L’ASTA SALTATA E LA SOCIETÀ DEL MEF INTIMIDITA A SABAUDIA: LE INGERENZE DI SALVATORE DI MAIO

/
sabaudia centro
Sabaudia

Turbativa d’asta e intestazione fittizia di beni a Sabaudia: disposti gli arresti domiciliari per il 75enne Salvatore Di Maio. Il noto imprenditore ed ex carabiniere, già noto alle cronache giudiziarie, che, secondo la Procura (che aveva chiesto il carcere), minaccia l’acquirente di un immobile e la società del Mef, Invimit, fino a cambiare la serratura di ingresso

Torna prepotentemente nella cronaca di Sabaudia, un personaggio noto, ex carabiniere, imprenditore e destinatario anni fa di una confisca di beni milionaria. Si tratta del 75enne Salvatore Di Mario, già colpito da una misura di prevenzione personale e patrimoniale, che, oggi 5 maggio, è stato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, disposta dal Gip del Tribunale di Latina Giuseppe Cario e eseguita dalla Squadra Mobile diretta dal Dirigente Giuseppe Pontecorvo, su richiesta del Procuratore Aggiunto Carlo Lasperanza e del Sostituto Claudio De Lazzaro.

Leggi anche:
TURBATIVA E INTESTAZIONE DI BENI A SABAUDIA: IN ARRESTO SALVATORE DI MAIO. SEQUESTRATI 7 IMMOBILI

Di Maio è accusato di turbata libertà degli incanti e intestazione fittizia di beni. Come detto, un personaggio non nuovo nelle lande di Sabaudia. Degli oltre 50 beni confiscati nella disponibilità del patrimonio comunale di Sabaudia, molti sono, per l’appunto, un tempo appartenuti all’imprenditore nato a Castello di Cisterna, in provincia di Caserta.

Ad aprile 2020, l’allora Giunta Gervasi inizia a organizzare la nuova utilizzazione dei beni confiscati. Dei 14 terreni disponibili, 10 si trovano a Colle Piuccio e viene disposta la nuova destinazione a fini istituzionali. Terreni che, come noto, un tempo sono appartenuti al campano trapianto a Sabaudia Salvatore Di Maio. L’ex carabiniere è stato, quindi, un personaggio conosciuto e rispettato nella Città delle Dune per anni: una figlia consigliera comunale (Rosa Di Maio), un altro figlio, Francesco, la cui tabaccheria fu colpita da interdittiva antimafia, e un patrimonio, compresi immobili citati nella delibera della Giunta Gervasi del 22 aprile 2020, valutato intorno ai 30 milioni di euro (26 immobili, 3 locali e magazzini, 34 terreni, 7 negozi, 19 scuderie, 7 veicoli e numerose quote societarie). Patrimonio che finì prima sequestrato in seguito all’operazione “Underwood”, poi definitivamente confiscato quando, in parallelo, Di Maio ha subito un processo per collusioni con il clan avellinese dei Cava. Caduta l’aggravante di agevolazione della camorra, Di Maio fu assolto per il reato di riciclaggio, ma fu condannato in primo grado a 4 anni per estorsione, indultati con lo sconto di pena di 3 anni.

Oggi, gli uomini della Squadra Mobile hanno posto i sigilli su ulteriori sette immobili e su una società: beni che, intestati alla moglie Maria Teresa Fogli (indagata anche lei nel medesimo procedimento, insieme a un altro presunto prestanome, Emanuele Foggia) e donati a lei da Di Maio stesso, in realtà, secondo gli investigatori, erano ad appannaggio dell’imprenditore di Sabaudia che dimostra di essere ancora attivo nel campo immobiliare e di avere una cospicua disponibilità di denaro (nonostante sequestri e inchieste). Si tratta, per l’appunto, di sette immobili, di cui sei sulla Litoranea e uno su Corso Vittorio Emanuele III, e della società “Fortuna Immobiliare srl”. Passaggi di beni che, secondo le ipotesi degli inquirenti, sono stati compiuti proprio per evitare guai con la legge.

Le indagini nascono dalla denuncia presentata da una donna di Sabaudia alla Questura di Latina, nel mese di luglio 2020 (l’indagine della Procura si è conclusa esattamente un anno dopo, a luglio 2021), nella quale è stato rappresentato un episodio di turbativa d’asta relativa a un immobile sito a Sabaudia, oggetto di aggiudicazione provvisoria in favore della donna da parte della società INVIMIT, incaricata della dismissione del patrimonio immobiliare di enti pubblici, fra cui quello oggetto dell’indagine di proprietà della Regione Lazio.

