TUMA: IL SALTO DI QUALITÀ IMPRENDITORIALE MANCATO

/

Gianluca Tuma: quando il 51enne pontino aveva provato il salto di qualità imprenditoriale. Il modus operandi evidenziato dall’operazione “Ottobre Rosso” è sempre il medesimo

L’unica S.p.A. del sistema di società conosciute di Gianluca Tuma fu costituita per compiere quel salto di qualità che, finalmente, lo avrebbe proiettato nell’imprenditoria seria e rispettata. Per la Cedil Spa (così si chiama), infatti, Tuma aveva posto nella compagine sociale tal Vincenzo Guerra (indagato nel secondo filone di Don’t Touch) e una delle sue innumerevoli srl, la Tps Technical Paper Service & Support. La Cedil avrebbe dovuto veicolare il cambio di passo, facendo entrare Tuma nella grande distribuzione alimentare nel centro Italia come esclusivista di un marchio di discount facente parte del gruppo Sigma, per cui trova le risorse finanziare, i locali dove stoccare e i rapporti con i concedenti del marchio.

Anche Natan Altomare, un personaggio che compare di tanto in tanto nelle cronache pontine (da ultimo nell’inchiesta “Dirty Glass”), era coinvolto in questo affare. Con quale grado e quale interesse non è dato sapere fino in fondo poiché, a onore del vero, la sua posizione, una volta venuta alla luce l’inchiesta Don’t Touch, è stata immediatamente ridimensionata con la scarcerazione decisa dal Riesame. A cui è seguita un’archiviazione.

Natan Altomare
Natan Altomare

Ad ogni modo l’Altomare, all’inizio presente nell’affare inerente ai supermercati, più volte, dalle carte dell’inchiesta Don’t Touch, viaggia insieme in auto con Tuma. Almeno in un’occasione, come di solito fa un latinense ricco di amicizie pericolose, chiamava Cha Cha per lamentarsi di Salvatore “Bula” Travali il quale aveva spaccato la testa a una persona, definita “quello dell’olio” (probabilmente un imprenditore che aveva fatto uno sgarbo), nonostante sia lui che Tuma gli avessero detto di smettere – che il legame tra gli stradaroli e quest’ultimo fosse sicuro lo testimonia il fatto che l’auto in uso a Bula Travali era intestata a una delle srl, la Latina Ced Piccola Cooperativa. Ora, un uomo come Tuma che in passato era stato capace di ottenere informazioni riservate sul suo conto estrapolate dalla banca interforze al cui accesso ignoti avevano provveduto dalla sala operativa dei Carabinieri di Massa, e uno come Altomare che si rivolgeva direttamente alla politique politcienne che conta, immaginarli alle prese con un Travali dovrebbe risultare illogico. Eppure, entrambi, all’epoca delle fasi d’indagine Don’t Touch (siamo negli anni 2014-15) sono molto attenti, e sanno di poter contare su questo mondo di sotto.

Leggi anche:
TUMA: TUTTI GLI ANNI FINO A “OTTOBRE ROSSO”

Ad ottobre 2014, è Natan Altomare a far riferimento all’apertura di tre supermercati (uno a Latina, uno sulla Pontina vicino Borgo San Donato, uno a Terracina) dove poter assumere gente; sostiene, inoltre, che per quello di Latina Scalo (telefona persino a un’agenzia immobiliare “Case e Case”, per domandare di un capannone industriale da convertire in commerciale) stanno aspettando la variazione d’ispezione d’uso mentre, per quello sulla Pontina, vicino a Borgo San Donato, si sarebbe trattato di un discount del brand Tuodì. Altomare si lamenta con Tuma che il capannone è a uso artigianale e non commerciale, e servono 80mila euro. Tuma, tuttavia, lo rassicura sull’esito dell’operazione e, al fine di farsi finanziare, si recano presso un istituto di credito di Frosinone dove conoscono un direttore di filiale (Banca Intesa) il quale avrebbe autonomia di delibera di finanziamenti sino a un milione di euro. I colloqui con il direttore non vanno molto bene poiché il bancario di fiducia non risulta più disponibile, per questo motivo decidono di rivolgersi a una persona a loro nota che potrebbe spingersi fino a un finanziamento di 500mila euro. In mezzo a questi passaggi che sembrerebbero di due comuni imprenditori in cerca di credito, c’è una telefonata di Cha Cha, il capo rom del Clan Travali: Altomare vuole rispondere ma Tuma, di fianco a lui nell’abitacolo dell’auto, si rifiuta dimostrando ancora una volta la sua attenzione ossessiva a non lasciare tracce.

