OMICIDIO DI VIA PETRARCA, PRADISSITTO: “RANIERI MI DISSE CHE SPARÒ A CELANI PERCHÈ OBBLIGATO DA GIULIA DE ROSA”

Marco Ranieri
Marco Ranieri

Prosegue il processo per i due imputati accusati di essere mandante e autore materiale dell’omicidio avvenuto a Latina nel 2010

È proseguito oggi, 15 settembre, con l’escussione di altri testimoni dei pubblici ministeri Martina Taglione e Giuseppe Miliano – titolari dell’indagine condotta dalla Squadra Mobile di Latina – nel processo che vede al centro l’omicidio di Paolo Celani, cui ferimento è avvenuto a Latina l’11 gennaio 2010 in viale Petrarca 81, a Latina e la morte è sopraggiunta sei mesi dopo, a giugno 2010. Un ferimento e un omicidio avvenuti in in un particolare periodo a Latina, dove si consumava la guerra criminale tra i clan rom e la malavita non rom del capoluogo.

Il processo si tiene dinanzi alla Corte d’Assise, presieduta dal giudice Mario La Rosa, a latere la collega Eugenia Sinigallia e la giuria popolare. Sul banco degli imputati, accusata di essere stata la mandante, la 52enne pluri-pregiudicata Giulia De Rosa detta “Cipolla e colui che è ritenuto l’esecutore materiale, il 60enne, anche lui pluri-pregiudicato Marco Ranieri, arrestati nella primavera 2025 per il delitto di Celani avvenuto 16 anni fa. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Oreste Palmieri, Marco Nardecchia, Giancarlo Vitelli e Alessia Righi. Entrambi, Ranieri e De Rosa, sono detenuti. Dopo l’arresto, sia Ranieri che De Rosa si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia che si è svolto davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli. Ranieri è stato interrogato presso l’ospedale “Santa Maria Goretti” di Latina dove si trovava ricoverato per problemi di salute. L’uomo, con un passato a Roma e processato negli anni novanta nell’operazione Colosseo (Banda della Magliana), ha voluto rilasciare dichiarazioni spontanee, professandosi innocente e sostenendo di non avere nulla a che fare con l’omicidio di Paolo Celani, di cui lui è considerato l’esecutore materiale da parte degli inquirenti.

Paolo Celani
Paolo Celani

Ad essere escusso dai pubblici ministeri Taglione e Miliano per circa quattro ore, e a distanza di sedici anni dai fatti, è stato il collaboratore di giustizia, ex affiliato al clan Ciarelli in quanto marito del boss Ferdinando Ciarelli detto “Furt”, Andrea Pradissitto, al momento detenuto per il tentato omicidio di Fabrizio Marchetto, l’omicidio di Massimiliano Moro e altri reati tra cui usura ed estorsioni.

Pradissitto ha riferito di una festa dopo una “fuitina” fatta con l’attuale moglie Valentina Ciarelli. La famiglia di quest’ultima, dopo l’arrabbiatura iniziale, accettò l’unione e celebrò il legame con questa festa a cui era presenta anche Paolo Celani. “Io lui lo conoscevo da quando ero piccolo perché giocavo a basket e lui era il custode del Palazzetto a Latina”. Pradissitto si sposò con la figlia di “Furt” a ottobre 2009.

Diverse le domane del pubblico ministero rivolte ad Andrea Pradissitto sugli organigrammi criminali delle famiglie Ciarelli e Di Silvio di Campo Boario, quella capeggiata da Armando Di Silvio detto Lallà. All’epoca dei fatti raccontati, ossia nel 2009, le due famiglie erano in armonia dopo che, in passato, c’era stata una guerra tra i Ciarelli e i Di Silvio: “Mio suocero Ferdinando Ciarelli detto Furt rapì mia suocera Rosaria Di Silvio. I Ciarelli cacciarono i Di Silvio dal quartiere Pamtanaccio”. Una sorta di quadro da archeologia criminale di Latina: “Da quando io frequento quell’ambiente, però, sono sempre andati d’accordo. Si sono riappacificati a metà degli anni Novanta”.

