CLAN CIARELLI: LA LEGGE “CARTABIA” SALVA UN AFFILIATO. INIZIA IL PROCESSO SENZA PARTI CIVILI

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Il profilo Facebook Purosangue Ciarelli con cui Carmine detto Prochettone avrebbe inviato messaggi intimidatori alle vittime di usura ed estorsione

Clan Ciarelli: è iniziato il processo che contesta al sodalizio rom il 416 bis per svariati reati tra cui una decina di estorsioni

Un’udienza iniziale che non avrebbe presentato grosse novità se non fosse che uno degli imputati potrà beneficiare degli effetti della Legge Cartabia la quale ha reso alcuni reati procedibili solo a querela di parte. Significa che se non avviene la denuncia della presunta vittima, la Procura e quindi il Tribunale non può procedere a processare l’imputato. Ma andiamo con ordine.

Il processo odierno, incardinato nel collegio presieduto dal giudice del Tribunale di Latina, Gian Luca Soana, vede alla sbarra i maggiori componenti del clan Ciarelli in seguito all’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e della Squadra Mobile di Latina finalizzata lo scorso giugno.

Sei mesi fa, i destinatari della custodia cautelare in carcere (molti dei coinvolti risultavano già ristretti in carcere o agli arresti domiciliari) furono: Manuel Agresti (classe 1985), Matteo Ciaravino (classe 1989), Carmine Ciarelli detto Porchettone (classe 1966), i figli di quest’ultimo Ferdinando Ciarelli detto Macù (classe 1982) e Pasquale Ciarelli (classe (1984), Antoniogiorgio Ciarelli (classe 1980), Ferdinando Ciarelli detto Furt (classe 1963)Roberto Ciarelli (classe 1996), il figlio di Armando detto “Lallà”, Gianluca Di Silvio (classe 1996), il deceduto figlio di “Lallà”, Samuele Di Silvio (classe 1990), Costantino Di Silvio detto Patatone (classe 1982), Francesco Iannarilli (classe 1987), Rosaria Di Silvio (classe 1964), Maria Grazia Di Silvio (classe 1964) e Valentina Travali (classe 1987). Finì agli arresti domiciliari anche Ferdinando Ciarelli, 23 anni (classe 1998).

Nel processo con rito ordinario che è iniziato oggi, 11 gennaio, alla sbarra solo nove degli arrestati (quasi tutti video-collegati dai penitenziari in cui sono ristretti): si tratta di Manuel Agresti difeso dagli avvocati Fiore e Vittori; Matteo Ciaravino difeso dall’avvocato Vasaturo; Carmine Ciarelli detto Porchettone difeso dagli avvocati Carradori e D’Arienzo; Antoniogiorgio Ciarelli difeso dall’avvocato Farau; Ferdinando “Furt” Ciarelli detenuto per altra causa e scarcerato per quanto riguarda il procedimento odierno nel mese di dicembre scorso, difeso dagli avvocati Coronella e Palmiero; il 23enne Ferdinando Ciarelli, destinatario dell’obbligo di dimora, difeso dall’avvocato Nardecchia; Ferdinando Ciarelli detto “Macu” difeso dagli avvocati Carradori e Montini; Pasquale Ciarelli difeso dagli avvocati Montini e Diddi; Rosaria Di Silvio, moglie di Furt, difesa dagli avvocati De Giorgi e Palmiero.

Maria Grazia Di Silvio, Valentina Travali, Costantino Di Silvio detto Patatone, Francesco Iannarilli, Roberto Ciarelli e Gianluca Di Silvio saranno processati col rito abbreviato davanti al Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Rosalba Liso.

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L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, si è sviluppata a seguito degli approfondimenti svolti in merito alle dichiarazioni rese in diversi interrogatori da alcuni collaboratori di giustizia (Renato Pugliese, Agostino Riccardo, Maurizio Zuppardo e Andrea Pradissitto, ex affiliato al clan Ciarelli, poiché genero di Ferdinando Ciarelli detto Furt) con riguardo le attività illecite svolte da appartenenti alla famiglia Ciarelli. In particolare questi ultimi indicavano una pletora di imprenditori, commercianti ed altri cittadini quali vittime di usura ed estorsione da parte dei Ciarelli.

