Quattro fermi per coloro che, un anno fa, erano pronti a fare altre intimidazioni ad Aprilia. Gi sgherri di Forniti preparati a colpire i pusher del Toscanini
Non se ne stava buono e calmo in Marocco, Patrizio Forniti, prima di essere arrestato e rinchiuso nel carcere in nord Africa dove ancora si trova. Il boss apriliano progettava di colpire la fazione di pusher che si era presa la piazza di spaccio dopo che, a luglio 2024, è stato fortemente colpito con l’operazione “Assedio”. Dopodiché, ad Aprilia, è iniziata una lunga scia di attentati, intimidazioni, colpi di pistola, bombe per lo più inesplose e anche il quasi omicidio di un Carabinieri fuori servizio, vittima di uno scambio di persone.
Ecco perché scende in campo Forniti, fornendo istruzioni dal Marocco. L’obiettivo è la fazione avversaria i cui capi sono individuati nei pregiudicati Osvaldo Cuni, albanese detto Osvaldino; Giorgio Olzai e Niko Fugante, tutti e tre ras della zona popolare del Toscanini. In una intercettazione del passato (quando Forniti fu arrestato per l’estorsione mafiosa commessa insieme a Sergio Gangemi a Torvajanica contro due imprenditori), Forniti è molto chiaro su Cuni: “Può essere pure che prende qualche martellata…c’ha le ore contate…che impicci vuoi…se me lo portano a casa…almeno mi sfogo”.
Una faida tra gruppi criminali rivali per il controllo delle piazze di spaccio di Aprilia e del litorale pontino: scattano quattro fermi. È il quadro ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma che ha portato al fermo di quattro persone ritenute vicine a un’organizzazione mafiosa storicamente attiva nella zona. Si tratta di Mario Formica (classe 1991), di Ardea, pregiudicato e residente in Spagna; Giuseppe Consales (classe 1989), di Aprilia, detto “Puzzone”; Luca Consales, alias Tony (classe 1992), di Aprilia; Abdelhaq Avvadi (classe 1990), marocchino, domiciliato ad Anzio. Sono stati i pubblici ministeri della Direzione Distrettuale di Roma, Margherita Pinto, Alessia Natale, Francesco Cascini e Alessandro Picchi a disporre il fermo di indiziato di delitto per i quattro uomini.
Il provvedimento è stato eseguito dalla Direzione investigativa antimafia con il supporto dei carabinieri del Reparto territoriale di Aprilia e del comando provinciale di Roma. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di detenzione e porto di armi da guerra, esplosivi, armi clandestine e ricettazione, con l’aggravante del metodo mafioso.
Secondo le indagini, il gruppo stava preparando una violenta azione di ritorsione contro una consorteria rivale. Un piano che prevedeva anche l’utilizzo di armi da guerra con ottiche di precisione per colpire a distanza.
L’agguato sarebbe stato evitato grazie al blitz scattato il 16 maggio dello scorso anno in un’abitazione di Aprilia utilizzata come deposito logistico. All’interno i carabinieri trovarono un arsenale impressionante: mitragliatrici, kalashnikov, fucili di precisione, bombe a mano, silenziatori, migliaia di munizioni, giubbotti antiproiettile e uniformi contraffatte con le scritte “Polizia” e “Carabinieri”. Nell’appartamento c’erano anche droga e banconote false.
Risale infatti al 16 maggio 2025 l’intervento dei militari che, su indicazione del Centro operativo Dia di Roma e in concerto con la Direzione Distrettuale Antimafia della Capitale, avevano perquisito un’abitazione ad Aprilia, utilizzata come deposito logistico, rinvenendo e sequestrando un imponente e letale arsenale composto da: una mitragliatrice da guerra “M.G.”, un fucile mitragliatore “Kalashnikov”, cinque fucili mitragliatori, una pistola mitragliatrice, sei carabine, due fucili “FAL”, un fucile a pompa, un fucile di precisione, 22 tra pistole e revolver, tre bombe a mano, otto silenziatori e sette dispositivi tra mirini laser e ottiche di precisione. All’interno dell’abitazione erano stati rinvenuti anche circa 2.800 munizioni di vario calibro, tre giubbotti antiproiettile, uniformi contraffatte complete di fondine con scritte “polizia” e “carabinieri”, banconote false e materiale stupefacente (300 grammi di hashish).
Durante il blitz era stato arrestato in flagranza di reato di un 46enne di origini spagnole, Alexander Senas Patin, posto a guardia dell’immobile. A seguito dell’ingente sequestro alcuni indagati erano quindi rientrati in Spagna, dove uno di loro era poi stato arrestato dalla polizia spagnola per la detenzione di oltre 100 chili di hashish.
