Un cold case riaperto dalla Polizia di Stato di Latina. Entra nel vivo il processo per mandante e autore materiale dell’omicidio avvenuto a Latina nel 2010
È entrato nel vivo oggi, 17 marzo, con l’escussione dei testimoni di polizia giudiziaria che realizzarono l’indagine per l’omicidio di Paolo Celani avvenuto a Latina nel 2010. Il processo si tiene dinanzi alla Corte d’Assise, presieduta dal giudice Mario La Rosa, a latere la collega Eugenia Sinigallia e la giuria popolare.
Dopo il giuramento del perito che trascriverà le intercettazioni facenti parte della nuova indagine, sono stati escussi i poliziotti che intervennero dopo il ferimento a colpi d’arma da fuoco di Celani, in quel momento all’interno della sua abitazione.

Sul banco degli imputati, accusata di essere stata la mandante, la 52enne Giulia De Rosa detta “Cipolla e colui che è ritenuto l’esecutore materiale, il 60enne Marco Ranieri, arrestati nella primavera 2025 per il delitto di Celani avvenuto 16 anni fa. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Oreste Palmieri, Giancarlo Vitelli e Alessia Righi. Entrambi, Ranieri e De Rosa, sono detenuti.
Dopo l’arresto, sia Ranieri che De Rosa si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia che si è svolto davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli. Ranieri è stato interrogato presso l’ospedale “Santa Maria Goretti” di Latina dove si trovava ricoverato per problemi di salute. L’uomo, con un passato a Roma e processato negli anni novanta nell’operazione Colosseo (Banda della Magliana), ha voluto rilasciare dichiarazioni spontanee, professandosi innocente e sostenendo di non avere nulla a che fare con l’omicidio di Paolo Celani, di cui lui è considerato l’esecutore materiale da parte degli inquirenti.
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A condurre l’indagine sono stati i sostituti procuratori Martina Taglione e Giuseppe Miliano, oggi presenti in aula a rappresentare l’accusa. Sono loro ad aver coordinato il lavoro della Squadra Mobile di Latina, guidata all’epoca dal dirigente Mattia Falso. “Cipolla” De Rosa, dopo l’arresto, era stata interrogata tramite video collegamento, trovandosi nel carcere di Rebibbia e, a dicembre 2025, è stata condannata in Appello a 5 anni di reclusione per spaccio di droga. La donna aveva riferito solo le sue generalità e si era stretta nel massimo riserbo. Nessuna parola.
Il primo testimone a parlare è stato un poliziotto della Squadra Volante che, all’epoca dei fatti, intervenne in Via Petrarca 81 dove Celani risiedeva e dove fu attinto da due colpi d’arma da fuoco a gennaio 2010; dopo sei mesi, l’uomo morì in ospedale a causa delle ferite riportate. L’agente della Volante dell’epoca ha ricordato di aver ritrovato due bossoli e una ogiva: “Celani disse che non aveva idea da chi provenivano questi colpi. Ci fece intendere che i colpi sarebbero arrivati dall’esterno all’interno dell’abitazione. È la stessa idea che mi sono fatto”. I colpi, quindi, arrivarono dall’esterno: un vero e proprio agguato.
Il secondo testimone di giornata è stato un ex commissario della Squadra Mobile di Latina. La stessa prese in carico il caso dopo il primo intervento della Squadra Volante e al suo arrivo Paolo Celani era stato già portato in ospedale. La finestra della camera da letto di Celani e della compagna era semiaperta. “Dapprincipio non c’era niente di particolare, solo un Babbo Natale che era caduto per terra”. Successivamente furono rinvenuti due bossoli, uno dei quali in cortile e l’altro in camera, oltreché a una ogiva dentro la camera. Tutti elementi repertati dalla Polizia Scientifica.
Ad essere danneggiata fu un’anta della persiana della camera da letto. La prima ipotesi investigativa è che i proiettili arrivassero dall’esterno verso l’interno: qualcuno sparò dalla strada. Secondo l’ex ispettore della Squadra Mobile, non è detto che chi ha sparato abbia per forza di cose scavalcato il cancello rimasto chiuso, piuttosto è possibile che abbiano esploso i colpi direttamente dall’esterno.
Dopo tre giorni dagli spari, l’investigatore raccolse la denuncia di Paolo Celani avvenuta il 14 gennaio 2010. “Celani non fornì sospetti su nessuno. Il suo atteggiamento non fu collaborativo”. Dopo gli spari a Celani, la Squadra Mobile, il giorno stesso, verso le ore 11.10, si diresse a casa di Marco Ranieri, in Via Monti 52 (parallela di Via Petrarca, a circa 100 metri da dove abitava Celani), sulla base di una notizia confidenziale e alla ricerca di armi. In casa di Ranieri, i poliziotti rinvennero diverse armi all’interno di un divano: tre pistole, un fucile mono-canna, fucili a canne mozze, centinaia di cartucce. Una sorta di arsenale. Tra le armi anche una pistola compatibile con l’arma utilizzata per uccidere Celani.