Leggi anche:
6 IMMOBILI A SABAUDIA ENTRANO NEL PIANO DI DISMISSIONE: SI PARTE DA 850MILA EURO

Le indagini hanno consentito di accertare come in effetti Di Maio avesse occupato abusivamente un immobile, nonostante il rilascio immediato ordinato con una sentenza del Tribunale di Latina nel 2014.

È emerso, inoltre, che Di Maio avrebbe provato a ottenere somme di denaro dalla società INVIMIT e dalla aggiudicataria provvisoria una “somma” per liberare l’immobile, in realtà non più in suo possesso. E nelle pieghe dell’indagine risulta anche fu lo stesso dipendente della Invimit Sgr Spa – la quale, per inciso, è una società di gestione del risparmio del Ministero dell’Economia e delle Finanze -, a cercare di dissuadere l’aggiudicataria dell’asta dalla chiusura del rogito e quindi dall’acquisizione dell’immobile ubicato in Piazza del Mercato al civico 10, già occupato abusivamente dal 2001 da Di Maio stesso e, poi, dal figlio fino al 2014.

L’imprenditore, in merito all’immobile, ebbe un contenzioso con la Regione Lazio risolta da una sentenza Il Tribunale civile di Latina che gli ha dato torto. Ecco perché Di Maio è stato condannato al rilascio dell’immobile e al pagamento di quasi 27mila euro; per il figlio Francesco, occupante dal 2001 al 2014, la sentenza comminò una pena pecunaria da oltre 112mila euro.

C’è proprio un episodio preciso che dimostra come Di Maio fosse interessato al bene. L’aggiudicataria dell’asta – una negoziante di Sabaudia, Chiara Magoni – che poi denunciò in Questura, trovandosi insieme a un’altra persona, tecnico di una società incaricata da Invimit, per un sopralluogo a Piazza del Mercato, si vide pararsi di fronte Di Maio stesso il quale con veemenza protestò per l’ingresso della donna dentro l’immobile. Per Di Maio quel bene era suo e non già oggetto di rilascio sin dal 2014. Di Maio, quel giorno, avrebbe detto che non vi era alcuno sfratto da parte della Regione Lazio (titolare dell’immobile con il fondo “I3 – Regione Lazio, prima dell’asta) a suo carico. Non solo, Di Maio – che per la Procura ha tra le caratteristiche “un profilo delinquenziale”, già sorvegliato speciale – talmente convinto che quell’appartamento fosse suo, cambiò persino la serratura. Il suo scopo era quello di far saltare l’asta, evitando nuovi rialzi e quindi l’aggiudicazione provvisoria alla donna di Sabaudia avvenuta il 25 settembre 2019, per una cifra di 124.300 euro corrisposta definitivamente a maggio 2020.

Le minacce di Di Maio sarebbero andate a segno non tanto nei confronti della denunciate (che comunque quel giorno in cui vide l’imprenditore preferì andare via), quanto nei confronti di più dipendenti e funzionari della Invimit, ossia una società di Stato con il fine precipuo di ridurre il debito pubblico, che contattarono la donna facendo presente che l’operazione sarebbe stata annullata. Ovviamente alla donna sarebbero stati restituiti i soldi già versati per l’acquisizione. Un nuovo stato delle cose a cui la donna si ribellò pretendendo dalla Invimit, tramite il suo legale, un nuovo appuntamento per un ulteriore rogito dal momento che quello che si sarebbe dovuto compiere a giugno saltò. Al che, fissata la data del nuovo rogito a luglio 2020, la donna fu contattata dal suo legale che le disse che anche al nuovo appuntamento la Invimit non si sarebbe presentata: in cambio la società di Stato avrebbe offerto a titolo di risarcimento per l’operazione andata a vuoto la cifra di 20mila euro. Secondo la Procura, fu proprio l’intervento minaccioso di Di Maio a provocare il blocco della procedura, avendo intimidito il dipendente della Invimit.