Dopo il matrimonio con Valentina Ciarelli, Pradissitto spiega che il suocero “Furt” gli mise a disposizione una persona fidata per iniziare lo spaccio a Latina: “Era Paolo Celani, la persona di cui mio suocero aveva più fiducia. Era stato anche il padrino del figlio di “Furt”, Roberto Ciarelli. Era una persona di famiglia e poteva entrare a casa di mio suocero anche senza la sua presenza”. Pradissitto chiarisce: “Celani aveva un suo giro di spaccio, mentre per mio suocero trovava persone per usura e estorsioni. Mio suocero, all’epoca, aveva sotto strozzo un ristoratore e mi propose di prendere in gestione il locale. Io, però, ho preferito occuparmi di spaccio ed estorsioni”. “Furt” diede indicazioni a Pradissitto di lavorare con Paolo Celani nel mondo dello spaccio di droga.

Secondo Pradissitto, “Furt e Celani si conoscevano da decenni, un’amicizia trentennale”. Quando Pradissitto si mise in affari con Celani, “quest’ultimo era addentro ai giri criminali e aveva anche contatti col mondo del calcio. Ha sempre frequentato la curva del Latina Calcio. Se volevamo chiedere di entrare a vedere la partita, a noi ragazzini faceva entrare. Inoltre, Celani era in rapporti con tanti piccoli imprenditori di Latina i quali, in difficoltà, si rivolgevano a lui. Li presentava a mio suocero che prestava loro i soldi: la maggior parte dei prestiti usurari derivavano dal loro legame”.

La vicinanza tra “Furt” Ciarelli e Celani faceva sì che quest’ultimo non fosse toccato da nessuno a Latina: “Mio suocero era il vertice del crimine a Latina. Dall’amicizia con mio suocero, Celani aveva benefici economici e aveva avuto la sua casa. La stessa mia abitazione era intestata a Celani e lo stesso Paolo mi diceva di aver avuto la sua casa grazie a Ferdinando Ciarelli”. Celani, tramite il potente amico, aveva ricevuto anche orologi e un’auto: “Paolo, in passato, aveva fatto uso di droga”. Ad ogni modo, secondo Pradissitto, Celani aveva un rapporto quasi paritario com “Furt” Ciarelli: “Tra loro due parlavano in faccia. Anchei i figli di “Furt” avevano paura del padre: una volta il figlio Macù sparì per dieci giorni perché aveva sbagliato una giocata da 10 euro per la schedina”.

Il collaboratore di giustizia è stato chiamato a raccontare del giro di spaccio che aveva messo su. Affari che andavano avanti in una discoteca a Latina, a Terracina e in altre zone: “Mi mise a disposizione anche un altro uomo di Latina, Gianni Izzo. Mio suocero non ha mai capito molto di spaccio, ma mi aiutò nei contatti con chi poteva aiutarmi”.

Quando fu ferito Celani, Pradissitto dice che “ci riunimmo per comprendere. Non capivamo da dove potesse essere arrivato questa azione. Io ne venni a sapere tramite i giornali perché lo spararono di sera. Quando ho saputo di questa notizia, rimasi stupito. Spensi subito il telefono perché avevo paura che per indagare sull’omicidio intercettassero anche me che avevo rapporti con Celani per lo spaccio”.

Il collaboratore di giustizia racconta di essere andato anche all’ospedale per capire cosa fosse successo: “Mio suocero mi disse anche lui che non se l’aspettava una cosa del genere e non sapevo chi potesse essere stato a sparare contro Celani”. Una volta arrivato nel nosocomio, Pradissitto incontrò Valentina Travali, figlia biologica di Paolo Celani, e la compagna della vittima: “Era lì e piangeva”. Pradissitto racconta di come “Furt Ciarelli non si attivò per capire chi avesse sparato a Celani. Io ci rimasi molto male perché mi aspettavo altro, vidi indifferenza. Mi aspettavo che mio suocero si attivasse per una maggiore ricerca delle persone colpevoli dello sparo. Loro sono così: quando toccano un rom si attivano, per gli altri c’è menefreghismo”. In ospedale, Pradissitto apprese delle condizioni di Celani: “Mi dissero che era stabile. Poi parlai con Valentina Travali e le chiesi se sapeva qualcosa, ma lei non era a conoscenza di chi avesse potuto sparare al padre”.