Altomare si dimostra talmente interessato all’affare dei supermercati che chiede al Presidente di Federlazio di Frosinone, Alessandro Casinelli, di indicargli un’agenzia di guardiana stabilendo che la commessa per l’eventuale security è da un milione di euro. Dice Altomare testualmente: “Ho una catena di supermercati, grossa, a livello nazionale che deve mettere la vigilanza armata”. È così che l’Altomare prende contatti con il titolare dell’agenzia della vigilanza e, prima di fissare l’appuntamento con quest’ultimo, chiede a Tuma dove possono incontrarsi (lo faranno molto probabilmente all’EUR di Roma). È palese che l’Altomare, per conto di Tuma o in affari con lui, prende contatti con il possibile addetto alla sicurezza: i preparativi della cosiddetta multinazionale (che poi è il franchising del brand Sigma) continuano nel segno dei probabili partner in affari Tuma e Altomare.

Cedil Spa: il salto di qualità a un passo

Che vòi rimanere a fare l’operaio tutta la vita, cioè, o ti accontenti di quello che hai o provi a fare qualche cosa che ti può portare a sta’ meglio”. Questo è ciò che Vincenzo Guerra sostiene, durante una conversazione telefonica con un amico, riguardo a ciò che Tuma gli avrebbe detto per convincerlo a imbarcarsi nell’operazione dei supermercati. Come detto, nel progetto per la grande distribuzione alimentare, si costituisce tra Tuma e il presunto prestanome Vincenzo Guerra la società Cedil Spa. Tale società per azioni avrebbe dovuto consentire a Tuma l’ingresso in un mondo collegato a stretto giro col mondo delle cooperative bianche. Il marchio a cui Tuma rivolge lo sguardo è quello bolognese di Sigma. Sigma è un’azienda della grande distribuzione organizzata italiana, aderente a Confcooperative ossia una delle tre maggiori centrali cooperative d’Italia insieme a Legacoop e l’AGCI.

Gianluca Tuma (immagine da Report)
Gianluca Tuma (immagine da Report)

Il gruppo Sigma opera su quasi tutto il territorio nazionale, la sua sede centrale è a Bologna e possiede una decina di società locali, con centinaia e centinaia di punti vendita e un fatturato di oltre 3 miliardi di euro. La Confcooperative, la lega di cui Sigma fa parte, è il gruppo italiano che rappresenta l’universo delle cooperative bianche, dove a farla da padrone è la dottrina sociale della Chiesa e, sopratutto, i contatti col mondo politico di area moderata. Niente male per uno che dalla magistratura, almeno fino a tutti gli anni Novanta, era conosciuto come essere un violento con il gusto delle pistole e delle estorsioni. Dopo un iniziale accordo con il gruppo di Bologna, c’è un intoppo. Il proprietario dei marchi discount si mette di mezzo e vuole condurre in prima persona la trattativa. La novità costringe Tuma e Guerra a doversi incontrare di nuovo con il nuovo soggetto responsabile dei marchi e a intavolare una seconda trattativa, azzerando di fatto il precedente contratto “in fieri”. Il primo stipulante del contratto con Tuma/Guerra si occupa del marchio dei discount al nord Italia, mentre i due pontini avevano messo gli occhi sul centro Italia. Era necessaria, infatti, la presenza del responsabile del centro-sud, solo in questo modo, dopo aver chiuso il contratto, il sodalizio avrebbe ottenuto i punti del marchio discount tramite la società Cedil Spa. D’altronde, l’interesse di Tuma per il comparto alimentare è talmente forte che non si limita al marchio Sigma, ma cerca di sondare anche le possibilità per i brand Penny e Conad. Il salto di qualità, ad ogni modo, passa da lì, per la grande distribuzione alimentare. È a Bologna che Tuma e Guerra prendono contatti con il nuovo responsabile Sigma con cui devono trattare. I supermercati avrebbero concesso allo Zingaro, come viene definito Tuma in un’intercettazione, di diventare non più quello delle tre proposte di prevenzione personale e/o patrimoniale andate sostanzialmente a vuoto (2002, 2006, 2007), ma un signor imprenditore che va a messa la domenica e che, magari, viene accolto anche in ambienti importanti come il mondo delle cooperative, i salotti buoni, gli appalti della PA, l’ambito militare ecc.

