SANDOKAN SI PENTE: COSA DIRÀ SU ANTONIO BARDELLINO E BORGO MONTELLO?

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Francesco Schiavone detto Sandokan
Francesco Schiavone detto Sandokan

Francesco Schiavone detto “Sandokan”, pezzo da novanta della camorra e del crimine italiano, si è pentito

Nessuno se lo sarebbe aspettato. Francesco Schiavone, conosciuto da tutti come “Sandokan”, dopo 26 anni di patrie galere al carcere duro del 41 bis, ha scelto di collaborare con lo Stato. Lui che, da capo del clan dei Casalesi, ha ordinato decine di omicidi e sparso sangue tra la provincia casertana e oltre. Custode di segreti, alcuni forse inconfessabili, Sandokan si pente quando alla Procura di Napoli, da qualche mese, è arrivato il magistrato che, al momento, si è più speso per la guerra al crimine organizzato: Nicola Gratteri.

Ora, Sandokan avrà 180 giorni di tempo per rilevare quanto deve agli organi inquirenti, dopodiché inizierà un lavoro difficile e necessario su quanto raccontato dal boss a capo dei Casalesi fino all’arresto avvenuto nel 1998. Secondo quanto si apprende dall’Ansa, la decisione di Schiavone sarebbe maturata nelle ultime settimane, durante le quali la Dna e la Dda di Napoli hanno svolto un lavoro con la massima discrezione. Anche due suoi figli, Nicola e Walter, hanno avviato alcuni anni fa lo stesso percorso ora intrapreso dal padre.

Per quanto riguarda il clan dei Casalesi, rimangono trincerati dietro i loro silenzi gli altri due capi storici dei Casalesi: Francesco Bidognetti, noto come “Cicciotto e Mezzanotte”, in carcere dal 1993, e Michele Zagaria detto “Capastorta”, catturato il 7 dicembre 2011 dopo 16 anni di latitanza. Tra i boss dei Casalesi che hanno deciso di collaborare c’è anche Antonio Iovine, “o ninno”, arrestato nel 2010 dopo 15 anni di latitanza.

Schiavone fu arrestato nel 1998 e condannato all’ergastolo nel maxi processo Spartacus e per diversi omicidi. Ad ogni modo, la collaborazione di Francesco Schiavone potrebbe far luce su alcuni misteri irrisolti, anche per quanto riguarda la terra pontina. Ad esempio, sugli investimenti e sui sempre contestati interramenti di rifiuti dei Casalesi nella discarica di Borgo Montello, ricostruiti da una imponente relazione della commissione ecomafie del Parlamento italiano pubblicata a dicembre del 2017. Senza contare che suo cugino Carmine Schiavone, in vita, da pentito, ha parlato diffusamente degli interessi dei Casalesi a Borgo Montello. Parole che, però, non sono valse inchieste antimafia sulla quarta discarica di Italia.

E, sopratutto, Sandokan potrà chiarire la sua versione dei fatti su Antonio Bardellino, il fondatore dei clan dei Casalesi, spodestato dal “trono” proprio da lui stesso.

Secondo i giudici di Spartacus I, il boss di San Cipriano d’Aversa, Antonio Bardellino, fu ucciso nel maggio del 1988 in Brasile da Mario Iovine, recatosi in Sudamerica per vendicare la morte del fratello Domenico. Sempre secondo la versione finora riconosciuta ufficialmente, sarebbe stato Sandokan a riferire a Mario Iovine che il mandante dell’omicidio del fratello fosse stato Bardellino. Tuttavia, le perquisizioni e le indagini incrociate di DDA di Roma e Napoli sui Bardellino note sin dalla scorsa estate hanno fatto emergere sprazzi di un’altra verità parallela, nella quale “zio” Antonio non è morto nel 1988, ma si è addirittura costruito un bunker a Formia e ha vissuto la sua vita per tanti anni a seguire.

E se la morte di Bardellino fosse stata un marchingegno, verrebbe da pensare che è stato il pegno da pagare per non morire, in cambio del comando del clan da lasciare a Francesco Schiavone. Solo suggestioni, anche perché l’altro pentito dei Casalesi, Antonio Iovine, si è detto già sicuro della morte di Bardellino.

Ciò che potrà dire Sandokan è probabilmente impensabile, anche sul lato de rapporti con colletti bianchi e politica. Il centro delle sue dichiarazioni sarà la camorra casertana, ma è certo che non potrà non parlare dei rapporti nella terra pontina, vicina sia per geografia che per interessi e affari.

È altrettanto assicurato che i Casalesi ebbero contrasti con i clan della città di Latina, tanto che uno dei loro referenti in terra pontina, Ettore Mendico, finì denunciato dal capostipite del clan Ciarelli alla fine degli anni Novanta. Dopo il business dei rifiuti a Montello, i Casalesi volevano mettere le mani sull’oro criminale della città di Latina: droga ed estorsioni. Gli andò male, ma andò male anche ai cittadini perbene.

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