PROCESSO “CHIOSHI”, 6 ANNI E 8 MESI A ZIROLI: SEQUESTRÒ E SEVIZIÒ UN GIOVANE AI PALAZZONI DI LATINA

Chioschi mafiosi sul lungomare di Latina: uno degli imputati è stato giudicato con il rito abbreviato davanti al giudice di Roma

Ha scelto di essere processato con il rito abbreviato il 32enne di Latina, Christian Ziroli, difeso dall’avvocato Natalino Sabatini. Il giovane è stato uno degli arrestati in carcere nell’operazione che, a gennaio 2024, porto all’esecuzione dell’ordinanza nota come quella delle intimidazioni sui gestori dei chioschi del lungomare di Latina.

Il processo principale col rito ordinario sta proseguendo dinanzi al primo collegio del Tribunale di Latina, composto dalla terna di giudici Sinigallia-Brenda-Naldi, che ha all’oggetto principale le minacce per il predominio dei chioschi sul lungomare di Latina e, in subordine, alcuni episodi di estorsioni e spaccio di droga consumatisi a Latina. Il processo deriva dall’indagine della Squadra Mobile di Latina coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia. Dieci gli imputati: Alessandro, Fabio e Maurizio Zof, Giovanni Ciaravino, Davide Facca, Corrado Giuliani, Franco Di Stefano, Alessio Attanasio, Pasquale Scalise e Ahmed Jeguirim.

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Proprio nella scorsa udienza datata 12 maggio, sono stati ascoltati due testimoni, vittime di estorsioni da parte dei due imputati che con i chioschi non hanno nulla a che vedere: per l’appunto Ahmed Jeguirim detto “Orso” (33 anni) e Christian Ziroli (32 anni). I due devono rispondere in concorso di tentata estorsione, sequestro di persona e spaccio di droga.

Per quanto riguarda Ziroli, nell’ambito del rito abbreviato, che si è svolto dinanzi al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Maddalena Cipriani, il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Francesco Gualtieri, ha chiesto la pena di 8 anni di reclusione. Al termine della camera di consiglio, Ziroli ha rimediato una pena a 6 anni e 8 mesi.

Lo scorso 12 maggio nel processo ordinario, era stata escussa la vittima della violentissima tentata estorsione praticata da Jeguirim e Ziroli, più altri giovani minorenni (le cui posizioni sono state stralciate). Il giovane, infatti, aveva risposto con dovizia di particolari alle domande del pubblico ministero Gualtieri.

La vicenda si svolge nel giugno del 2021 quando il ragazzo fu prelevato a forza dalla chiesa di San Luca nel quartiere Q5 e portato su un terrazzo dei Palazzoni di Viale Nervi dove era stato sequestrato e picchiato sangue.

Il giovane, che all’epoca dei fatti viveva a Latina, aveva spiegato: “Il problema di Latina è che quando assumi droga ci sono due o tre posti e li becchi per forza: sono sempre le stesse facce”. In particolare nel giorno della violenza, il giovane aveva raccontato senza reticenze cosa fosse successo: “Mi prelevarono con forza. Non mi facevano muovere e mi colpivano in faccia”. Le sevizie durarono diverse ore: “Non riuscivo a parlare e tremavo. Mi stavano minacciando con un machete. Ziroli mi minacciava, se non ci fosse stato Ahmed mi avrebbe colpito: fu lui a dirgli di fermarsi. In denuncia cìè scritto coltello, ma era un machete che, dopo un po’, hanno riposto in un sottotetto”.

Solo per un caso fortuito la violenza si fermò: “Sfruttai un attimo e corsi via. Ho fatto atletica e nessuno è riuscito a raggiungermi, ma ho visto che tanti ragazzi si sono mossi per venirmi a prendere anche chi non era presente sul terrazzo. Lì ai Palazzoni si conoscono tutti e dopo avermi visto correre, hanno cercato di prendermi”.

Secondo l’accusa, il giovane fu sequestrato e seviziato da Jeguirim e Ziroli per costringerlo ad accendere un finanziamento da circa 20mila euro che avrebbe poi dovuto rigirare a loro oppure consegnare le chiavi dell’abitazione famigliare in modo da consentire la consumazione di un furto senza forzare la porta d’ingresso. Alla vittima avrebbero promesso 5mila euro.

Il giovane aveva raccontato che il modus operandi di questo gruppo capeggiato da Jegruirim e Ziroli era quello di manipolare i ragazzi e farli spacciare: “Lo chiesero anche a me. Peraltro io ho precedenti per spaccio, a 18 anni sono stato arrestato”.

La vittima aveva ammesso: “Ho avuto paura di frequentare i Palazzoni e di stare a Latina. Avevo paura di essere ucciso. Sono stato costretto ad andare via, ora vivo a Roma”. Alla fine di questa aggressione: “Ho avuto molti dolori e ho ancora una cicatrice vicino all’occhio destro. La maggior parte delle percosse mi sono state fatte da Ziroli”. La vittima non aveva sporto denuncia: “Fu la Polizia a chiamarmi, io non denunciai anche per paura. Mi mostrarono le foto e mi fecero riconoscere le persone”. Alla fine, era emerso che Jeguirim e Ziroli misero una specie di taglia sulla vittima: “Dicevano in giro di cercarmi”.

IL PROCESSO E LE INDAGINI – A giugno 2024 furono in tutto dodici gli avvisi di conclusione indagine per il procedimento penale che il 30 gennaio 2024 si è concretizzato in otto misure cautelari nei confronti di altrettante persone per i reati di turbata libertà degli incanti ed estorsione aggravati dal metodo mafioso, diversi episodi di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, nonché per trasferimento fraudolento di valori.

Al centro dell’indagine sui chioschi, portata a termine dalla Squadra Mobile di Latina, il primo chiosco sul lungomare di Latina, lato Rio Martino, denominato ex Topo Beach; indagando gli investigatori hanno fatto emergere anche alcuni episodi di spaccio ed estorsione slegati dagli interessi della famiglia Zof sul litorale del capoluogo.

Ad essere raggiunti dall’avviso di garanzia anche gli unici a finire in carcere (per gli altri misure di domiciliari) lo scorso 30 gennaio: il 34enne Ahmed Jegurim e il 32enne Christian Ziroli che, però, non hanno nulla a che vedere con le trame che si sono svolte dietro l’assegnazione del primo chiosco sul lungomare di Latina: vale a dire il noto “Topo Beach” che, nel 2016, con l’avvento dell’amministrazione Coletta, fu rimesso a gara, dopo decenni. Per i due trentenni accuse di spaccio ed estorsione nell’ambito del mercato della droga.

Ai tre Zof sono contestati reati aggravati dal metodo mafioso, in ragione del legame che soprattutto Alessandro Zof, secondo la DDA, ha con il clan Travali/Di Silvio. Zof, come noto, è stato assolto nel processo Reset insieme a tutti gli altri imputati del clan Travali/Di Silvio accusati di aver messo in piedi un’associazione mafiosa dedita al narcotraffico.

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