Cedil S.p.a. ha sede in Via Armellini 22 a Latina, e fu costituita ad aprile 2015. Il capitale sociale ammontava a 120mila euro: il 25% di Guerra (30mila euro), il 75% intestato a Tps (90mila euro) una delle società del sistema Tuma. Pare che anche Massimiliano Mantovano partecipasse all’affare mettendo a disposizione alcuni finanziamenti oltreché l’immobile di Via Armellini che risulta di sua proprietà. Mantovano, a quel che risulta dalle indagini, sarebbe dovuto entrare nel capitale sociale con un finanziamento pari al 50% del totale. L’amministratore unico era, come quasi sempre accade nel sistema societario Tuma, un’altra persona, per l’appunto Vincenzo Guerra che, da ciò che risulta dalle carte avrebbe messo una somma di circa settemila Euro, ossia molto di meno che il suo 25% avrebbe richiesto. Tuma, nelle varie intercettazioni dell’inchiesta Don’t Touch, afferma che con questa operazione si sta prendendo il Lazio. I supermercati, però, non si chiameranno Sigma ma avranno il marchio denominato D’Italy, una linea discount di Sigma. Il senso degli affari non manca a Tuma: c’era spazio di manovra poiché il marchio D’Italy non è presente nel Lazio ma opera in alcune regioni del nord e del sud, in Abruzzo-Marche e nelle isole. Durante le trattative, è Sigma a chiedere a Tuma di fare un spa se vuole la linea discount: per fare il salto di qualità si deve passare da srl a spa, serve un collegio sindacale “perché a loro quando arrivano i conti devono essere reali” (anche se si potrebbe fare una srl con un collegio sindacale). E la commercialista che segue tutte le società di Tuma glielo chiede esplicitamente, sapendo che le cose si complicano notevolmente a livello societario, normativo ecc. Il primo discount si farà a Pontinia, l’altro sotto la Galleria Pennacchi (la commercialista espone diverse perplessità perché sotto la galleria è antieconomico). Quando apprende che i reali soci della Cedil saranno Tuma e Mantovano, che entrerà in un secondo momento acquisendo il 50% della TPS, proprietaria del 75% della Cedil, si preoccupa di cosa dire nel caso in cui i sindaci le chiederanno chi siano i soci. Considerato ciò, non è azzardato definire Vincenzo Guerra come un vero prestanome, vale a dire l’ipotesi della magistratura che lo ha indagato in Don’t Touch 2 (in corso il processo, prossima udienza 30 novembre 2022) per intestazione fittizia di beni insieme a Claudia Costanzo (ex compagna di Tuma), Gino Grenga, Vincenzo Guerra, Giuseppe Travali, Angelo Travali, Francesco Viola, Angelo Morelli e Stefano Ciaravino. La maggioranza della Cedil era, come detto, della Tps Technical Paper Service & Support srl di proprietà del fratello di Tuma, Gino Grenga. Il capitale della Tps era di appena 10mila euro, come oggetto sociale il recupero di materiali di scarto e la sua sede risultava sempre al solito civico di C.so della Repubblica 138. Come amministratore unico, dal 2012 al 2013, c’era un altra persona (non coinvolta in Don’t Touch), la quale aveva conferito la procura speciale per il deposito degli atti alla stessa commercialista di riferimento delle società di Tuma. Fu costituita nel 2007, dopodiché ci fu il passaggio verso un altro amministratore, per l’appunto Gino Grenga. Non risultano bilanci depositati dal 2007, e il suo iter di vita finanziario- amministrativo, ricavato dall’Agenzia delle Entrate, serve a rappresentare concretamente la vita e il destino delle società del sistema di Tuma: pochi o nessun utile, imponibili risibili, perdite, conclusione con il sequestro/confisca della magistratura oppure il fallimento. Nella fattispecie, la Tps, la società che reggeva la maggioranza per la S.p.A. con cui si doveva chiudere l’affare più importante della carriera imprenditoriale di Tuma, è rientrata nella confisca annullata con rinvio a giugno 2021 dalla Cassazione.