Le indagini condotte dalla sezione criminalità organizzata della Squadra Mobile di Latina hanno fatto emergere diversi episodi di estorsioni e violenze private. 10 gli episodi estorsivi in cui gli investigatori hanno rilevato episodi di ritorsioni alle vittime in chiave plurale, la spendita del nome dei Ciarelli quale segno di appartenenza ad un gruppo criminale per amplificare l’efficacia delle azioni intimidatorie e violente, il riferimento a problemi giudiziari nonché alle spese relative ai processi degli appartenenti al gruppo per coartare la volontà delle vittime e l’affermazione del potere di riscossione del pizzo in quanto derivante dal controllo del territorio.

Le vicende denunciate, inoltre, hanno evidenziato in termini di gravità indiziaria come lo stato detentivo non abbia indebolito la capacità intimidatoria della famiglia Ciarelli, la quale avrebbe continuato fino alla scorso anno, a formulare richieste estorsive nei confronti, di imprenditori, commercianti, semplici cittadini, alcuni dei quali persone offese nel processo Caronte, utilizzando il social Network Facebook, attraverso l’account “Puro Sangue Ciarelli”, per raggiungere le persone che si trovano sul territorio pontino.

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Oggi, il Tribunale ha dichiarato aperto il dibattimento per le richieste da parte del Pubblico Ministero Luigia Spinelli, che ha coordinato le indagini della DDA, rispetto all’audizione dei testimoni e al deposito di intercettazioni utili al processo, oltreché alle sentenze Caronte, Alba Pontina e altri provvedimenti. Il Pm Spinelli ha chiesto che siano acquisiti anche i messaggi Facebook e immagini social che sono parte integrante delle condotte estorsive degli imputati, in particolare di Carmine Ciarelli, il numero uno del clan. Il Collegio, nonostante alcune eccezioni sulle intercettazioni presentate dall’avvocato difensore, Francesco Vasaturo, ha ammesso tutte le prove richieste e le intercettazioni telefoniche.

Tuttavia, gli effetti della legge “Cartabia”, come accennato, si sono fatti sentire per il più giovane degli imputati, il 23enne Ferdinando Ciarelli, a ottobre scorso condannato a sei mesi di reclusione perché nel corso dell’esecuzione dell’ordinanza “Purosangue” fu trovato con alcuni grammi di droga.

Il giovane Ciarelli, però, deve rispondere anche di violenza privata e danneggiamento poiché si sarebbe recato, a giugno 2020, a Terracina, presso lo stabilimento “Rive di Traiano”, minacciando un addetto alla vigilanza e intimando di farlo rimanere all’interno del locale, la cui sicurezza lo aveva allontanato: “Tu non sai chi sono io…vado a prendere il fucile e gli sparo…mi devi chiedere scusa in ginocchio perché se non lo fai ti sparo con il fucile…la tua famiglia piangerà un morto“. I fatti non furono denunciati dalle vittime, evidentemente assoggettate dalla fama criminale del nome Ciarelli; così come non furono denunciate le circostanze per cui Ferdinando Ciarelli, dopo aver picchiato un uomo presente nello stabilimento, avrebbe preso a calci una fioriera danneggiandola.

Ebbene, per entrambi i reati – violenza privata e danneggiamento – la Procura/DDA richiede l’aggravante mafiosa che, però, non serve a salvare dal processo le contestazioni. Infatti, l’avvocato difensore di Ciarelli, Marco Nardecchia, ha chiesto il non luogo a procedere in quanto la legge “Cartabia”, uscita fuori dal precedente Governo dei Migliori guidato da Mario Draghi, ha previsto la non procedibilità d’ufficio per tali reati. Nessuna denuncia, nessun processo.

Sarà la Squadra Mobile di Latina, che ha svolto le indagini, a dover verificare entro 5 giorni, così come disposto dal Tribunale di Latina, se le due persone offese intendano proporre querela. Una ipotesi improbabile considerato che sono passati sei mesi dagli arresti e che nelle fasi d’indagine non è stata sporta alcuna denuncia.

Inizia così, all’insegna di una legge che “salva” un uomo che si avvale del nome di un clan per incutere paura, un processo che peraltro non ha visto nessuna parte offesa né ente, come il Comune di Latina, costituirsi parte civile. Prossimo appuntamento, con l’audizione di 10 testimoni dell’accusa, fissato per il 28 marzo.

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