Nei giorni seguenti, Pradissitto fu chiamato da Alessandro Zof, Francesco Viola e Corrado Giuliani, “i quali mi dissero che sarebbero stati a disposizione per vendicare gli spari contro Celani che era una persona di famiglia ed era un socio che mi faceva guadagnare: con lui entravano soldi facili. Io avrei voluto sapere chi era stato per poi, quantomeno, sparare e vendicarmi”.

A seguito del ferimento di Celani, Pradissitto ebbe conseguenze economiche in quanto le attività di spaccio si rallentarono: “Ho dovuto premere su molti debito che poi hanno denunciato. Non ho trovato altri canali di reperimento della droga perché era con lui che lavoravo”.

Una volta che fu dimesso dall’ospedale, Celani si recò alla casa di Andrea Pradissitto: “Faceva fatica a camminare, mi sembrò che fosse con una tuta larga, aveva ciabatte e stampelle. Era fine gennaio, già c’era stato il tentato omicidio di Carmine Ciarelli al Pantanaccio”.

Sul ferimento di Celani, Praddissitto racconta: “Celani mi disse che Marco Ranieri era andato da lui a prendere l’orologio Rolex che Cesare De Rosa gli aveva dato per un debito di droga da pochi grammi di cocaina. L’azione criminale era stata ordinata da Giulia De Rosa, madre di Cesare, dopo che Celani aveva detto a Ranieri che non avrebbe dato indietro nessun orologio, se non gli fossero stati pagati i soldi della droga. Mi dissero che l’incontro tra Ranieri e Celani era avvenuto prima di Natale”.

Cesare De Rosa sarebbe andato da Celani a comprare la droga, perché, secondo Pradissitto, la madre, pur addentro nello spaccio della droga, non gli avrebbe mai dato o ceduto sostanza stupefacente. “Celani mi disse che avrebbe detto a Ranieri che i De Rosa, per avere indietro l’orologio, avrebbero dovuto pagare il valore dell’oggetto. Ranieri se ne andò via contrariato”.

Praddissitto spiega che “Marco Ranieri io non lo conoscevo bene all’epoca. Noi Ciarelli non lo consideravamo, ma sapevamo che faceva parte del giro di Giulia De Rosa. Io non lo avevo mai incontrato”. Sarebbe stato un pregiudicato di Latina, Cristian Liuzzi, a dire a Pradissitto del legame tra Ranieri e Giulia De Rosa detta “Cipolla”. In un episodio del 2009, Pradissitto racconta che Marco Ranieri avrebbe sparato contro l’auto del fratello di Liuzzi per problemi inerenti allo spaccio di droga: “Gli spari contro l’auto avvennero nella strada del cimitero. Il fratello di Liuzzi non venne colpito e la vicenda non finì sui giornali, anche perché non furono chiamati né soccorsi né forze dell’ordine. Fu proprio il fratello di Liuzzi a riconoscere in Ranieri come colui che aveva sparato. Secondo i Liuzzi, gli spari di Ranieri erano stati causati da alcuni screzi avuti con Giulia De Rosa”.

A questa azione di fuoco, ci fu un progetto di risposta: “Liuzzi chiamò me e Ferdinando Di Silvio detto Pupetto e ci disse che aveva realizzato un ordigno artigianale per colpire Giulia De Rosa e Marco Ranieri. Qualche giorno dopo, leggemmo sul giornale che era stata fatta esplodere una bomba. In realtà, Liuzzi si arrabbiò perché aveva sbagliato appartamento. La bomba era indirizzata a Marco Ranieri, il prossimo obiettivo sarebbe stata Giulia De Rosa, per questo Liuzzi chiamò me e Pupetto. Né io, né Pupetto mostrammo interesse”.

Pradissitto, tuttavia, è netto sulle parole che gli avrebbe detto Paolo Celani: “Mi disse che era stato Marco Ranieri a sparare e mi disse che era stata Giulia De Rosa la mandante. Secondo me, Paolo era rimasto deluso dal comportamento di mio suocero”. Dell’orologio e della vicenda, Pradissitto non seppe più nulla: “Dopo poco, mi arrestarono. Io lo vidi solo una volta Celani dopo il ferimento. Io andai da mio suocero Furt Ciarelli e gli riportari che Celani mi aveva detto che gli autori degli spari erano stati Giulia De Rosa e Marco Ranieri. Ma mio suocero, che rimase indifferente ai nomi, mi disse che dovevo stare buono e tranquillo perché Giulia De Rosa era della loro stessa famiglia, ossia dell’etnia rom. Io ci rimasi molto male, ma accettai quello che mio suocero mi aveva ordinato di non fare”.