All’epoca, chiaramente, furono fatti accertamenti con lo Stub (che serve a capire se una persona abbia sparato nelle ore immediatamente precedenti, tramite tracce di polvere da sparo) sia su Marco Ranieri che sul figlio, all’epoca minorenne, Manuel (anni dopo condannato per l’omicidio del rumeno Nicolas Giuroiu).
Furono attivati le intercettazioni per Celani, la moglie, oltreché a microspie ambientali. Tutte azioni finalizzate a comprendere di più rispetto agli spari. Ad essere attivati anche intercettazioni in carcere e ci fu solo una conversazione riconducibile al fatto. Nell’insieme, però, spiega l’ex ispettore, le attività tecniche non hanno portato a niente. Ad essere attenzionato fu anche Francesco Viola in quanto è stato registrato un contatto telefonico tra lui e Celani la sera prima degli spari. Interrogato dagli avvocati difensori, l’ispettore ha spiegato che non risultano contatti tra Marco Ranieri e Giulia De Rosa, senza contare che gli spari a Celani furono il primo episodio che fece da apriprista alla guerra criminale del 2010 in cui furono uccisi, in quello stesso mese di gennaio, Massimiliano Moro e Fabio Buonamano detto Bistecca.
Lo stesso Ranieri fu ferito alle gambe due anni prima, nel 2008: per quell’episodio fu arrestato Cristian Solito, per poi essere assolto da quelle accuse nel 2014. Ranieri, inoltre, fu vittima di attentati incendiari alla sua auto.
Tra i testimoni, anche un poliziotto della Squadra Volante che intervenne sul luogo dell’omicidio e che, dopo qualche settimana, passò alla Squadra Mobile dove si interessò di una intercettazione ambientale in carcere: “Ma non emersero ulteriori elementi da approfondire” Il poliziotto, peraltro, ha partecipato anche alle attività di indagine nuove, quelle del 2024, che hanno portato agli arresti dell’anno scorso. “Sicuramente – ricorda il poliziotti – Celani aveva rapporti di frequentazione con Ferdinando Ciarelli detto “Furt”, senza contare che insieme a lui fu destinatario di una ordinanza di custodia cautelare per usura”.
L’ultimo testimone della giornata è un ex commissario della Squadra Mobile-sezione antidroga che intervenne sul luogo del delitto, sequestrando i bossoli e l’ogiva rinvenuti nel giardino e nella camera da letto: “La seconda ogiva rimase all’interno dello stomaco di Celani e fu estratta a seguito della operazione chirurgica”. Anche questo testimone conferma che ci fu una fonte confidenziale a indirizzare gli accertamenti nei confronti di Ranieri. Il commissario spiega che non proseguì con le indagini di Celani perché, quindici giorni, ci fu il ferimento di Carmine Ciarelli e le uccisioni di Moro e Buonamano: era iniziata la guerra criminale e la Polizia impegnò molti dei suoi sforzi verso quella direzione.
“Marco Ranieri e Paolo Celani – spiega l’ex commissario – erano personaggi noti soprattutto per lo spaccio di droga. Anche Giulio De Rosa, insieme ai figli, fu arrestato per spaccio”.
Il processo riprende il prossimo 29 maggio e il prossimo 7 luglio con le escussioni altri testimoni dell’accusa.
IL CASO – La Polizia di Stato, il 24 marzo 2025, ha proceduto all’arresto dei due imputati: il pluripregiudicato Marco Ranieri e Giulia De Rosa, appartenente alla nota famiglia di etnia rom stanziale sul territorio di Latina e legata al clan Di Silvio. I due sono gravemente indiziati di essere rispettivamente esecutore (Ranieri) e mandante (De Rosa) dell’omicidio di Paolo Celani, avvenuto nel 2010 a Latina.
Il delitto è avvenuto l’11 gennaio 2010, verso le 4 di notte, quando, all’interno della sua abitazione di Viale Petrarca, il pregiudicato Paolo Celani è stato attinto con colpi d’arma da fuoco da persona ignota, rimanendo gravemente ferito e successivamente trasportato presso il locale ospedale civile. All’interno dell’appartamento il personale della Squadra Mobile, intervenuto nell’immediatezza dei fatti, aveva trovato 2 bossoli per pistola calibro 45.
