UCCISE IL PADRE A COLTELLATE: “IN CASA RAPPORTI TESI”. LA PSICHIATRA: “NON HA MAI ASSUNTO I FARMACI CON REGOLARITÀ”

Accoltellato dalla figlia affetta da disagio psichico a Latina: prosegue il processo per la donna accusata del parricidio

Prosegue il processo davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Latina, presieduta dal giudice Mario La Rosa – a latere la collega Eugenia Sinigallia e la giuria popolare -, a carico della 40enne Aurelia Porcelli, difesa dagli avvocati Daniele Giordano e Gaetano Marino. La donna oggi, come in tutte le udienze presente in aula, è detenuta nel carcere di Rebibbia e deve rispondere del reato di omicidio volontario aggravato dal vincolo parentale per aver ucciso il 22 settembre 2024 il padre, ferendolo con una coltellata a casa: il 67enne Guido Porcelli, di professione operaio.

A disporre il rinvio a giudizio è stato il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, al termine della camera di consiglio dello scorso 10 luglio 2025. Il Gup ha respinto la richiesta della difesa di un incidente probatorio con perizia psichiatrica. L’imputata ha già precedenti per maltrattamenti: una condanna a 1 anno di reclusione in un processo in cui le fu data la semi infermità mentale. A rappresentare l’accusa il pubblico ministero di Latina, Martina Taglione.

Oggi, come testimone della difesa, è stato escusso il fratello dell’imputato nonché figlio della vittima. L’uomo ha raccontato che quel 22 settembre fu avvertito dalla madre dopo il ferimento del padre: “Mi recai al pronto soccorso e mia sorella era molto scossa. Non ho avuto interlocuzioni prolungate”. Dopodiché la donna fu dimessa dal reparto psichiatrico del “Santa Maria Goretti” di Latina. Oggi, la donna si trova a Rebibbia e il fratello ha dichiarato di provare a dialogare con lei nelle ore concesse ai detenuti per parlare con i parenti: “Alterna giorni in cui è più propensa a parlare, ad altri giorni in cui è più triste”.

L’uomo ha raccontato che “la situazione in famiglia era sempre burrascosa. Mio padre era turbato, soprattutto quando mia sorella si allontanava da casa e c’erano gli sforzi dei miei genitori per riportarla a casa. Nell’ultimo periodo i miei erano molto preoccupati, non capendo dove andasse quando spariva. Non dormivano perché non sapeva dove fosse”.

Il testimone ribadisce che “i rapporti in casa erano tesi. Mia sorella non era sempre autonoma dal punto di vista lavorativo e lei cercava di allontanarsi da casa dei miei genitori, senza far sapere dove stava. La sensazione è che ogni giorno a casa poteva succedere qualcosa”. L’uomo, dopo l’operazione subita dal padre in seguito all’accoltellamento, dice di aver parlato con il padre, “ma non del fatto”. Al contrario, ha parlato con la madre riguardo all’episodio di violenza: “Mia madre mi ha riferito che quella mattina era andata a fare la spesa. Quella mattina non era buona perché Aurelia dipendeva come si svegliava. Tornò a casa e vide mio padre insanguinato all’altezza della pancia e mia madre mi disse che il padre le aveva a sua volta riferito che Aurelia avrebbe detto: “Hai parlato male di mio figlio, ora sono cazzi tuoi”.

Dalla testimonianza, emerge un atteggiamento molto attento da parte del padre: “Era morboso nel senso che non mollava mai con noi figli se le cose non andavano per il verso giusto. Mia sorella, però, nel corso degli anni è diventata ingovernabile, anche a causa delle sue frequentazioni”. Ad ogni modo, l’uomo racconta che i rapporti tra i genitori e i nipoti, compreso il figlio di Aurelia Porcelli, sono stati sempre molto buoni: “Io non ho mai sentito che mio padre attaccasse mio nipote, il figlio di Aurelia”.

