DON’T TOUCH 2, TRA GLI IMPUTATI GIANLUCA TUMA CHE MINACCIÒ VITTORIO BUONGIORNO

Gianluca Tuma e Vittorio Buongiorno
Un ritaglio di un articolo di giornale (Il Messaggero) che ritrae Gianluca Tuma (a sinistra) e che descrive la vicenda delle minacce rivolte a Vittorio Buongiorno (a destra)

Questa mattina, davanti al II collegio penale del Tribunale di Latina, avrà inizio il processo Don’t Touch 2, la seconda parte del processo Don’t Touch che smontò il sodalizio criminale dell’organizzazione che faceva capo a Costantino Cha Cha Di Silvio, padre del collaboratore di giustizia Renato Pugliese e recentemente assurto a rinnovata notorietà criminale anche per i misteriosi video che, cadenzati, hanno attirato l’attenzione degli inquirenti – video che si riferiscono, a sentire le urla del medesimo Cha Cha, a “Pasqualuccio”, all'”onorevole”, al “direttore del Latina Calcio nostro”: in due parole a Pasquale Maietta.

Lucia Aielli
Lucia Aielli

Oggi, in Piazza Buozzi, sul banco ci sono 19 imputati tra cui, per l’appunto, Costantino Cha Cha Di Silvio accusato di aver minacciato Matteo Palombo per un commento su Facebook che il giovane aveva scritto per sottolineare la presenza del boss a spasso per la città con l’allora onorevole Pasquale Maietta nel giorno in cui la città di Latina manifestava in favore del magistrato Lucia Aielli, vittima di alcuni messaggi macabri indirizzati nei suoi confronti. Oltre a Cha Cha, alla sbarra i fratelli Travali, Angelo e Salvatore per spaccio, detenzione di arma da fuoco e per un cruento pestaggio ai danni di Benvenuto Toselli, vittima ma al contempo accusato di falsa testimonianza.
Salvatore Travali, nello specifico, è accusato di spaccio di marijuana, della detenzione illecita delle armi insieme al fratello Angelo e alla signora Listo (di una certa età, accusata di “tenere la retta” poiché in casa sua furono trovate due armi e munizioni: ha già patteggiato la pena) e, sempre insieme al fratello Angelo “Palletta” e ad Angelo Morelli, di aver picchiato violentemente Benvenuto Toselli.
Riccardo Pasini, invece, è accusato del porto illegale di una rivoltella, mentre Giancarlo Alessandrini, più noto negli ambienti ultrà come “Giancarlone”, di aver portato nel 2014 su un autobus della tifoseria del Latina Calcio nerazzurra alcuni grossi tondini in ferro, in caso di eventuali scontri con i tifosi del Pescara. Poi, ci sono i due carabinieri di Aprilia, Giuseppe Almaviva e Fabio Di Lorenzo, accusati di aver ricevuto denaro da Francesco Falco (imputato per spaccio di cocaina insieme agli altri apriliani Gino Rampello, Anna Maria Giammasi e Vincenzo Scala) per alcune soffiate durante le indagini di Don’t touch.
E, infine, c’è il ramo in cui si adombra il salto di livello che questo sodalizio potrebbe aver compiuto: quello dell’intestazione fittizia di beni, al fine di eludere eventuali sequestri e confische, di cui sono accusati Gino Grenga (fratello di Gianluca Tuma), Vincenzo Guerra, Giuseppe Travali, Angelo Travali, Francesco Viola (ritenuto responsabile di detenzione illecita di una Magnum 357 e di una pistola mitragliatrice), Angelo Morelli e Stefano Ciaravino. Per comprendere questo ambito dell’inchiesta è opportuno rimandare alla figura di Gianluca Tuma, noto negli ambienti malavitosi di Latina sin dagli anni Ottanta, e capace di aver costruito un universo di società srl che gli sono state sequestrate. La crescita imprenditoriale di Tuma, però, non fu bloccata dalla condanna di Don’t Touch, ma dalla proposta di sequestro dei suoi beni accolta, nel febbraio 2017, dai magistrati e avanzata dalla Divisione Anticrimine della Polizia di Latina che fece valere, dopo anni di provvedimenti respinti o andati a vuoto (per carenza legislativa, in primis), il D.lgs 159/11, vale a dire il Codice Antimafia.

Fabio Ciccimarra
Fabio Ciccimarra

Eppure l’accusa più grave per Gianluca Tuma (già condannato per intestazione fittizia di beni nel primo filone di Don’t Touch) è per le minacce rivolte al giornalista che dirige la redazione pontina de Il Messaggero, Vittorio Buongiorno che si costituisce parte civile insieme all’associazione stampa romana e alla Federazione nazionale della stampa.
Visto cosa è accaduto in Francia a usare la penna scorrettamente“. Così si sentì dire Vittorio Buongiorno, fermato fuori la chiesa San Marco a Latina, da Tuma di cui aveva scritto poco prima. Vittorio era colpevole, a detta di Tuma, di aver riportato sul giornale la vicenda dell’imprenditore Mantovano in rapporti con l’Enac, l’ente ministeriale per l’aviazione civile. Tuma fu citato nell’articolo di Buongiorno come guardaspalle di Mantovano (“le belve di scorta”, così come le descrive il gip di Roma nell’ordinanza di carcerazione di Mantovano). Cosa spinse Gianluca Tuma a esporsi così arrischiatamente per una vicenda che non lo vedeva neanche penalmente coinvolto è un punto interrogativo rimasto ancora in sospeso, o comunque riconducibile al giro di società di Tuma medesimo, di cui una, la Finclem srl, era detenuta pro quota da sua moglie e da quella di Mantovano. Certo è che minacciare un giornalista di farlo finire come i poveri francesi di Charlie Hebdo è, invece, una vergogna che la dice lunga su un personaggio che è stato sotto processo decennale, poi infine prescritto, per aver aggredito nel 2006, dentro la Questura di Latina, il vice questore e capo della Squadra Mobile Fabio Ciccimarra. Una vergogna non tanto per lui, Gianluca Tuma, abituato alle risse sin da giovane età, ma per una comunità, quella pontina, che non solo non si sollevò mai, almeno fino all’inchiesta Don’t Touch e al cambio di passo impresso dall’ex Questore di Latina Giuseppe De Matteis, ma che, per un fatto così grave, non riuscì a porre all’attenzione dell’opinione pubblica la cappa grave e criminale che soggiogava la città: né un’interrogazione parlamentare all’epoca, né una dichiarazione indignata di alcun politico.

Per il sodalizio criminale di Don’t Touch, coinvolto anche nel Latina Calcio ai tempi di Maiettopoli, non fu contestata l’associazione mafiosa (416 bis), sebbene non ci siano molte differenze con il clan Di Silvio di Campo Boario, indagato con il 416 bis in Alba pontina. Stessi reati, stessi rapporti col cosiddetto mondo di sopra – imprenditori, politici, professionisti -, persino, per quelli di Don’t Touch, un politico di riferimento alla Camera dei Deputati. E il trait d’union rappresentato dai due attuali collaboratori di giustizia, Renato Pugliese e Agostino Riccardo, un tempo affiliati a Cha Cha, TravaliandCo e all’umbratile presenza di Tuma e poi passati, in seguito agli arresti del 2015 riferibili all’operazione Don’t Touch, al clan di Lallà Di Silvio.

 

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