Negli anni successivi, più volte Pradissitto e “Furt” Ciarelli parlarono più volte dell’omicidio Celani, in particolare una volta quando erano incarcerati insieme a Frosinone nel 2015: “Parlammo del suo mancato intervento verso una persona, Celani, che era uno di noi. Mio suocero ribadì che Giulia De Rosa era una persona di etnia rom e non poteva essere toccata”.

Pradissitto racconta di come, a marzo 2010, una volta detenuto nel carcere di Latina, venne a sapere che c’era anche Marco Ranieri: “Era recluso in reparto per detenuti precauzionale dove erano incarcerati i pedofili e altri soggetti condannati per reati simili. Per questo motivo, in carcere, io ebbi una discussione anche con Ermanno D’Arienzo perché avevamo saputo che riusciva a parlare con Ranieri, anche se a noi non era permesso. D’Arienzo parlava con un detenuto precauzionale e non poteva farlo secondo la legge del carcere. Io rimproverai D’Arienzo perché non poteva parlare con Ranieri e gli chiesi se sapeva della vicenda di Celani”.

In anni successivi, lo stesso Pradissitto commissionò il pestaggio in carcere, a Rebibbia, di Marco Ranieri a due pregiudicati, tra cui Vincenzo Avagliano. “Il pestaggio fu eseguito. Avaglian e un altro ragazzo mi diedero conferma che la cosa era accaduta. Avagliano, infatti, fu spostato dal reparto proprio per l’episodio del pestaggio”.

In un’altra occasione accaduta dopo il pestaggio, Pradissitto spiega: “Incontrai Ranieri in carcere e gli chiesi se era vero che era stato lui a sparare a Celani per ordine di Giulia De Rosa. Ranieri mi disse che era stato obbligato da lei a sparare a Celani”. Di questo episodio, Pradissitto parlò anche con Pasquale Ciarelli e Armando Di Silvio detto Lallà: “Dalle loro reazioni, capii che probabilmente già sapevano tutto”.

Il processo riprenderà il prossimo 6 ottobre con il contro-esame di Andrea Pradissitto da parte della difesa. Calendarizzate anche le date del 6 novembre e del 15 dicembre per il proseguo del processo.

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IL CASO – La Polizia di Stato, il 24 marzo 2025, ha proceduto all’arresto dei due imputati: il pluripregiudicato Marco Ranieri e Giulia De Rosa, appartenente alla nota famiglia di etnia rom stanziale sul territorio di Latina e legata al clan Di Silvio. I due sono gravemente indiziati di essere rispettivamente esecutore (Ranieri) e mandante (De Rosa) dell’omicidio di Paolo Celani, avvenuto nel 2010 a Latina.

Il delitto è avvenuto l’11 gennaio 2010, verso le 4 di notte, quando, all’interno della sua abitazione di Viale Petrarca, il pregiudicato Paolo Celani è stato attinto con colpi d’arma da fuoco da persona ignota, rimanendo gravemente ferito e successivamente trasportato presso il locale ospedale civile. All’interno dell’appartamento il personale della Squadra Mobile, intervenuto nell’immediatezza dei fatti, aveva trovato 2 bossoli per pistola calibro 45.

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Il 25 giugno successivo, a causa delle complicazioni insorte conseguentemente all’attentato subito, Celani morì presso l’ospedale civile di Latina “Santa Maria Goretti” ed il suo omicidio rimase irrisolto.

Giulia De Rosa detta Cipolla
Giulia De Rosa detta Cipolla

Il cold case è stato riaperto a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto, ex affiliato al clan Ciarelli e genero del boss Ferdinando “Furt” Ciarelli, rese ai Pubblici Ministeri della DDA Luigia Spinelli e Giuseppe Gualtieri. Il fascicolo è stato poi trasferito per competenza alla Procura di Latina e assegnato ai sostituti procuratori Giuseppe Miliano e Martina Taglione.