Il fermo è scattato anche per il rischio di fuga di uno dei quattro, Marco Formica che, secondo gli investigatori, stava cercando documenti falsi per lasciare definitivamente l’Europa. Formica, infatti, viene individuato a Malaga, poi in Italia, a Fiumicino: secondo gli inquirenti, l’uomo è intenzionato ad andare in mete lontane quali Argentina, Thailandia e Emirati Arabi. Sia per Formica che per altri, secondo la magistratura, vige il pericolo di fuga.
Secondo quanto accertato nel corso dell’attività investigativa, gli indagati più pericolosi dell’organizzazione rientravano dalla Spagna – dove avevano istituito una loro base operativa – stabilendosi in un comune poco distante da Aprilia per organizzare la ritorsione. In particolare, le indagini hanno consentito di ricostruire un piano dettagliato per compiere “un’eclatante azione di fuoco”, che prevedeva anche l’utilizzo di armi da guerra dotate di ottiche di precisione per colpire i rivali a distanza; agguato che è stato impedito grazie all’intervento dei carabinieri di Aprilia.
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Sarebbe stato Patrizio Forniti, quando era latitante in Marocco, a coordinare il gruppo. È lui, infatti, il cosiddetto “Capo dei Capi” di Aprilia, boss arrestato nell’ambito dell’indagine “Assedio”, che ha portato al commissariamento per mafia il Comune del nord pontino, a svolgere il ruolo del cosiddetto mandante. Indagati, ovviamente, anche lo spagnolo Patin, custode delle armi e Eduard Di Salvo (per lui gli inquirenti procedono separatamente.
Forniti, secondo la DDA, è il proprietario dell’arsenale e forniva istruzioni e direttive a Formica, coordinando a distanza il gruppo arrestato oggi, 22 maggio. Lo stesso Formica, Di Salvo e i Consalves gestivano il trasporto, la custodia e l’occultamento delle armi, seguendo sempre le direttive di Forniti. Le armi dovevano servire per scatenare una guerra e far sentire la forza del clan nella piazza di spaccio di Aprilia, rimasta scoperta dopo gli arresti. L’obiettivo era di annientare la batteria antagonista. Le armi erano detenute in via Genio Civile ad Aprilia: nella sacca con siglia “Hosting” c’era tutto l’arsenale con mitragliatrici, carabine, pistole e caricatori, fucili, silenziatori, Kalashnikov, rivoltelle a tamburo, cartucce e giubbotti anti-proiettile. Le armi da guerra erano state anche in molti casi rubate a persone identificate dalla DDA; in un caso una pistola semiautomatica erano contenuta in un pochette da bagno.
Forniti e i suoi sgherri sono accusati anche di aver acquistato e ricevuto questo quantitativo incredibile di armi, esplosivi, munizioni; armi che per lo più erano clandestine. Il boss apriliano, d’altra parte, quando si trovava libero e latitante in Marocco, insieme alla moglie Monica Montenero, è stato trovato in possesso di ingenti quantitativi di droga. Segnale che le sue attività criminali sono sempre andate avanti, anche nel corso della sua latitanza. Al momento, la rogatoria per l’estradizione è ancora inevasa: il Marocco vuole tenersi Forniti e processarlo per i reati di corruzione e falsificazione di documenti per cui è stato arrestato lì.
Secondo la DDA, Forniti riveste un ruolo di spessore, avendo rapporti con Sergio Gangemi, a sua volta legato alle potenti cosche di ‘ndrangheta Araniti, De Stefano e Martino, oltreché agli uomini della cosca Gallace come Agazio Gallace, Salvatore Siani e Giacomo Madaffari. Ad attirare le attenzioni degli inquirenti sono anche i rapporti di Gangemi, legato a Forniti con la famiglia di Enrico Nicoletti, il defunto cassiere della Banda della Magliana. Un gruppo, quello di Forniti, che, tramite imprenditori quali Marco Antonini e Ivan Casentini, si era introdotto negli appalti del Comune di Aprilia e aveva portato a sé l’ex sindaco Lafranco Prinicipi, al momento alla sbarra per nel processo principale di “Assedio”.
Che vi fosse una guerra tra il clan Forniti e il gruppo di Olzai, Cuni e Fugante gli inquirenti lo dimostrano tramite alcune intercettazioni. In una di esse, Eduard Di Salvo spiega alla compagna nel 2025: “Hanno sparato alla piazza nostra, ora è guerra. Niko ha detto che mi deve sparare…Giorgio e Niko che hanno detto Eddy è il prossimo che gambizzano, hanno detto che sono un codardo, io ritorno”. Inoltre, Fugante, arrestato ad aprile 2025 con le ami in casa e protagonista di una misteriosa sparizione (probabilmente dovuta alla paura di subire ritorsioni) e Olzai avrebbero promesso tritolo contro Forniti e Maurizio Salvo, recentemente arrestato in Spagna in una imponente operazione anti-droga.