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Il 25 giugno successivo, a causa delle complicazioni insorte conseguentemente all’attentato subito, Celani morì presso l’ospedale civile di Latina “Santa Maria Goretti” ed il suo omicidio rimase irrisolto.

Il cold case è stato riaperto a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto, ex affiliato al clan Ciarelli e genero del boss Ferdinando “Furt” Ciarelli, rese ai Pubblici Ministeri della DDA Luigia Spinelli e Giuseppe Gualtieri. Il fascicolo è stato poi trasferito per competenza alla Procura di Latina e assegnato ai sostituti procuratori Giuseppe Miliano e Martina Taglione.
Le capillari indagini condotte dalla Squadra Mobile tra maggio e agosto 2023 avevano consentito di appurare il movente del delitto, da determinarsi nella mancata restituzione di un orologio di pregio di cui l’odierna indagata, Giulia De Rosa, aveva chiesto la restituzione a Celani, in quanto il figlio della donna lo aveva consegnato a quest’ultimo a sua insaputa, per l’acquisto di un modico quantitativo di sostanza stupefacente.
Gli indizi assunti hanno portato a ritenere che la donna avesse incaricato dell’atto punitivo l’uomo destinatario della misura cautelare, Marco Ranieri.
I gravi indizi di colpevolezza acquisiti nel corso delle indagini hanno consentito ai Pubblici Ministeri di richiedere al giudice per le indagini preliminari Mara Mattioli una misura cautelare che è stata concessa ed eseguita in data odierna. Alla donna l’ordinanza è stata notificata presso il carcere dove si trova reclusa per altro procedimento (spaccio di sostanze stupefacenti), mentre l’uomo è stato rintracciato a Latina, attualmente ricoverato all’ospedale di Latina.
Marco Ranieri è padre dei fratelli Manuele e Mirko Ranieri, pluripregiudicati anche loro e in carcere per l’omicidio di Nicolas Giuroiu. “Cipolla” De Rosa, invece, recentemente condannata col rito abbreviato a 16 anni di reclusione per spaccio, è da sempre una spacciatrice conclamata nel capoluogo pontino. La sua roccaforte, insieme alla famiglia, è il quartiere popolare in zona Cimitero, a Latina.
Il nome di Celani era rimbombato in un’aula della Corte d’Assise del Tribunale di Latina ad aprile 2023 nel corso di un’udienza del processo sull’omicidio di Massimiliano Moro, avvenuto il 25 gennaio 2010. Paolo Celani fu ferito nella notte dell’11 gennaio 2010 e morì presso l’ospedale Santa Maria Goretti il 28 giugno 2010, a causa dell’attentato subito in Via Petrarca, a Latina, a due passi dal Tribunale. Celani sarebbe morto in seguito a una delle operazioni chirurgiche dovute a quell’attentato.
Già 15 anni fa fu indagato per l’episodio Marco Ranieri, trovato in possesso di un arsenale di armi riposto in una cantina riconducibile a un altro abitante del condominio. C’era di tutto, da fucili a canne mozze a pistole, oltreché a tante munizioni. Ranieri, peraltro, fu anche destinatario dopo gli spari a Celani, di diversi attentati: un’auto bruciata, una bomba rudimentale piazza vicino la sua abitazione e alcune scritte minacciose. Per quanto riguarda le armi, invece, è noto che anche i figli, Manuel e Mirko, condannati per l’omicidio Giuroiu, sono conosciuti negli ambienti criminali come in grado di avere reperibilità di armi. Questo è almeno ciò che emerge anche dal processo che si è svolto e che ha visto imputati, per concorso nell’omicidio Giuroiu, i fratelli Angelo e Salvatore Travali al cui clan i due fratelli, secondo la DDA, sarebbero stati legati. Alla fine, i due fratelli Travali sono stati assolti.

L’inchiesta sugli spari a Celani, ad ogni modo, fu archiviata dalla Procura di Latina in ragione di uno scarso quadro indiziario. All’epoca, Ranieri, che abitava vicino alla casa in cui è stato attinto Celani, fu anche arrestato, anche se venne rilasciato in assenza di piste solide da battere.
A gennaio 2010, ad ogni modo, Celani fu attinto da tre proiettili calibro 45 a notte fonda. La Polizia non identificò mai gli attentatori, né tantomeno i mandanti. Poi, a giugno 2010, già sofferente per alcuni problemi di salute, l’allora 46enne fu ricoverato nel nosocomio pontino fino al peggioramento delle sue condizioni e alla morte. Nel mezzo, a maggio 2010, Celani e Ferdinando Ciarelli detto “Furt” (appartenente all’omonimo clan) furono arrestati dalla Squadra Mobile di Latina per usura e estorsione.
