INCENDIO LOAS, L’EX DIRIGENTE INCHIODA IL SITO APRILIANO: “NEL FANGO ALLUMINIO E IDROCARBURI”

Maxi-rogo alla Loas di Aprilia: prosegue il processo che vede sul banco degli imputati i vertici dell’azienda di Via della Cooperazione

Una nuova udienza davanti al giudice monocratico del Tribunale di Latina, Elena Sofia Ciccone, per il processo a carico di Antonio Martino e Liberato Ciervo in qualità di soci della Loas Italia srl e dell’allora legale rappresentante Alberto Barnabei. Ai tre imputati, tutti difesi dall’avvocato Fabrizio D’Amico, la Procura di Latina contesta sei capi d’accusa: incendio colposo e vari reati ambientali in ordine alla gestione dei rifiuti e allo smaltimento delle acque reflue. Parti civili la Provincia di Latina e il Comune di Latina, rappresentati dagli avvocati Marco Torelli e Alessandra Muccitelli.

A rappresentare l’accusa il Pubblico Ministero Antonio Priamo, che ha ereditato il fascicolo dall’ex pm, in servizio a Latina, Antonio D’Angeli. Oggi, 4 maggio, sono stati esaminati due tecnici dell’Arpa Lazio sezione Latina che hanno svolto alcuni sopralluoghi e accertamenti nel 2015, oltreché a un maresciallo dei Carabinieri, all’epoca in servizio al Reparto Territoriale di Aprilia, il quale ha realizzato alcune fotografie sui luoghi dell’incendio avvenuto ad agosto 2020.

La testimonianza più importante è stata quella di Dino Chiarucci, Dirigente dell’Arpa Lazio (Unità Bonifiche) fino al 2016. Chiarucci ha spiegato che furono realizzati diversi accertamenti nel 2015 presso lo stabilimento della Loas, autorizzata allo smaltimento dei rifiuti. A emergere “una non corretta gestione dei rifiuti”, in quanto “non veniva mantenuta la separazione dei rifiuti”. Chiaucci è netto: “C’era una commistione dei rifiuti e una modalità non corretta e non connessa con l’autorizzazione”.

L’Arpa Lazio effettuò un campionamento dei rifiuti prodotti, tanto che questi risultarono essere pericolosi, mentre la società li gestiva come rifiuti non pericolosi: 600 chili di fango derivati dal sistema di depurazione con quantità elevatissima di alluminio e idrocarburi. “Un fango – ha scandito l’ex dirigente Arpa Lazio – che mal si adattava al codice Cer”. Criticità c’erano anche sul versante del registro di carico e scarico rifiuti, in quanto non sarebbe stato aggiornato.

Tutte violazione che portarono Chiarucci a firmare, in qualità di direttore di sezione dell’Arpa, una notizia di reato per quegli accertamenti effettuati nel 2015, ossia cinque anni prima che vi fu il disastro dell’incendio presso la Loas. “Non so se poi l’azienda abbia ottemperato, perché andai via dall’Arpa poco tempo dopo”.

A confermare quanto spiegato da Chiarucci, anche l’ingegnere dell’Arpa Lazio che lavorò con il dirigente a quegli accertamenti.

Il processo – che è stato rinviato al prossimo 13 luglio quando verranno ascoltati gli ultimi quattro testimoni dell’accusa, tra cui il consulente della Procura – scaturisce dall’indagine, portata avanti dal Procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dal sostituto procuratore Andrea D’Angeli, che fece emergere una quantità dei rifiuti in surplus presenti all’interno dell’area della Loas in Via della Cooperazione al momento del devastante incendio che ha praticamente carbonizzato due dei tre capannoni dell’azienda. Una tesi che gli imputati avevano respinto già in udienza preliminare, avvalendosi anche dei pareri favorevoli degli Enti preposti a controllare (tra i quali, soprattutto, la Provincia di Latina, il Comune di Aprilia e la Regione Lazio) arrivati anche poco prima che il 9 agosto 2020 scoppiasse uno degli incendi più impattanti degli ultimi anni nella provincia di Latina e non solo.

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Al momento, pesa come un macigno sugli imputati ciò che venne scritto nel 2021 dalla Commissione Ecomafie del Parlamento italiano. Le indagini condotte unitamente all’ausilio dei Carabinieri del Norm di Aprilia, dei Carabinieri Forestali del NIPAAF di Latina e dei Carabinieri NOE di Roma – si leggeva nella relazione approvata il 4 agosto 2021, a un anno dal disastro – hanno consentito di appurare: a) la natura dolosa dell’incendio che si è sviluppato all’interno dell’area, su cui insiste l’impianto di smaltimento e recupero rifiuti speciali non pericolosi gestito dalla LOAS Italia S.r.l.: incendio per cui è stato iscritto autonomo procedimento penale (il n. 2211/21 R.G. notizie di reato mod. 44) nell’ambito del quale è stata formulata richiesta di archiviazione perché le indagini anche di natura tecnica non hanno consentito, allo stato, di individuare l’autore (o gli autori) del gesto criminale; b) una compromissione o comunque un deterioramento significativo e misurabile dell’aria consistito nella accertata presenza di diossine, furani e idrocarburi policiclici aromatici (IPA) in valori superiori a quelli medi individuati dall’OMS (diossine e furani) e a quelli annuali previsti dal d.lgs. n. 155/2010 (gli IPA), anche nelle zone limitrofe all’area interessata dall’incendio appiccato dolosamente da persone rimaste ignote (come riportato nei rapporti di ARPA Lazio – Servizio Qualità dell’aria e monitoraggio degli agenti fisici; c) alcune criticità nella comunicazione e nel raccordo tra enti/autorità competenti in ordine al monitoraggio e/o controllo delle autorizzazioni, delle prescrizioni via via impartite e delle reali condizioni del sito con particolare riferimento allo stoccaggio e alla gestione dei rifiuti, anche al fine dell’adozione dei provvedimenti di sospensione o revoca delle autorizzazioni concesse”.

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