Palazzo Malvaso, la Cassazione conferma la condanna rimediata in Corte d’Appello dall’ex consigliere comunale di Latina, Vincenzo Malvaso
La Cassazione, rigettando il ricorso presentato dagli avvocati difensori di Vincenzo Malvaso, Renato Archidiacono e Franco Coppi, ha reso definitiva la condanna a 6 mesi per l’imprenditore edile di Latina, coinvolto negli scorsi anni in più indagini.
A febbraio, la Corte d’Appello aveva condannato alla pena di 6 mesi per le violazioni di natura urbanistica l’ex consigliere comunale di Forza Italia, Vincenzo Malvaso, il quale aveva rimediato il non doversi procedere per l’estinzione del reato di abuso d’ufficio, così come voluto dalla riforma Nordio.
Come noto, a differenza del coimputato, l’ex assessore della Giunta Di Giorgi, Giuseppe Di Rubbo, Malvaso aveva rinunciato alla prescrizione. L’imputato fu consigliere comunale a Latina tra il 2011 e il 2015.
A settembre 2024, gli effetti della riforma Nordio si erano fatti sentire anche in provincia di Latina e, come prevedibile, a beneficiarne era stato un esponente politico ed ex amministratore, ossia i più colpiti dall’ormai abolito abuso d’ufficio. In ragione di questa abolizione voluta dal Governo Meloni, dal centrodestra e dal ministro della giustizia Carlo Nordio, l’attuale coordinatore provinciale di Forza Italia, Giuseppe Di Rubbo, era stato assolto dal reato di abuso d’ufficio perché il fatto non è più previsto dalla legge.
Fu questo il responso della Terza Sezione della Corte d’Appello di Roma che era chiamata a giudicare Giuseppe Di Rubbo, in qualità di ex assessore all’urbanistica del Comune di Latina all’epoca dell’amministrazione di centrodestra targata Di Giorgi. Di Rubbo era assistito dagli avvocati Giuseppe Poscia e Alessandro Paletta.
I due esponenti politici di Latina, Vincenzo Malvaso e Giuseppe Di Rubbo, erano stati coinvolti entrambi nel maxi processo denominato “Olimpia” che portò agli arresti di politici, amministratori e imprenditori del capoluogo nel novembre 2016. Come noto, il processo si è concluso tra prescrizioni e l’abolizione del reato dell’abuso d’ufficio voluto dal Ministero della Giustizia Carlo Nordio; per Malvaso, invece, c’è stata un’assoluzione, confermata successivamente anche dalla Corte d’Appello.
Da una costola di quella maxi indagine scaturì, a carico di Malvaso e Di Rubbo, anche il processo per abuso d’ufficio e violazione delle norme urbanistiche in merito alla realizzazione del palazzo di via Piave a Latina, sequestrato nuovamente lo scorso 30 marzo 2024 e per il quale è stato incardinato recentemente il nuovo processo.
L’attuale coordinatore provinciale di Forza Italia, Giuseppe Di Rubbo, e l’ex consigliere comunale, un tempo vice-presidente della commissione urbanistica del Comune di Latina, Vincenzo Malvaso, furono condannati a luglio 2017 dall’allora giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Pierpaolo Bortone. Un anno e otto mesi di reclusione per l’ex consigliere comunale Vincenzo Malvaso, un anno di reclusione per l’ex assessore Giuseppe Di Rubbo. A distanza di anni dai fatti, i reati erano comunque prescritti, compreso l’abuso d’ufficio di Di Rubbo.
La vicenda del cosiddetto palazzo Malvaso è tornata all’attenzione dell’opinione pubblica non solo per il nuovo sequestro, ma anche per l’interlocuzione tra lo stesso ex esponente forzista e l’amministrazione Celentano. Malvaso, infatti, ha ottenuto dal Tar l’annullamento dell’ordine di demolizione dello stabile in Via Piave e, in cambio del mancato ricorso al Consiglio di Stato da parte del Comune, ha rinunciato a chiedere i danni all’ente di Piazza del Popolo. Un do ut des che ha fatto discutere, tanto più che nella Giunta Celentano siede il nipote di Malvaso, l’attuale assessore alle Attività Produttive, Antonio Cosentino.
Ad ogni modo, sulla condanna a 6 mesi per violazioni urbanistiche, la Corte Suprema ha messo la parola fine rigettando il ricorso presentato perché, a parere della difesa, “non si sarebbe tenuto conto della consulenza tecnica di parte attestativa della conformità alla disciplina urbanistica di quanto attestato nel permesso di costruire”, oltreché a contestare “la tesi formulata in sentenza della macroscopica illegittimità del permesso di costruire e quindi della sua inesistenza sostanziale”.
Di parere diverso gli ermellini che danno ragione alla Corte d’Appello che “in adesione anche con la conforme sentenza di primo grado, ha ripercorso le ragioni, complessive, della abusività dell’opera, in sintesi riconducibili alla assenza di un’adeguata e legittima variazione del precedente PPE, limitativo e
impeditivo della edificazione concretamente realizzata, nonché alla insistenza dell’opera stessa, altresì, in area di rispetto inedificabile, in violazione persino della illegittima “variante” al PPE del 1987 realizzata con delibere di giunta comunale”.
La Cassazione ritiene che i giudici “hanno valorizzato non semplicemente il dato della qualità del Malvaso quale committente dell’opera che ha firmato la richiesta del permesso di costruire corredata della falsa attestazione, bensì anche le sue particolari conoscenze in materia, tali da renderlo certamente diverso da un comune cittadino e, piuttosto, un soggetto esperto: in ragione sia dell’avvenuto espletamento, da parte sua, della funzione di Vice Presidente della Commissione urbanistica comunale che indicò le
linee guida da seguire per il calcolo della volumetria nelle aree dei delineati comparti edificatori e in cui rientrò quella di cui all’opera edilizia in parola, tra cui quelle riguardanti le contestate esclusioni di volumi edificatori (statuizioni peraltro richiamate nelle 2 delibere di giunta Comunale illegittime), sia dell’esercizio della professione di costruttore edile e titolare della società di costruzione edilizia beneficiaria del permesso”.