Secondo le indagini dell’epoca condotte dalla Polizia di Stato, i colpi contro Celani furono esplosi mentre lui si trovava a casa. Celani fu svegliato nella notte da rumori provenienti dall’esterno e, dopo essersi affacciato dalla finestra della camera da letto, fu ferito da alcuni colpi d’arma da fuoco che lo raggiunsero all’addome e a un braccio. La notte degli spari, la Polizia ritrovò anche una Fiat Uno rubata, data alle fiamme e lasciata a Borgo Faiti: secondo le indagini dell’epoca, l’auto sarebbe stata utilizzata per compiere l’attentato a Celani in Via Petrarca.
L’omicidio, benché non sia mai stato risolto, è stato inserito nel contesto della cosiddetta guerra criminale pontina. Vicino al clan Ciarelli, Celani avrebbe pagato con la vita nell’ambito di quella che ormai tutti ricordano come la mattanza di Latina tra gruppi rom (Ciarelli e Di Silvio) e malavita latinense (Moro, Nardone, Maricca) contrapposti tra di loro. Tuttavia, c’è da fare un distinguo: l’attentato a Celani avviene 14 giorni prima di quello ai danni di Carmine Ciarelli detto Porchettone avvenuto la mattina del 25 gennaio davanti al bar Sicuranza del Pantanaccio (la roccaforte di Porchettone), da cui, come noto, scaturì la reazione dei clan rom e l’alleanza vendicatrice tra il clan Ciarelli e i due rami del clan Di Silvio (Campo Boario e Gionchetto).
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E proprio il contesto di quella guerra, per cui sono stati uccisi Fabio Buonamano detto Bistecca (condannati con sentenza passata in giudicato Costantino Di Silvio detto “Patatone” e Giuseppe Di Silvio detto “Romolo”) e Massimiliano Moro, oltreché al consumarsi di diverse gambizzazioni, ferimenti e dell’usura violenta di personaggi messi sotto strozzo, è stato ripercorso dal collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto.
Il 35enne di Latina, ex affiliato al clan Ciarelli poiché marito di Valentina Ciarelli, figlia del boss Ferdinando Ciarelli detto “Furt”, ha parlato di Paolo Celani. Il collaboratore di giustizia ha spiegato che, dopo il matrimonio, preceduto da fuitina con l’attuale moglie, fu accettato dal clan Ciarelli, in particolare, ovviamente, dal suocero “Furt”, descritto da Pradissitto stesso come il vero leader del sodalizio rom del Pantanaccio. “Di lì a breve – ha detto in Aula Pradissitto, interrogato dal Pm della Procura/Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Luigia Spinelli – decisi di far parte del suo mondo e mi fece incontrare con Paolo Celani, padre di Valentina Travali, che era persona vicino a Furt e spacciava con la sua protezione. Cominciai l’attività con Celani nello spaccio, mio suocero mi diede la casa a Santa Maria Goretti, poi il giro di spaccio si è allargato e vendevo all’ingrosso”.
Un passaggio che conferma di come Celani fosse un uomo fidato del clan Ciarelli. In quei mesi caldi del 2010, quando si sparò e si uccise, il clan del Pantanaccio aveva subito, quindi, non solo l’attentato contro Carmine Ciarelli, ma anche il ferimento di un affiliato di peso come il medesimo Celani.
Senza contare che Paolo Celani aveva avuto da Maria Grazia Di Silvio, la figlia Valentina Travali. È in uno dei verbali resi alla DDA di Roma che Pradissitto aveva parlato di Celani, padre biologico di Valentina Travali, anche lei nota a cronache e forze dell’ordine e tuttora sotto processo per mafia nel procedimento denominato “Reset”. Il 13 ottobre 2021, nel periodo dei sei mesi previsti dalla legge nel quale Pradissitto ha parlato agli inquirenti dopo la scelta di collaborare con lo Stato, il 33enne spiega che “quando sono uscito in semilibertà o per permessi io e Valentina ci sentivamo sempre su Facebook o Messenger. Io mi informavo su come stessero i fratelli, ma non parlavamo di attività criminali. Poi lei è la vera figlia di Paolo Celani e lei sa che io volevo vendicare la morte del padre anche se poi non è stato possibile, quindi i rapporti tra noi sono sempre stati buoni”.
L’inchiesta sul delitto Celani ha preso le mosse da ulteriori dichiarazioni di Pradissitto che gli investigatori hanno riscontrato, ascoltando persone che possono sapere i fatti dell’epoca. Interrogatori e la valorizzazione di intercettazioni hanno portato agli arresti di “Cipolla” e Ranieri.
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