Leggi anche:
I BENI CONFISCATI AL CRIMINE DI SABAUDIA: I TERRENI APPARTENUTI A DI MAIO A FINI ISTITUZIONALI

Le intercettazioni disposte dalla Procura ed eseguite dagli investigatori della Squadra Mobile “hanno dato ampio riscontro – evidenzia in una nota la Questura – alla denuncia della persona offesa, consentendo di accertare altresì come Di Maio, alla luce delle condizioni di pericolosità rivestite e della pregressa misura di prevenzione subita, avesse attribuito fittiziamente in capo ad un prestanome, odierno indagato, e successivamente alla moglie, la titolarità della partecipazione in una società immobiliare, proprietaria di beni immobili e terreni gestiti dall’uomo e allo stesso riconducibili tramite tale schermo”.

E proprio nelle intercettazioni ci sarebbe il riscontro alle ingerenze di Di Mario sull’asta dell’immobile. Non solo, c’è anche la certezza della paura tra i dipendenti della Invimit, in particolare il responsabile dell’ufficio legale e l’addetto all’area vendite che danno prova di conoscere il peso sul territorio da parte di Salvatore Di Maio. “Questo tizio è pericoloso” dice, intercettato dagli investigatori e in riferimento a Di Maio, il responsabile dell’area vendite alla collega. I due, chiaramente, parlano della circostanza per cui l’acquisizione dell’immobile è saltata a discapito della legittima aggiudicataria.

D’altra parte, Di Maio, secondo gli inquirenti, aveva occupato nuovamente l’immobile finito all’asta solo allo scopo di chiedere denaro ad acquirente e alla Invimit in cambio del rilascio. La somma che avrebbe chiesto all’acquirente sarebbe di 3mila euro, così come la stessa ha riferito agli investigatori come una voce riportatale. Soldi richiesti da Di Maio che troverebbero riscontro in altre intercettazioni nelle quali l’ex carabiniere dialoga con il suo avvocato, estraneo alle indagini.

Alla Invimit, invece, Di Maio, che secondo la Procura faceva “leva sui suoi trascorsi criminali”, avrebbe chiesto, per liberare l’immobile pieno di oggetti di sua proprietà nonostante la sentenza del Tribunale civile di Latina, una cifra vicina ai 1500 euro oppure un magazzino, non tralasciando di acquisire informazioni per un altro bene controllato dalla società del Mef. Circostanze che si evincono tra i professionisti incaricati dalla Invimit e i dipendenti stessi i quali, consci della presenza di Di Maio, temono contestazioni da parte della Corte dei Conti non avendo assolto in tutto al loro compito di dismissione dell’immobile di Piazza del Mercato: “Vabbè – dice uno dei professionisti e funzionari Invimit intercettato – questo è proprio un delinquente”.

Alla fine di una vicenda non proprio edificante, la Invimit non ne esce bene in quanto, pur risultando una sentenza del Tribunale civile di Latina che ordinava Di Maio di lasciare l’immobile (sentenza mai impugnata), ha riconosciuto il possesso del bene all’imprenditore che, peraltro, avrebbe minacciato, cambiato la serratura all’immobile e lasciato intendere di volere dei soldi per liberare l’appartamento, occupato abusivamente per anni. Sfrattato ma, di fatto, il vero proprietario dell’immobile: riconosciuto illegittimamente, per il timore di ripercussioni, anche dagli organi preposti a controllare.

La Invimit si decide a denunciare l’occupazione abusiva di Di Maio solo a settembre 2020 dopo che erano già intervenuti, e non denunciati, gli episodi di sopruso (compreso il cambio di serratura dell’immobile). La società, quindi, tramite la sua funzionaria dell’ufficio legale, non conclude il rogito e si affida solo alle dichiarazioni dell’avvocato di Di Maio (che sosteneva di essere ancora il proprietario, nonostante la causa persa) senza verificarle.

Una situazione al limite verso la quale solo Di Maio dimostra avere il polso della situazione tanto è che quando si vede condannare alla somma di oltre 223mila euro per l’illegittima occupazione dell’immobile aggiudicato all’asta dalla donna di Sabaudia, l’imprenditore, a luglio 2020, cede alla coniuge uno dei sette immobili oggetto del sequestro odierno, quello in Corso Vittorio Emanuele III, per un importo di 20mila euro.

Articolo precedente

COMUNE DI FONDI PRESENTE AL MACFRUT

Articolo successivo

NON SI ARRENDE ALLA FINE DELLA RELAZIONE E LA PERSEGUITA: AMMONITO STALKER DI LATINA

Ultime da Focus