Le capillari indagini condotte dalla Squadra Mobile tra maggio e agosto 2023 avevano consentito di appurare il movente del delitto, da determinarsi nella mancata restituzione di un orologio di pregio di cui l’odierna indagata, Giulia De Rosa, aveva chiesto la restituzione a Celani, in quanto il figlio della donna lo aveva consegnato a quest’ultimo a sua insaputa, per l’acquisto di un modico quantitativo di sostanza stupefacente.

Gli indizi assunti hanno portato a ritenere che la donna avesse incaricato dell’atto punitivo l’uomo destinatario della misura cautelare, Marco Ranieri.

I gravi indizi di colpevolezza acquisiti nel corso delle indagini hanno consentito ai Pubblici Ministeri di richiedere al giudice per le indagini preliminari Mara Mattioli una misura cautelare che è stata concessa ed eseguita in data odierna. Alla donna l’ordinanza è stata notificata presso il carcere dove si trova reclusa per altro procedimento (spaccio di sostanze stupefacenti), mentre l’uomo è stato rintracciato a Latina, attualmente ricoverato all’ospedale di Latina.

Marco Ranieri è padre dei fratelli Manuele e Mirko Ranieri, pluripregiudicati anche loro e in carcere per l’omicidio di Nicolas Giuroiu. “Cipolla” De Rosa, invece, recentemente condannata col rito abbreviato a 16 anni di reclusione per spaccio, è da sempre una spacciatrice conclamata nel capoluogo pontino. La sua roccaforte, insieme alla famiglia, è il quartiere popolare in zona Cimitero, a Latina.

Il nome di Celani era rimbombato in un’aula della Corte d’Assise del Tribunale di Latina ad aprile 2023 nel corso di un’udienza del processo sull’omicidio di Massimiliano Moro, avvenuto il 25 gennaio 2010. Paolo Celani fu ferito nella notte dell’11 gennaio 2010 e morì presso l’ospedale Santa Maria Goretti il 28 giugno 2010, a causa dell’attentato subito in Via Petrarca, a Latina, a due passi dal Tribunale. Celani sarebbe morto in seguito a una delle operazioni chirurgiche dovute a quell’attentato.

Già 15 anni fa fu indagato per l’episodio Marco Ranieri, trovato in possesso di un arsenale di armi riposto in una cantina riconducibile a un altro abitante del condominio. C’era di tutto, da fucili a canne mozze a pistole, oltreché a tante munizioni. Ranieri, peraltro, fu anche destinatario dopo gli spari a Celani, di diversi attentati: un’auto bruciata, una bomba rudimentale piazza vicino la sua abitazione e alcune scritte minacciose. Per quanto riguarda le armi, invece, è noto che anche i figli, Manuel e Mirko, condannati per l’omicidio Giuroiu, sono conosciuti negli ambienti criminali come in grado di avere reperibilità di armi. Questo è almeno ciò che emerge anche dal processo che si è svolto e che ha visto imputati, per concorso nell’omicidio Giuroiu, i fratelli Angelo e Salvatore Travali al cui clan i due fratelli, secondo la DDA, sarebbero stati legati. Alla fine, i due fratelli Travali sono stati assolti.

L’inchiesta sugli spari a Celani, ad ogni modo, fu archiviata dalla Procura di Latina in ragione di uno scarso quadro indiziario. All’epoca, Ranieri, che abitava vicino alla casa in cui è stato attinto Celani, fu anche arrestato, anche se venne rilasciato in assenza di piste solide da battere.

A gennaio 2010, ad ogni modo, Celani fu attinto da tre proiettili calibro 45 a notte fonda. La Polizia non identificò mai gli attentatori, né tantomeno i mandanti. Poi, a giugno 2010, già sofferente per alcuni problemi di salute, l’allora 46enne fu ricoverato nel nosocomio pontino fino al peggioramento delle sue condizioni e alla morte. Nel mezzo, a maggio 2010, Celani e Ferdinando Ciarelli detto “Furt” (appartenente all’omonimo clan) furono arrestati dalla Squadra Mobile di Latina per usura e estorsione.

Secondo le indagini dell’epoca condotte dalla Polizia di Stato, i colpi contro Celani furono esplosi mentre lui si trovava a casa. Celani fu svegliato nella notte da rumori provenienti dall’esterno e, dopo essersi affacciato dalla finestra della camera da letto, fu ferito da alcuni colpi d’arma da fuoco che lo raggiunsero all’addome e a un braccio. La notte degli spari, la Polizia ritrovò anche una Fiat Uno rubata, data alle fiamme e lasciata a Borgo Faiti: secondo le indagini dell’epoca, l’auto sarebbe stata utilizzata per compiere l’attentato a Celani in Via Petrarca.