Secondo quanto raccontato dal fratello “ci sarebbe stata una zia che, parlando con Aurelia, avrebbe riferito di attenzioni morbose da parte del padre”. Abusi che comunque il fratello non ritiene credibili: “Non posso dire che ci sia mai stato qualcosa, lo ritengo bizzarro”. Per quanto riguarda l’assunzione di sostanze stupefacenti, “credevamo che ne facesse uso, ma io non l’ho mai visto. Nel gli ultimi anni comunque non ho avuto rapporti stretti con lei. Secondo me, però, gli episodi di contrasto non so se fossero dipesi da assunzione di droga”.

Interrogato anche dal presidente della Corte d’Assise, l’uomo sostiene che “ho pensato in passato che potesse avere un disturbo di personalità. Una volta mi chiamò in una casa in cui viveva e mia sorella manifestò paura di essere seguita da qualcuno. I miei geni”

Ad essere escusso nella giornata odierna, anche un poliziotto che, anni prima, nel 2017, prestava servizio alla Squadra Volante di Latina. Il poliziotto intervenne per la segnalazione di un litigio domestico all’interno dell’abitazione dove abitava Aurelia Porcelli e i genitori. “Aurelia mi raccontò che riceveva apprezzamenti fisici quando girava in casa in abiti succinti e ci disse che c’erano rapporti difficili in casa”. Secondo quanto raccontato dal poliziotto, dal padre ci sarebbero stati solo apprezzamenti verbali: “Me lo disse Aurelia e mi riferì che la cosa la metteva a disagio”.

Come ultima testimone di giornata, la psichiatria di Latina Giovanna Zisa, dirigente dell’Asl, che ha seguito Aurelia Porcelli dal gennaio ’24 al febbraio ’24, non avendo visto Porcelli dopo il ferimento del padre e il suo ricovero nel reparto psichiatrico. “Probabilmente sono stata l’ultima psichiatra a seguirla e ho rilasciato alcune prescrizioni. Ho dovuto certificare dal primo incontro che Aurelia Procelli era affetta da disturbo “borderline”. Una diagnosi già effettuato dal mio collega, poiché Aurelia era seguita sin dal 2016. Credo di aver rilasciato una certificazione per favorire un passaggio di Porcelli in una struttura psichiatrica”.

Alla fine “fu reperita una struttura psichiatrica dove Aurelia avrebbe dovuto essere ospitata”. Si tratta di Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura (Spdc), ossia una struttura che riceve pazienti che hanno patologie acute: “Ci sono dei disturbi cronici, gravi dal punto di vista comportamentali, fino alla psicosi”. Il paziente relegato in queste strutture: “può aver bisogno di essere allontanato dal suo contesto famigliare che potrebbe non essere adatto a seguire la sua fase di cura. Si tratta di pazienti che hanno bisogno di essere ospedalizzati”. La dottoressa conobbe Procelli dal gennaio ’24: “Ma aveva avuto altri ricoveri: in un caso per uso di cocaina, in un altro caso per gesti auto-lesionistici. Quando l’ho conosciuta era stata già vista in consulenza del pronto soccorso, dopo pochi giorni fu portata in ambulatorio”.

Porcelli fu sottoposta a diverse terapie: “La paziente però è stata oppositiva e si è stabilita in altro territorio. Io prescrissi uno stabilizzatore dell’umore e altri farmaci per il sonno (soffriva di insonnia). Da quello che ho letto nella cartella, la paziente aveva assunto da tempo gli stessi farmaci, ricevendo trattamenti anti-psicotici”. Tuttavia, la psichiatra conferma che “Porcelli non aveva mai assunto con regolarità i farmaci”.

