Renzo Lovato, che nell’azienda del primo – una ditta individuale, gestita di fatto dal padre – impiegavano almeno sette braccianti in nero, tra cui la moglie di Satnam Singh, Soni Soni. È questa, in estrema sintesi, il perno centrale delle accuse che avevano portato al secondo arresto di Antonello Lovato (39 anni), da luglio 2024 in carcere e imputato nel processo per l’omicidio doloso di Satnam Singh (riprenderà il prossimo dicembre), e del padre Renzo Lovato (64 anni), già indagato nella maxi indagine per caporalato denominata “Jamuna”.

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Padre e figlio, in base all’inchiesta del pubblico ministero Marina Marra, sono ritenuti, in concorso tra loro, presunti responsabili di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravata, per avere utilizzato manodopera costituita dai braccianti agricoli in condizioni di irregolarità sul territorio nazionale, ossia privi di permesso di soggiorno, tra cui il predetto Satnam Singh, a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno. Renzo Lovato era stato prelevato in Strada del Passo, dove vive, e portato nel carcere di Via Aspromonte.

L’attività investigativa è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo Radiomobile di Latina, guidati dal tenente Massimo Ienco, in collaborazione con i militari del locale Nucleo Ispettorato del Lavoro Carabinieri e delle Stazioni di Borgo Podgora e Borgo Sabotino, a partire dal 17 giugno 2024, giorno del grave infortunio occorso a Satnam Singh, poi deceduto.

L’indagine è stata portata avanti anche mediante un’accurata analisi delle utenze telefoniche e dei social in uso ai lavoratori irregolari trovati sui campi al momento del predetto infortunio, nonché grazie al contributo dichiarativo offerto da quattro lavoratori irregolari, che su richiesta del Comando Compagnia Carabinieri di Latina, hanno ottenuto il permesso di soggiorno per “casi speciali”.

Le testimonianze, su cui si fonda l’inchiesta, hanno consentito di delineare il grave quadro indiziario nei confronti degli indagati.

La prima ad essere ascoltata dagli inquirenti in merito allo sfruttamento lavorativo è stata Soni Soni, la compagna di Satnam, parte civile nel processo per omicidio doloso. La donna aveva raccontato di come erano arrivati in Italia con Satnam, passando per Croazia, tra carta Visa e permessi provvisori.

Prima di arrivare a Latina, la coppia era arrivata nel nord Italia, tra Trieste e Milano, per poi arrivare a Cancello Arnone (Caserta) dietro il pagamento di 800 euro a un indiano. Nel casertano, Satnam lavorava in un’azienda agricola con allevamento bufale dalle ore 2,30 alle 12,30, per poi riattaccare alle 15 e finire alle ore 20. 800 euro al mese, mentre per Soni Soni i soldi ammontavano a 700 euro pur lavorando le stesse ore. È a luglio 2022 che i due decisero di spostarsi a Latina: “Lavoro meno fatico e retribuzione più alta”. Dopo un mese, entrambi iniziarono a lavorare per i Lovato.

Le mansioni erano quelle dei contadini: taglio dell’insalata in inverno e raccolta di meloni e cocomeri, più zucchine, in primavera, senza contare il taglio ortaggi e frutta. E la paga? La paga era di 5 euro e 50 centesimi l’ora, successivamente nel 2024 6 euro all’ora per 8/9 ore al giorno d’estate e a primavera, compresa la domenica fino a mezzogiorno. La paga in nero, appuntata in un quaderno tenuto da Lovato junior su un quaderno.

Le testimonianze di chi lavorava dai Lovato sono state tutte dello stesso tenore e confermavano il quadro delineato dagli inquirenti. Uno dei lavoratori indiani spiegava: “Da quando è successo l’incidente di Satnam non vado più a lavorare per paura che possa accadere anche a me. Il giorno dell’incidente ero presente a lavoro un azienda e ho sentito le urla di dolore di Singh mentre accadeva il fatto. Non ho assistito all’incidente ma mi è stato riferito da altri connazionali che lavoravano con me quel giorno”.

Tutti i lavoratori ascoltati dai Carabinieri avevano confermato l’assenza di misure di sicurezza, senza contare che nessuno di loro, dopo la morte di Satnam, aveva operato più presso l’azienda di Antonello e Renzo Lovato che veniva chiamato “Capo”. Nessuno di loro aveva documenti regolari per il permesso di soggiorno e le condizioni igieniche erano oltre i limiti sul luogo di lavoro. Uno dei testimoni aveva spiegato agli inquirenti: “Nei campi non vi erano servizi igienici e, in caso di bisogno, ci portavamo nei pressi di qualche albero, mentre all’ingresso dell’azienda trovavamo quelli come una cabina in plastica. L’acqua da bere la portavo io da casa, mentre sul posto vi era quella non da bere che usavamo per sciacquarci le mani“. E la salute: “Mai visto un medico di azienda”.

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