Leggi anche:
TUMA: DALLA STRADA ALLE SRL

Anatomia di un affare

In Don’t Touch, c’è un’intercettazione molto esemplificativa in cui la commercialista spiega a Tuma che non può ritirare i soldi di una sua società a piacimento, poiché per le srl hanno prelazione i creditori delle stesse. La commercialista gli suggerisce di chiudere gli altri creditori, di pulire il debito e, solo in seguito, ritirare i soldi. Nella partita di giro fra tre sue società, Tuma fa notare alla commercialista, dimostrando una discreta dimestichezza tecnica, che solo in caso di fallimento deve dare prelazione ai creditori (almeno in teoria), e la restituzione del finanziamento della società verso un socio si può fare. È proprio per l’operazione del progetto alimentare Sigma/D’italy che si pongono le suddette riflessioni poiché Tuma ha bisogno di liquidi per concludere l’operazione. Così vengono prelevati i soldi da un’altra società del sistema, la Cubinvest srl e il Tuma si premura di dire alla commercialista di trovare qualcosa per far quadrare gli atti per il registro delle imprese consapevole dell’azzardo dell’operazione. Alla fine, per giustificare il prelievo di soldi dalla Cubinvest e spostarli alla Tps al fine dell’operazione Cedil Spa, Tuma suggerisce alla commercialista di metterla sotto forma di caparra andata a male.

supermercato

A marzo 2015, Tuma e Guerra si recano a Bologna per concludere con Sigma. I giorni precedenti sono febbrili: esaminano i dati dei discount di tutta Italia fino al 2014 e arrivano alla conclusione che su D’Italy hanno una leva di manovra notevole non avendo il marchio molti punti discount in Italia e, sopratutto, nessuno che ha la leadership nel Lazio. I locali che Tuma può mettere a disposizione sono molti e di tanti mq tra cui un capannone da 800mq di proprietà della Finolim (società a lui riconducibile); un altro locale commerciale da 600 mq a Latina centro; un locale in costruzione a Terracina di 1000 mq; un locale commerciale di 450 mq ad Anzio; uno, ancora a Latina, dove disporre un punto logistico e stoccare la merce. Sappiamo, inoltre, da Don’t Touch che Tuma sta cercando altri immobili a Cisterna, Velletri, Pontinia e in altri comuni della provincia, con la prospettiva di altri progetti come un “cash and carry” (un sistema di vendita all’ingrosso effettuato in grandi magazzini nei quali l’acquirente paga e porta via la merce a proprie spese) e un centro distribuzione. Guerra è cosciente di essere solo una spalla nell’operazione ma teme che se il progetto non andrà in porto dovrà restituire a Tuma i soldi della sua quota. Dice testualmente in un’intercettazione “ho capito che paghi, che paghi tutto te però alla fine avemo detto che te li restituivo se tutto va bene…se tutto va male come te li do?”. Guerra teme la situazione nel caso dovesse andare male, sa chi è Tuma, sa quali sono i pericoli. Spera che tutto vada bene così si divideranno le quote e in base ad esse il denaro; e potrà scalare i soldi che il Tuma gli ha anticipato, non per amicizia ma perché ha bisogno di prestanome e teste di legno come suggeriscono la storia e la struttura del suo sistema societario. Il sequestro delle società di Tuma da parte della magistratura di febbraio 2015 ha bloccato l’intero affare Sigma/D’italy.