Nella scorsa udienza del 27 gennaio, sono stati escussi i consulenti medico-legali Maria Cristina Setacci e il dottore Andrea Mazzarri, specializzato in chirurgia addominale. La dottoressa Setacci ha svolto l’esame autoptico sulla salma della vittima e ha riferito della coltellata all’addome subita da Guido Porcelli il 22 settembre 2024. Il fendente provocò lesioni rilevanti e fu condotta in sala operatoria al Goretti di Latina. L’uomo fu poi trasportato in rianimazione, dopodiché nel corso dei giorni subì ben sette interventi fino al decesso del 26 ottobre 2024 avvenuto nel nosocomio pontino. Nel corso degli interventi chirurgici vi furono complicanze di natura septica. La lesione all’addome fu profonda e, secondo il medico legale, la lama era di proporzioni medio-grandi, colpendo organi non prettamente vitali, andando però a influenzare il rene, lesionato probabilmente dall’arma.

Il 22 settembre 2024, ossia il giorno del delitto, “la donna non assumeva farmaci da circa un mese”. Una mancanza dirimente perché i farmaci avrebbero potuto arginare il suo stato patologico. L’imputata, secondo il consulente di medicina legale, Filippo Milano escusso a gennaio, ha “un disturbo di personalità, bipolare acuito dall’assunzione di cocaina”. Quando la donna fece accesso al pronto soccorso del Goretti, nel settembre 2024, “non si evidenziavano disorganizzazione del pensiero, né deliri e allucinazioni. Nessun scompenso psicotico”. Peraltro, la donna, dopo l’accesso al nosocomio, ha riferito lucidamente del suo passato recente, oltreché ad aver ammesso l’assunzione di sostanze stupefacenti: “Era vigile”.

Il dottor Milano ha sottolineato che nel corso del colloquio “la paziente ha manifestata laconicità nelle risposte ed è stata superficiale e oppositiva. Ha confermato di aver assunto prima cocaina e poi crack. Inoltre, ha affermato che non ricordava perché si trovasse in carcere”. In una successiva fase del colloquio, la donna “manifestò pentimento per ciò che era avvenuto”. Nel momento storico dell’omicidio, il consulente spiega che l’imputata non aveva incapacità di intendere e volere. Al che, nel corso del contro-esame, l’avvocato difensore Marino ha chiesto al consulente se sia stato a conoscenza di una precedente consulenza medico-legale nei confronti dell’imputata (in riferimento al vecchio procedimento di maltrattamenti e al riconosciuto stato di semi infermità mentale). La risposta del consulente è stata: “No”.

Il processo riprenderà il prossimo 5 maggio con l’escussione di quattro testimoni della difesa. In una udienza successiva ci sarà l’escussione del consulente della difesa Giuseppe Manciocchi e l’esame dell’imputata.

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L’ARRESTO DELLA DONNA – Nell’autunno 2024, dopo l’arresto, la donna si era avvalsa di non rispondere davanti al giudice per le indagini preliminari. La difesa non aveva chiesto per lei nessuna misura meno afflittiva rispetto al carcere di Rebibbia dove era reclusa, anche in ragione del fatto che, dopo il primo arresto e la fuga dall’ospedale, la donna non avrebbe avuta alcuna struttura sanitaria dove poter essere accolta.

Erano stati i Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Roma Trionfale e della Stazione di Roma Tomba di Nerone ad arrestare lo scorso 30 ottobre, la 39enne di Latina, Aurelia Porcelli, accusata di omicidio volontario del padre morto dopo circa un mese di agonia presso l’ospedale civile “Santa Maria Goretti” di Latina in seguito al fendente all’addome scagliatogli contro dalla figlia.

Nello specifico, una chiamata arrivata al 112, aveva permesso ai Carabinieri di rintracciare la donna a Roma, in largo Sperlonga, mentre era ospite a casa di una conoscente che era stata a sua volta denunciata per favoreggiamento; l’avrebbe infatti aiutata, ospitandola a casa sua dopo che la donna indiziata dell’omicidio del padre, era evasa dal reparto di psichiatria dell’ospedale civile di Latina, dove era sottoposta agli arresti domiciliari. I Carabinieri, con un dispositivo di sicurezza, erano entrati in casa, avevano trovato la donna evasa e l’avevano condotta presso il carcere di Roma Rebibbia.

