VIGNETTE SESSISTE, BOLDRINI SI OPPONE ALL’ARCHIVIAZIONE DELL’ULTIMO “HATER”

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Laura Boldrini

Frasi e vignette offensive contro Laura Boldrini: l’ultima costola del procedimento davanti al Gup di Latina

È l’ultimo rivolo del procedimento penale che aveva coinvolto più persone, imputate per aver diffamato, nel 2018, l’ex Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini (legislatura (2013-2018). Si tratta di un indagata per cui la Procura di Latina ha chiesto l’archiviazione, ma a cui la stessa esponente politica ha proceduto con una opposizione. Tale opposizione all’archiviazione si è discussa oggi, 2 febbraio, davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, che si è riservata sulla vicenda.

Una vicenda complicata. A maggio 2025, tre imputati la scampano perché l’ex Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini (legislatura (2013-2018) non è stata precisa nella sua querela per diffamazione, indicando genericamente frasi offensive nei suoi confronti. Improperi, anche di carattere sessista, che furono individuati dalla Polizia Postale di Latina, il che non è sufficiente secondo i giudici della Corte d’Appello di Roma i quali, chiamati a valutare il ricorso contro la condanna in primo grado dei tre imputati, hanno stabilito il non doversi procedere per difetto di querela.

Ad ogni modo, l’ex terza carica dello Stato, nella sua querela, aveva indicato perfettamente la vignetta sessista a suo carico, ragion per cui l’uomo che l’aveva postata sui social, condannato in primo grado, non può salvarsi con il difetto di denuncia non circoscritta, ma se le cava comunque con l’intervenuta prescrizione. I giudici dell’Appello hanno però tenuto in essere le statuizioni civili, ecco perché l’uomo dovrà risarcire Boldrini così come stabilito, in primo grado, dal Tribunale di Latina.

Il caso delle diffamazioni/offese contro Boldrini erano arrivate a un punto quando, a febbraio 2024, il giudice monocratico del Tribunale di Latina, Simona Sergio, aveva condannato quattro degli imputati nel processo per diffamazione aggravata nei suoi confronti.

L’allora terza carica dello Stato diede mandato ai suoi avvocati di andare avanti nel procedimento a carico delle persone che l’avevano insultata sui social, tanto che l’esponente politica si era costituita come parte civile nel processo, assistita dall’avvocato Flick. L’indagine era stata portata avanti dalla Polizia Postale, coordinata dal sostituto procuratore di Latina, Giuseppe Miliano, che aveva contestato la diffamazione a un corpo politico dello Stato.

In primo grado, il Pubblico Ministero, al termine della sue breve requisitoria, aveva proposto per gli allora sette imputati la pena pecuniaria di 900 euro, a dispetto del collegio difensivo, composto dagli avvocati Perotti, Vitelli, Codastefano, Faticoni, Righi, Gullì e Giordano, che avevano chiesto l’assoluzione.

Al termine della camera di consiglio, il giudice Sergio aveva condannato per diffamazione quattro degli imputati alla multa di 600 euro, con pena sospesa e non menzione. Disposto dal giudice anche un risarcimento di 10mila euro complessivi per tutti e quattro i condannati. Assolti, invece, tre degli imputati per non aver commesso il fatto, tra cui Alessandro GambadoroMassimo Scialanga e Donatella Vichi. La posizione di due degli originari imputati era stata stralciata.

Ad indagare sul caso, la Polizia Postale poiché fu proprio sul web, in particolare su alcuni social, che Laura Boldrini fu offesa con improperi gravemente offensive, compreso il fotomontaggio di un bambino che urinava, in abiti fascisti, sulla sua immagine. E poi frasi sui social che si riferivano all’intitolazione del Parco a Falcone e Borsellino di Latina, tra cui questa: “‘Sti bastardi l’hanno pulita solo perché viene una zo…..a non se so preoccupati de pulilla per facce gioca’ i nostri figli“.

Nell’udienza del febbraio 2023, era stato ascoltato anche il testimone Damiano Coletta, ex sindaco di Latina, ed eccellente poiché presente con Boldrini quel 19 luglio 2017 quando i cosiddetti Giardinetti di Latina furono intitolati alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e andò in scena l’antipasto di ciò che poi si verificò sui social.

La polemica, come noto, nacque perché i cosiddetti Giardinetti sarebbero stati intitolati alla memoria di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. In realtà, quell’intitolazione, come aveva ribadito in Tribunale Coletta, non era più in essere sin dal dopoguerra. L’ex sindaco pontino aveva spiegato che i “giardinetti” (così come tutti i latinensi hanno da sempre chiamato il parco) erano denominati in atti come “parco comunale”. Coletta e la sua Giunta decisero di intitolarli, così come è tuttora, alla memora dei due magistrati antimafia. Ad ogni modo, Coletta aveva ricordato che all’epoca “fu alimentato un clima di odio, divisione politica e strumentalizzazione“.

Tuttavia, Coletta aveva rammentato che si trattava di una cerimonia istituzionale: oltreché a lui e Boldrini, infatti, erano presenti l’allora Presidente della Provincia Eleonora Della Penna, il Prefetto di Latina e il presidente della commissione antimafia del comune di Milano. “C’era solo uno sparito gruppo di contestatori, circoscritto dagli agenti di Polizia, che al mio intervento e a quello della Boldrini prese a insultarci e fischiarci. Contestazioni che furono sopravanzate dagli applausi della gente”, spiegò l’ex primo cittadino.

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Oggi l’ultima tranche di una vicenda che, al di là dell’aspetto penale, ha dato una immagine gretta del capoluogo di provincia. A ottobre scorso, Boldrini pubblicamente ha spiegato: “Dopo un lungo iter giudiziario, l’uomo di Latina che nel 2017 aveva pubblicato l’immagine di un bambino con la divisa fascista dei balilla mentre urinava su una foto che ritraeva il mio volto, è stato definitivamente condannato a risarcirmi e a pagare le spese legali. Quell’orrendo fotomontaggio fu pubblicato su Facebook in occasione dell’invito che l’allora sindaco Coletta mi fece per partecipare alla cerimonia in cui il parco di Latina, già intitolato ad Arnaldo Mussolini, sarebbe stato dedicato ai giudici Falcone e Borsellino.

La notizia scatenò la violenza di militanti neofascisti locali e non solo, sia sui social sia in presenza, con tanto di tentativi di interrompere l’evento, urla con slogan fascisti, braccia tese. Nel clima turbolento che precedette quell’inaugurazione, fioccarono anche commenti diffamatori, sessisti e violenti sui social, compreso quello che riportava l’immagine per cui l’autore è stato condannato, ormai, in via definitiva.

Ancora una volta la giustizia ci ricorda che non dobbiamo farci intimidire da chi ricorre ai discorsi d’odio e che dobbiamo sempre denunciare perché comportamenti come questo non possono passare sotto silenzio”.

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