DON’T TOUCH 2, IL CARABINIERE NEGA LE SOFFIATE: “CON DISPREZZO MI CHIAMAVANO ARMAVIVA”

Salvatore e Angelo Travali
Salvatore e Angelo Travali

Processo “Don’t Touch 2”: dichiarati prescritti diversi reati, oggi è stato ascoltato uno degli imputati

Potato di diversi reati per intervenuta prescrizione a luglio, il processo – nato da una costola della maxi operazione “Don’t Touch” che, nell’ottobre 2015, smantellò il gruppo facente capo ai noti criminali di Latina, Costantino “Cha Cha” Di Silvio e i fratelli Angelo e Salvatore Travali – prosegue a tentoni dinanzi al rinnovato secondo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici Zani-Trapuzzano Molinaro-Naso.

Oggi, 28 aprile, è stato esaminato su richiesta dell’avvocato difensore Fabrizio D’Amico, il carabiniere, all’epoca in servizio presso il Reparto Territoriale di Aprilia, Giuseppe Almaviva, accusato insieme al collega Fabio Di Lorenzo, di aver soffiato alcune notizie coperte dal segreto di indagine al sodale del clan Travali, Francesco Falco, noto pregiudicato e attivo all’epoca nel mondo dello spaccio della droga.

Il militare ha respinto ogni accusa, negando di aver mai ricevuto soldi, né promessi di denaro da parte di Falco, in cambio di soffiate. Almaviva non ha nascosto critiche nei confronti del collega co-imputato, pur sostenendo che neanche lui ha mai preso soldi da Falco. Sarebbe stato lui stesso, invece, a dare soldi al medesimo collega: “Mi chiedeva ogni tanto 20 o 30 euro”.

Almaviva, ad ogni modo, ha spiegato di aver svolto, nel passato, un’attività nei confronti di Falco a cui sequestro qualche grammo di cocaina. Attività che sarebbe sfociata nell’operazione anti-droga denominata “Turn over”. Per rafforzare la sua estraneità, il carabiniere ha detto in aula: “I delinquenti mi chiamavano Armaviva, con senso dispregiativo”.

Il processo è stato rinviato al prossimo 26 giugno quando, su richiesta della difesa e in accordo con il Tribunale, si farà chiarezza su altre posizioni probabilmente prescritte. L’accusa, nell’udienza odierna, era rappresentata dal pubblico ministero Martina Taglione. Nella scorsa udienza, ad essere esaminato era stato uno dei poliziotti, all’epoca dei fatti in servizio alla Squadra Mobile, che aveva collaborato attivamente alle indagini.

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Lo scorso luglio 2025, era stato il pubblico ministero Martina Taglione a leggere in aula i capi d’imputazione falcidiati dalla tagliola della prescrizione. Si era estinto, ad esempio, il reato di minacce di cui dovevano rispondere Costantino “Cha Cha” Di Silvio contro un cittadino di Latina, Matteo Palombo, reo di aver commentato in maniera negativa su Facebook la sua frequentazione con l’allora onorevole di Fratelli d’Italia, Pasquale Maietta. Prescritte anche le minacce che il pluripregiudicato Gianluca Tuma rivolse al giornalista e capo servizio de “Il Messaggero” edizione di Latina, Vittorio Buongiorno.

E ancora erano stati dichiarati prescritti anche altri capi d’imputazione di cui avrebbero dovuto rispondere Angelo e Salvatore Travali, Vincenzo Guerra (ritenuto il prestanome delle società di Tuma), Anna Maria Giannasi, Vincenzo Scala, Angelo Morelli, Benvenuto Toselli, i carabinieri Giuseppe Almaviva e Fabio Di Lorenzo (accusati di aver soffiato alcune notizie di indagine al gruppo criminale), Angelo Morelli, Benvenuto Toselli e l’allora capo della tifoseria del Latina Calcio Giancarlo Alessandrini. Prescritto anche il reato di detenzione di arma per Riccardo Pasini.

Il carabiniere Giuseppe Almaviva, presente in aula, aveva dichiarato di voler rinunciare alla prescrizione.

