TASSI D’USURA STELLARI ALL’IMPRENDITORE SOFFOCATO: CHIESTE LE CONDANNE PER GANGEMI E IL PRESTANOME

Sergio Gangemi
Sergio Gangemi

Quasi concluso il processo per usura in cui è imputato Sergio Gangemi e uno di coloro che viene considerato come suo prestanome

Non è stato esaminato come testimone Pasquale Lombardi, destinatario a settembre 2025 di un maxi sequestro milionario. Sono state ritenute, infatti, sufficient le dichiarazioni già rese in altra fase del procedimento penale. Pasquale Lombardi, nato a Sezze, ma gravitante da sempre nell’area romana (più volte coinvolto in inchieste e processi come quello, ad esempio, sul clan Fragalà di Pomezia), è attualmente detenuto e già operante nel settore della rivendita di auto di lusso nella zona di Pomezia. Sodale di Antonio Nicoletti detto “Tony”, figlio di Enrico Nicoletti, l’uomo considerato il cassiere della Banda della Magliana, è stato condannato nel filone romano dell’operazione “Assedio”, la stessa inchiesta che ha portato agli arresti del clan apriliano di Patrizio Forniti, per cui è stato già condannato Sergio Gangemi condannato in ordine al reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il processo odierno è quello che vede sul banco degli imputati il succitato imprenditore contiguo alla ‘ndrangheta reggina, trapiantato tra Latina, Aprilia e Roma, Sergio Gangemi, difeso dagli avvocati Pierpaolo Dell’Anno e Gianluca Agostini e uno degli uomini considerato suo prestanome, Vittorio Gavini, assistito dall’avvocato Luca Giudetti.

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Nell’udienza odierna, il procuratore aggiunto di Latina, Lugia Spinelli, ha svolto la sua requisitoria.

La vicenda che vede coinvolto una vittima deceduta è stata ricostruita sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Basilio Bucciarelli. Quest’ultimo, nell’interrogatorio reso in data 21 luglio 2022, ha riferito di essere a conoscenza dell’attività illecita posta in essere da Antonio Nicoletti (Tony, figlio del cassiere della Magliana, Enrico Nicoletti), Sergio Gangemi e Pasquale Lombardi: “So che i tre avevano in piedi una attività di usura nei confronti della vittima”, circostanza ribadita il 26 ottobre dello stesso anni: “So che questa persona è sempre stata vittima di Lombardi. Da quello che io ho capito Lombardi e Nicoletti procuravano clienti a Gangemi per prestiti ad usura. ln proposito posso dire che anche la vittima fu portato da Lombardi a Gangemi. ln proposito ho consegnato una registrazione avvenuta tra me e il figlio della vittima. Da tale dialogo si capisce chiaramente che la vittima era sottoposto a usura ad opera dei tre”. La vittima, nel processo odierno, si è costituita parte civile e già è stata parzialmente risarcita da Gangemi

Quanto riferito dal collaboratore trova piena conferma nelle indagini che hanno individuato tra i debitori maggiormente esposti verso Sergio Gangemi, proprio la vittima citata. Quest’ultimo, infatti, tra il 2015 ed il 2016, ha ricevuto dal Gangemi la somma di circa 300 mila euro, a fronte della quale, a 4 anni dall’erogazione, aveva restituito, oltre alla quota capitale, 80mila euro di interessi.

Il processo pontino che vede coinvolti Gangemi (video-collegato dal carcere di Civitavecchia) e Vittorio Gavini,si incentra, tra le altre cose, anche su un sequestrò di 80 assegni nella cassaforte dell’ufficio di Gavini, sede della società Spazio Food Uno spa (intestata all’ex moglie di Gangemi, Gioia De Santis), medesimo palazzo dove all’epoca viveva Sergio Gangemi. L’accusa imputa un’usura messa in piedi da Gangemi e Gavini ai danni di un imprenditore, arrivando a un tasso astronomico del 474,50%. La storia comincia nel 2011 quando l’imprenditore, poi vittima, chiede ai due un prestito di 200mila euro che avviene effettivamente attraverso bonifico bancario. La restituzione viene fissata in 42 giorni tramite due assegni bancari, uno da 200mila euro, l’altro da 30mila euro. Tasso d’interessi: 130%. Un’enormità, già di per sé da usura.

Poi, non paghi, i due – Gavini e Gangemi -, qualche giorno dopo, avrebbero alzato il tiro chiedendo stavolta alla vittima 330 mila euro e aumentando di un colpo, di oltre 100mila euro (da 230mila euro), la restituzione del denaro prestato tramite 3 assegni di 100mila euro con un tasso, come detto, al 474,50%. Oltre a ciò, Gangemi e Gavini avrebbero ottenuto altri 5 assegni, di cui uno in bianco poi compilato con la cifra di 300mila euro; per gli altri 4 assegni, si “accontentarono” della somma di 5000 euro ciascuno. In tutto circa 830mila euro, come ricostruito dal pm Lugia Spinelli che ha ricordato di come a presentare l’imprenditore vittima a Gangemi era stato Antonio Nicoletti. Gangemi e la vittima si incontrarono per la prima volta nella sede di Spazio Food (società sequestrata e confiscata nell’ambito della misura di prevenzione personale ai danni di Gangemi e di cui Gavini era amministratore), il locale menzionato più volte in diverse inchieste per incontri opachi tra lo stesso Gangemi e altri soggetti.

Secondo la confisca milionaria subita da Gangemi, Vittorio Gavini è considerato uno dei prestanome dell’uomo di origine calabrese. Gavini era intestatario della Beam srl, oltreché ad aver eseguito alcune operazioni giudicate sospette, poiché impiegavano capitali ritenuti di dubbia provenienza, con la IMM.G. Spa e la Light for Life srl basata a Craiova in Romania.

Ad ogni modo, nel corso della requisitoria di oggi, 8 maggio, il pm Spinelli ha sviscerato le modalità di usura applicate alla vittima, tra cuila pretesa di restituire denaro e di rinegoziare il debito. Un modus che il magistrato ha definito come tipico dell’usura. “Una vicenda usuraria ai danni di un imprenditore in stato di bisogno”.

Nella requisitoria, sono state ricordate le vicende giudiziare di Gangemi, tra cui la condanna a oltre 7 anni per estorsione e usura col metodo mafioso, in concorso con un personaggio del calibro di Patrizio Forniti. Anche in quel caso c’era di mezzo la Spazio Food come centro di comando delle azioni criminali. Ad essere menzionata, naturalmente, la condanna nel processo “Assedio”. Condotte che inseriscono in un quadro più ampio come la sentenza di Reggio Calabria in cui Sergio Gangemi è stato condannato per associazione mafiosa dedita al riciclaggio e alle estorsioni.

Al termine di una requisitoria durata poco meno di un’ora, il pm Spinelli ha chiesto la condanna per Gangemi a 1 anno e 2 mesi di reclusione (pena più bassa perché in continuazione dei reati riferibili alle sentenze di Reggio Calabria e all’estorsione mafiosa con Forniti), più 2mila euro di multa, e per Gavini a 2 anni e 3 mesi di reclusione, più 5mila euro di multa. Per entrambi concesse le attenuati generiche.

Il prossimo 25 giugno si svolgeranno le arringhe difensive, dopodiché il terzo collegio del Tribunale di Latina, composto dai giudici La Rosa-Mongillo-Ciccone, emetterà la sentenza.

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