BRACCIO SQUARCIATO DALLA INSACCATTRICE: CONDANNATA INTERPORT A RISARCIRE MEZZO MILIONE DI EURO AD UN OPERAIO

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Rimane schiacciato con il braccio nel macchinario alla Interport di Gaeta: condannata l’azienda al pagamento di oltre mezzo milione di euro

Ore 21,15 del 10 settembre del 2013, un orario e una data che l’operaio, all’epoca dei fatti 34enne, non scorderà mai. Dopo il periodo di prova presso la sede gaetana dell’Interport, il 34enne, con contratto a tempo determinato, si trova a lavorare con la macchina insaccatrice, modello Concetti, per preparare i sacchi contenenti pellet. È a causa di quel macchinario che il giovane rimane incastrato con l’avambraccio sinistro nella macchina, successivamente lacerato. È l’episodio che gli determina quella fetta di vita.

Un dolore devastante tanto che, nel 2018, l’operaio, nel frattempo scaricato dall’azienda Interport (a giugno 2014 non gli fu rinnovato il contratto), decide di fare causa presso il Tribunale civile di Cassino, assistito dall’avvocato Erika Poccia. La causa è stata chiaramente intentata contro l’Interport srl, difesa dall’avvocato Francesco Castellano e alla Itas assicurazioni, difesa dagli avvocati Di Benedetto e Roma, chiamata in casa dalla medesima Interport stessa nel caso in cui avesse perso la causa.

Un calvario, quell’infortunio, per l’operaio che subisce un primo intervento chirurgico con una diagnosi di ferita lacero contusa con scuoiamento dell’avambraccio sinistro e lesioni muscoli estensori della mano“. E poi la lunga trafila per la sua salute e soprattutto per il suo braccio che è rimasto menomato: visite mediche, sedute riabilitative e l’Inail che certifica la sua parziale disabilità al braccio.

Al fondo della sua causa, inoltre, un altro punto non trascurabile: quel macchinario “era utilizzabile in assenza dell’attivazione del meccanismo di protezione interno, che veniva appositamente “bypassato” dalla società resistente, prima dei turni di lavoro, al fine di ottenere dal macchinario in questione una maggiore produttività”. Più produttività e meno sicurezza, in poche parole, con l’aggravante che nessun responsabile della società fosse presente al momento dell’infortunio. Un aspetto che si ripete ciclicamente nelle cause di lavoro estenuanti che popolano i tribunali d’Italia.

Per l’operaio e per un altro collega, che nell’istruttoria ha testimoniato, l’azienda non li aveva dotati dei dispositivi di protezione individuale, né li aveva formati adeguatamente a utilizzare un macchinario in potenziale e, purtroppo, in atto, molto pericoloso. Senza contare che era stata omessa la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Una tesi quella della mancanza di sicurezza e formazione respinta al mittente dalla Interport, in difesa contro l’operaio che ha chiesto il risarcimento per il danno biologico e per le spese mediche effettuate: in tutto quasi 646mila euro.

A inchiodare alle proprie responsabilità l’azienda, ci sono una consulenza tecnica di parte e le testimonianze di tre lavoratori (in particolare uno di loro, non più alle dipendenze della Interport) da cui risulta che “il sinistro sia avvenuto nell’immediatezza di una inaspettata interruzione di energia elettrica, per effetto della quale l’impianto (nda: la macchina insacattrice) si è immediatamente arrestato, per poi ripartire inavvertitamente – al ripristino dell’alimentazione energetica – poiché sprovvisto di sistemi di sicurezza“.

Di particolare rilievo una testimonianza di uno dei colleghi del lavoratore infortunato: “Rientrato nel deposito ho visto le luci che si erano riaccese…Ho poi sentito delle urla…sono andato a vedere cosa era successo. L’ho trovato con il braccio tutto squarciato. Quando io sono arrivato la macchina era ferma. Ho sentito le urla quasi subito dopo che è tornata la corrente, non è passato molto tempo. L’azienda aveva un responsabile cui fare riferimento che era negli uffici e che però poteva rimanere solo fino alle 19,00- 20,00. Nelle ore successive eravamo solo noi tre“.

Una evenienza tremenda quella del temporale che si scatenò quel giorno e che fece andare via la correte. Poi, dal momento che la macchina operava senza i dispositivi di sicurezza attivati, quest’ultima è ripartita di botto “squarciando” il braccio dell’operaio.

I colleghi ascoltati nel corso del processo hanno spiegato al giudice di Cassino, Annalisa Gultieri, che “se fossero stati attivi i dispositivi di sicurezza la macchina non si sarebbe riavviata improvvisamente a seguito del blackout, come anche concordemente dichiarando che l’azienda li faceva lavorare sulla macchina con i dispositivi di sicurezza disattivati“. Infatti, in caso di dispositivo di sicurezza inserito, “si aprono gli sportelli della macchina e questa si ferma”. Ma i dispositivi non erano attivi e, da quanto emerso, ciò era una precisa volontà dell’azienda.

Eppure, quel giorno di settembre, dopo il grave infortunio all’operaio, uno dei colleghi diventati testimoni continuò a lavorare sulla insacattrice pericolosa come se nulla fosse accaduto. Senza contare che non vi fu per l’operaio nessun corso di formazione perché “sulla sicurezza non è stato fatto nessun corso“. Un macchinario che, in seguito, viene spostato dalla sede della Interport a Gaeta.

Fatto sta che dopo l’infortunio, l’operaio non si vede rinnovare il contratto che scadeva a giugno 2014 e subisce danni permanenti al braccio “caratterizzati da grave deficit funzionale dell’arto superiore sinistro con multiple cicatrici costituenti pregiudizio fisiognomico”. Il che comporta una disabilità al 28% e una ridotta capacità di lavorare, elemento compreso nel complessivo danno biologico, oltreché a diversi fastidi come tendinopatia e cervicobrachicalgia.

Lapidario il giudicio del consulente tecnico: “il quadro invalidante disfunzionale accertato nel 2015 nelle consulenze è sostanzialmente sovrapponibile a quello accettato dopo 7 anni“.

È il giudice di Cassino, nel quantificare il danno (una lesione permanente al braccio del 30%), all’interno della sentenza di ieri, 15 febbraio, che scrive: “che è assolutamente fisiologico che una menomazione così grave comporti una compromissione, sia sull’ambito lavorativo che, per quello sui profili relazionali, sportivo e ludico“.

Ecco perché, nel calcolare il risarcimento, tenuto conto di tutte le voci (dal danno biologico, alle spese mediche, alla perdita di capacità lavorativa ecc.), il giudice del Tribunale di Cassino ha stabilito un maxi risarcimento a carico della Interport per 521.568 euro, più interessi e accessori di legge per l’ammontare di circa 24.500 euro. E lo stesso giudice rileva che sul caso “si ravvisano nella fattispecie in esame gli estremi del reato di lesioni colpose gravi, aggravate dalla violazione delle norme in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro“. Sebbene di processi penali non ve ne sono in corso.

A pagare, al netto di ricorsi non così probabili, non sarà la Interport ma l’assicurazione verso cui l’azienda che si occupa di logistica e merci ha esercitato manleva.

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