Il processo, come noto, è quello scaturito dall’indagine denominata “Don’t Touch 2“, la seconda parte del processo Don’t Touch che smontò il sodalizio criminale dell’organizzazione che faceva capo a Costantino Cha Cha Di Silvio e ai fratelli Angelo e Salvatore Travali. Tutti e tre sono stati loro malgrado protagonisti del maxi processo successivo, denominato Reset, per cui il Tribunale di Latina aveva fatto cadere la contestazione di associazione mafiosa.

LE ACCUSE – Sul banco degli imputati del processo “Don’t touch 2” ci sono 19 persone tra cui, per l’appunto, Costantino Cha Cha Di Silvio accusato di aver minacciato il cittadino di Latina, Matteo Palombo, per un commento su Facebook che il giovane aveva scritto per sottolineare la presenza del boss a spasso per la città con l’allora onorevole Pasquale Maietta nel giorno in cui la città di Latina manifestava in favore del magistrato Lucia Aielli, vittima di alcuni messaggi macabri indirizzati nei suoi confronti.

Oltreché a Cha Cha, alla sbarra i fratelli Travali, Angelo e Salvatore (oggi presente in aula dopo anni di carcere) per spaccio, detenzione di arma da fuoco e per un cruento pestaggio ai danni di Benvenuto Toselli, vittima ma al contempo accusato di falsa testimonianza. Salvatore Travali, nello specifico, è accusato di spaccio di marijuana, della detenzione illecita delle armi insieme al fratello Angelo e alla signora Listo (di una certa età, accusata di “tenere la retta” poiché in casa sua furono trovate due armi e munizioni: ha già patteggiato la pena) e, sempre insieme al fratello Angelo “Palletta” e ad Angelo Morelli, di aver picchiato violentemente Benvenuto Toselli.

Riccardo Pasini, invece, era accusato del porto illegale di una rivoltella, mentre Giancarlo Alessandrini, più noto negli ambienti ultrà come “Giancarlone”, di aver portato nel 2014 su un autobus della tifoseria del Latina Calcio nerazzurra alcuni grossi tondini in ferro, in caso di eventuali scontri con i tifosi del Pescara.

Poi, ci sono i due carabinieri di Aprilia, Giuseppe Almaviva e Fabio Di Lorenzo, accusati di aver ricevuto denaro da Francesco Falco (imputato per spaccio di cocaina insieme agli altri apriliani Gino Rampello, Anna Maria Giammasi e Vincenzo Scala) per alcune soffiate durante le indagini di Don’t touch.

E, infine, c’è il ramo in cui si adombra il salto di livello che questo sodalizio potrebbe aver compiuto: quello dell’intestazione fittizia di beni, al fine di eludere eventuali sequestri e confische, di cui sono accusati Gino Grenga (fratello di Gianluca Tuma), Vincenzo Guerra, Giuseppe Travali (ormai deceduto), Angelo Travali, Francesco Viola (ritenuto responsabile di detenzione illecita di una Magnum 357 e di una pistola mitragliatrice), Angelo Morelli e Stefano Ciaravino.

Per comprendere questo ambito dell’inchiesta è opportuno rimandare alla figura di Gianluca Tuma, noto negli ambienti malavitosi di Latina sin dagli anni Ottanta, e capace di aver costruito un universo di società srl che gli sono state sequestrate e confiscate, per poi ottenere un annullamento con rinvio dalla Cassazione. La crescita imprenditoriale di Tuma, però, non fu bloccata dalla condanna di Don’t Touch, ma dalla proposta di sequestro dei suoi beni accolta, nel febbraio 2017, dai magistrati e avanzata dalla Divisione Anticrimine della Polizia di Latina che fece valere, dopo anni di provvedimenti respinti o andati a vuoto (per carenza legislativa, in primis), il D.lgs 159/11, vale a dire il Codice Antimafia.

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Altra accusa nel processo che pendeva sulla testa di Gianluca Tuma (già condannato per intestazione fittizia di beni nel primo filone di Don’t Touch) è per le minacce rivolte al giornalista che dirige la redazione pontina de Il Messaggero, Vittorio Buongiorno che si era costituito parte civile insieme all’associazione stampa romana e alla Federazione nazionale della stampa. Oggi, la prescrizione ha cancellato tutto.

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