Guido Porcelli, infatti, era stato accoltellato domenica 22 settembre dalla figlia 39enne che presenta alcuni disagi psichici. L’uomo, purtroppo, dopo circa un mese di agonia, non ce l’aveva fatta ed era deceduto in seguito alla ferita profonda all’addome che la figlia le aveva causato attraverso un un coltello da cucina. Sottoposto a diverse operazioni chirurgiche, l’uomo era morto nel reparto Rianimazione dove era ricoverato dallo scorso mese di settembre.

Aurelia Porcelli

La figlia era ufficialmente ricercata perché era fuggita dal reparto psichiatrico del Santa Maria Goretti dove era stata trasportata. Per lei, al netto dei gravi disagi psichici, era mutato, almeno nelle fasi d’indagine, il capo d’imputazione dopo la morte del padre: da tentato omicidio a omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela con la vittima.

Dopo la tragedia consumatasi in casa, la 39enne, che viveva in casa con il padre, era stata interrogata dal magistrato prima che evadesse dal nosocomio civile di Latina. La 39enne aveva risposto alle domande del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, dall’ospedale civile di Latina “Santa Maria Goretti” dove era ricoverata sin da quando è stata arrestata.

La donna aveva detto di non ricordare nulla dell’accaduto e del perché avesse accoltellato il padre 67enne mentre l’uomo si trovava dentro il suo letto. Anzi, nel merito, non ricordando l’accaduto, aveva negato di aver accoltellato l’uomo, suggerendo invece che fosse stato il padre a volersi suicidare.

Il fatto di sangue era accaduto intorno alle ore 9,30, a Latina, nella zona del cimitero, in viale Kennedy. La donna aveva ferito all’addome il padre di 67 anni mentre entrambi si trovavano dentro casa.

Le cause dell’aggressione sarebbero ascrivibili alla circostanza per cui la donna era affetta da tempo da criticità psichiche molto complicate che la costringevano ad assumere farmaci. Sul posto, dopo l’aggressione, si erano recati gli agenti di polizia della Squadra Volante della Questura di Latina e gli specialisti della Polizia Scientifica per accertare con chiarezza il quadro in cui era avvenuto il fatto violento.

A soccorrere l’uomo, che perdeva molto sangue dal torace, in seguito al fendente della figlia sferrato con un coltello da cucina, erano stati gli operatori del 118 con un’ambulanza e un’auto medica che avevano valutato immediatamente il trasporto del ferito al Santa Maria Goretti. Il 118 era stato chiamato dalla moglie dell’uomo nonché madre della donna che era fuori a fare la spesa; tornando, si era accorta di quanto era avvenuto.

Nel nosocomio civile pontino, il 67enne era stato sottoposto subito a un intervento chirurgico per fermare l’emorragia di sangue. L’uomo, operato più volte in seguito, si trovava in terapia intensiva nel reparto Rianimazione, anche perché il ferimento aveva toccato organi vitali e il caso era molto delicato. Nonostante un leggero miglioramento nei giorni a seguire, il 67enne era deceduto.

La figlia dell’uomo, viste le sue condizioni, era stata trasferita, in stato di arresto disposto dal magistrato di turno della Procura di Latina, presso il Santa Maria Goretti di Latina. Prima della fuga, la donna si trovava ricoverata presso il reparto specializzato Spdc (Servizio psichiatrico diagnosi e cura).

Il coltello con cui era stato ucciso il padre era stato ritrovato dalla Polizia all’interno della camera della donna sotto un panno. Il sostituto procuratore di Latina, Giorgia Orlando, aveva nominato un medico legale, Maria Cristina Setacci, che ha svolto l’autopsia sul corpo dell’uomo.

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