L’omicidio, benché non sia mai stato risolto, è stato inserito nel contesto della cosiddetta guerra criminale pontina. Vicino al clan Ciarelli, Celani avrebbe pagato con la vita nell’ambito di quella che ormai tutti ricordano come la mattanza di Latina tra gruppi rom (Ciarelli e Di Silvio) e malavita latinense (Moro, Nardone, Maricca) contrapposti tra di loro. Tuttavia, c’è da fare un distinguo: l’attentato a Celani avviene 14 giorni prima di quello ai danni di Carmine Ciarelli detto Porchettone avvenuto la mattina del 25 gennaio davanti al bar Sicuranza del Pantanaccio (la roccaforte di Porchettone), da cui, come noto, scaturì la reazione dei clan rom e l’alleanza vendicatrice tra il clan Ciarelli e i due rami del clan Di Silvio (Campo Boario e Gionchetto).

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E proprio il contesto di quella guerra, per cui sono stati uccisi Fabio Buonamano detto Bistecca (condannati con sentenza passata in giudicato Costantino Di Silvio detto “Patatone” e Giuseppe Di Silvio detto “Romolo”) e Massimiliano Moro, oltreché al consumarsi di diverse gambizzazioni, ferimenti e dell’usura violenta di personaggi messi sotto strozzo, è stato ripercorso dal collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto.

Il 35enne di Latina, ex affiliato al clan Ciarelli poiché marito di Valentina Ciarelli, figlia del boss Ferdinando Ciarelli detto “Furt”, ha parlato di Paolo Celani. Il collaboratore di giustizia ha spiegato che, dopo il matrimonio, preceduto da fuitina con l’attuale moglie, fu accettato dal clan Ciarelli, in particolare, ovviamente, dal suocero “Furt”, descritto da Pradissitto stesso come il vero leader del sodalizio rom del Pantanaccio. “Di lì a breve – ha detto in Aula Pradissitto, interrogato dal Pm della Procura/Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Luigia Spinelli – decisi di far parte del suo mondo e mi fece incontrare con Paolo Celani, padre di Valentina Travali, che era persona vicino a Furt e spacciava con la sua protezione. Cominciai l’attività con Celani nello spaccio, mio suocero mi diede la casa a Santa Maria Goretti, poi il giro di spaccio si è allargato e vendevo all’ingrosso”.

Un passaggio che conferma di come Celani fosse un uomo fidato del clan Ciarelli. In quei mesi caldi del 2010, quando si sparò e si uccise, il clan del Pantanaccio aveva subito, quindi, non solo l’attentato contro Carmine Ciarelli, ma anche il ferimento di un affiliato di peso come il medesimo Celani.

Senza contare che Paolo Celani aveva avuto da Maria Grazia Di Silvio, la figlia Valentina Travali. È in uno dei verbali resi alla DDA di Roma che Pradissitto aveva parlato di Celani, padre biologico di Valentina Travali, anche lei nota a cronache e forze dell’ordine e tuttora sotto processo per mafia nel procedimento denominato “Reset”. Il 13 ottobre 2021, nel periodo dei sei mesi previsti dalla legge nel quale Pradissitto ha parlato agli inquirenti dopo la scelta di collaborare con lo Stato, il 33enne spiega che “quando sono uscito in semilibertà o per permessi io e Valentina ci sentivamo sempre su Facebook o Messenger. Io mi informavo su come stessero i fratelli, ma non parlavamo di attività criminali. Poi lei è la vera figlia di Paolo Celani e lei sa che io volevo vendicare la morte del padre anche se poi non è stato possibile, quindi i rapporti tra noi sono sempre stati buoni”.

L’inchiesta sul delitto Celani ha preso le mosse da ulteriori dichiarazioni di Pradissitto che gli investigatori hanno riscontrato, ascoltando persone che possono sapere i fatti dell’epoca. Interrogatori e la valorizzazione di intercettazioni hanno portato agli arresti di “Cipolla” e Ranieri.

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