HOTEL GROTTA DI TIBERIO, REALE: “UN SANTUARIO DI ILLEGALITÀ”

Hotel Grotta di Tiberio
Hotel Grotta di Tiberio

L’hotel Grotta di Tiberio dovrà essere abbattuto o acquisito al patrimonio comunale. A commentare la sentenza l’ex consigliere comunale Nicola Reale

Con un lungo post sui social, che viene pubblicato integralmente, l’ex consigliere comunale di Sperlonga, Nicola Reale, tra i maggiori avversari politici del sindaco Armando Cusani negli anni, interviene dopo la sentenza del Consiglio di Stato.

“La notizia della sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha definitivamente accertato che l’Hotel Grotta di Tiberio deve essere abbattuto oppure acquisito al patrimonio comunale perché totalmente abusivo, ha avuto spazio anche sulla stampa nazionale. Il clamore della vicenda non deriva di certo dai nomi dei proprietari dell’Hotel, i quali, al di fuori del Comune di Sperlonga e della provincia di Latina, risultano essere perfetti sconosciuti; deriva, invece, dall’assurdità di aver potuto costruire una megastruttura ricettiva in zona di tutela integrale, dove cioè ad un normale cittadino non sarebbe stato concesso nemmeno il permesso per installare un riparo per quattro galline. La vicenda è apparsa addirittura clamorosa di fronte alla circostanza che ci siano voluti ben 20 anni per giungere alla sentenza definitiva, nonostante le illegalità perpetrate fossero di palmare evidenza, tanto da essere subito individuate anche da chi, come il sottoscritto, possedeva labili e generiche cognizioni di legislazione urbanistica.

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Era il 14 ottobre del 2004 quando, nella mia veste di consigliere di opposizione, presentai in consiglio comunale una interrogazione, diretta al sindaco, per conoscere se, nella realizzazione dell’Hotel Grotta di Tiberio, di sua proprietà, i progetti approvati ed autorizzati con concessione edilizia o con permesso di costruire rispettassero le norme urbanistiche comunali e regionali, con particolare riferimento alla superficie coperta, alla volumetria, alle sagome d’ingombro, agli allineamenti ed ai distacchi dai confini e dalle strade. Chiedevo, inoltre, di conoscere se, in fase di realizzazione, le costruzioni rispettavano i progetti approvati o se si rilevavano difformità.

All’epoca il sindaco-proprietario si vantava di avere “le spalle larghe” e, con la consueta arroganza e strafottenza, rispondeva (con nota del 9.3.04 prot. n. 3038) di non essere a conoscenza di alcuna irregolarità e invitava il sottoscritto, qualora in possesso di differenti notizie, a comunicarle direttamente alla Polizia Giudiziaria.

Fu così che, in umile ossequio al suggerimento del sindaco, in data 13 giugno 2005, indirizzavo un esposto al Procuratore della Repubblica di Latina chiedendo di verificare se nei molteplici profili di illegalità da me segnalati potessero sussistere eventuali atti od omissioni di rilevanza penale ed, eventualmente, di perseguire i responsabili.

I magheggi e i colpi di scena che per un ventennio hanno sistematicamente ostacolato lo svolgimento dei processi, la ricerca della verità e poi – una volta accertata la lottizzazione abusiva – hanno ostacolato l’esecuzione delle varie sentenze di abbattimento dell’Hotel, è storia a tutti nota. Così come non vi è chi non sappia che la multiforme “resilienza” del sindaco-proprietario nella strenua difesa della sua “creatura edilizia” lo abbia perfino condotto alla triste esperienza del carcere, all’uscita dal quale veniva accolto dagli applausi dei suoi “affecionados” e poi, dopo un lungo periodo di arresti domiciliari, veniva reinserito bellamente nelle sue funzioni di sindaco.

Ciò che resta di questa storia non è soltanto il grave guasto urbanistico e ambientale compiuto a danno del territorio e della collettività. C’è di più e di altrettanto grave. C’è l’aver instillato, per lunghi 20 anni, nella gran parte dei cittadini, la convinzione che la legge viene rispettata solo dai fessi; che l’abusivismo è espressione di capacità, di furbizia e di potere; che l’illegalità è una strada che ciascuno, a seconda delle proprie possibilità, può cercare di percorrere; che la legge non è mai uguale per tutti. E infine siamo anche di fronte ad una delle più diffuse e dannose patologie della politica italiana: quella politica che si nutre di interessi privati, dell’ attaccamento al potere, del controllo capillare del territorio e dei singoli cittadini. Siamo cioè di fronte allo squallore di quando la politica viene utilizzata come strumento di sopravvivenza del potere personale. La bulimia di potere politico genera, inevitabilmente, la menomazione delle procedure democratiche, dei dei diritti e dell’uguagliuanza dei cittadini. E’ quello che è accaduto anche a Sperlonga, dove per oltre 20 anni un Ras, totalmente assorbiti dal disbrigo delle proprie pratiche private, ha finito per paralizzare l’amministrazione della cosa pubblica, ha desertificato le relazioni umane, ha distorto i criteri di svilupp del territorio, fino ad approdare all’attuale situazione di pre-dissesto finanziario, come ha già certificato la Corte dei Conti.

Questa sentenza del Consiglio di Stato potrebbe significare, soprattutto, l’abbattimento di quel “Santuario di illegalità” che è stato innalzato a Sperlonga tra l’acquiescenza di molti e l’indifferenza di tanti, e al quale tutti, ma proprio tutti, da oltre 20 anni sono costretti a versare il loro obolo di sottomissione alla Divinità”.

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