Alle minacce subite, Di Salvo vuole rispondere e lo esplicita alla compagna: “Gli sparo in faccia. Voglio parlare con Niko. Ha detto che non contano più nulla e loro prenderanno tutti i soldi di amico nostro compresa piazza e clienti e che appena mi hanno sotto tiro mi sparano e se ho le palle come dico di tornare…io a questi infami gli voglio pisciare nel cranio”. Altro obiettivo di ritorsione per Di Salvo e Cuni, al momento detenuto. Proprio dal carcere Cuni avrebbe fatto arrivare minacce a Di Salvo: un elemento di stupore in quanto in passato c’era stato un patto di pace tra Forniti (chiamato dai suoi sottoposto lo “zio”) e gli albanesi di Aprilia.
La Direzione Investigativa Antimafia comprende che in vista della guerra tra le due fazioni, uno dei luogotenenti di Forniti, Marco Formica, sta tornando dalla Spagna insieme a Di Salvo e Patin. I tre arrivano ad Ardea e si sistemano presso un B&B. A loro si unisce anche Luca Consales detto Tony e il fratello Giuseppe Consales detto “Puzzone”, oltreché al marocchino Abdelhaq Abbadi. Il gruppo si reca a Roman nel quartiere Giardinetti per il recupero della armi e diventare così un vero e proprio commando pronto a fare la guerra.
È Formica a parlare con l’allora latitante Forniti: “Stasera ti faccio vedere, Zi’. Anche quello ha il cannocchiale, gliel’ho montato io. Lo sai i giornali come sfiammano. Siamo pronti a candela, carichi a molla. Ci facciamo due risate. Gli spruzzi di merda e sangue sai dove arrivano. Da palazzina a palazzina sai come arrivano quei bulloni caldi”. E ancora: “Li dobbiamo castigare, in tre quattro giorni dobbiamo operare “Bum, bum, bum”, rapido proprio”.
Altre intercettazioni captano le conversazione tra il gruppo. A parlare i Consales e Formica che parlano di come preparare gli attentati. L’obiettivo è di aver risalto mediatico: “Fai una cosa del genere esce sul TG5…esce dappertutto, SKY, TG24…Urla fortissimo Allah Akbar”.
Giuseppe Consales, Luca Consales e Formica commentano anche la detenzioni di altri personaggi del clan Forniti, a loro affini. “Quando usciranno – spiega Giuseppe Consales in riferimento a Nabil Salami e alla compagna Yesenia Forniti, figlia del boss – se ne andranno fuori”. E Formica: “Allora non conosci Dinosauro”. Luca Consales rincara riferendosi a Nabil Salami: “Lui li ammazza tutti”. Secondo il gruppo, Nabil Salami avrebbe la capacità, se fosse libero, di andare a bussare a casa di Giorgio Olzai per sparargli.
Ad ogni modo, Formica richiama Forniti per renderlo edotto del fatto che hanno recuperato le armi a Roma e che le proveranno per essere più sicuri. Il commando vuole compiere un attentato quella stessa sera che ha preso le armi: un’azione di fuoco spettacolare con fucili dotati di ottica di precisione con cui colpire un palazzo e la batteria avversa.
Il 15 maggio, poi, un’altra circostanza inquietante. Formica, i due Consales e Patin si trovano nell’auto che è andata a prendere le armi a Roma. Formica parla in vivavoce con Nabil Salami, detto Dinosauro. Salami però è detenuto per l’inchiesta “Assedio” e si trova già a processo. È Formica a chiedere a Salami di fare una visura su una Lancia Y che aveva notato a Roma in zona Giardinetti e che pensava potesse appartenere alle forze dell’ordine. Una conversazione in cui lo stesso Formica racconta a Salami di essere andato a Barcellona, dopodiché, ad un certo punto, l’auto su cui viaggiano si ferma e il gruppo rinviene la microspia occultata nel veicolo. Ecco perché il gruppo desiste dal fare l’azione di fuoco e le armi vengono portate nell’appartamento di Via Genio Civile che, a maggio 2025, viene scovato dai Carabinieri, che stanno seguendo il commando, con il conseguente arresto di Patin.
Dopo l’arresto di Patin, Formica scappa in Spagna mentre gli altri riprendo la loro vita normalmente. L’auto del commando viene ripulita e abbandonata nel parcheggio dell’outlet di Castel Romano. Tutti i coinvolti, tra cui la fidanzata di Di Salvo, sono preoccupati di possibili arresti. Lo si evince nelle intercettazioni captate dagli investigatori.