Meccanismi automatici: le srl di Tuma

Una costante del sistema di società di Tuma si caratterizza nel fatto che i profili patrimoniali dei prestanome non giustificano gli investimenti di capitale nelle quote sociali. Né i parenti più stretti né gli altri hanno redditi o patrimoni sufficienti a giustificare gli esborsi. È per queste sproporzioni che a febbraio del 2017 Tuma subisce dalla magistratura pontina, su relazione dell’Anticrimine, il provvedimento che ne ha bloccato l’ascesa. Le società hanno spesso capitali sociali poveri che non giustificano operazioni di una certa importanza come nel caso della Cubinvest (nel settore della promozione e gestione centri commerciali), fondata nel 2003 con sede in Via Pio VI, il cui amministratore unico era la madre di Tuma (non indagata). La Cubinvest, la società con cui si è gestita l’operazione Cedil/TPS/Sigma-D’italy, ha un capitale di 10mila euro, ed è essenzialmente una scatola vuota con pochi utili e qualche perdita. Ad esempio, un’altra società del sistema, la G. e G. Service srl, operante nel settore di facchinaggio, stoccaggio e trasporto merci, mostra utili assenti, capitale sociale di settemila euro ed è stata poi rivenduta a un altro soggetto non prima di aver ceduto rami d’azienda nel campo della panetteria, pizzerie e vendita alimenti ad altra società costituita appositamente da Tuma&co, la Gruppo Pandoc che in seguito ad alcuni cambi di proprietà è transitata dalla madre al fratello di Tuma. In sostanza, solo dopo averla svuotata, la G. e G. poteva essere venduta ad altro soggetto (probabilmente una testa di legno), ossia solo in seguito all’acquisizione delle unità operative da parte della nuova società (Gruppo Pandoc) che gestirà così le rivendite di pane di Via Isonzo e Via Cesare Augusto a Latina, e Via Moro a Cisterna. Per quanto riguarda le srl del sistema Tuma, gli esempi di tal genere sono numerosissimi. Si potrebbe scrivere un manuale per srl. Rilevanti compravendite, passaggi di rami d’azienda tra società dello stesso soggetto, teste di legno che ne reggono l’apparenza, fallimenti più o meno indotti, consulenze sostanzialmente fittizie. Sovente è durante gli aumenti di capitale repentini di queste società che avvengono i passaggi ad altri prestanome come nel caso della Edilfer (che possiede il 33% dell’Immobil Re, altra società riconducibile a Tuma, la cui amministratrice era la proprietaria del capannone sulla Migliara 45 da cui scaturì il processo Pastore); sovente ci sono passaggi di soldi tra le società del sistema, dove una è indebitata o ha crediti con l’altra e così via. Il meccanismo è rodato, praticamente un automatismo: costituzione di una società; un amministratore unico; procura speciale alla commercialista; nessun bilancio depositato; pochissimi o zero utili; qualche perdita. Dalle carte dell’indagine Don’t Touch, si viene a conoscenza che Tuma disponeva delle risorse finanziarie delle società mentre gli amministratori erano all’oscuro di tutto. La fonte delle finanze era data da canoni d’affitto di immobili: risorse che il Tuma faceva girare tra le sue società ed altri soggetti senza apparente controprestazione, così come non erano giustificate le somme che si dava da solo tramite consulenze fittizie senza regolare contratto. La commercialista, per “dovere” di professione o forse intimorita dal tono autoritario di Tuma, eseguiva le operazioni.

Dal 2014 (Don’t Touch) al 2021 (Ottobre Rosso), l’agire di Tuma era sempre lo stesso, al netto di confische e nuove indagini.

*L’articolo è composto da stralci di altri articoli scritti nel 2017 dall’autore Bernardo Bassoli

Articolo precedente

CONDANNATA PER FURTO, ERA RICERCATA DA 2 ANNI: ARRESTATA SUL LUNGOMARE DI LATINA

Articolo successivo

LATINA, GRADINATA DELLO STADIO: ASSOLTO L’EX DIRIGENTE DELL’URBANISTICA

Ultime da Focus