OMICIDIO CELANI, L’EX COMPAGNA: “VIDI UNA MANO APRIRE LA FINESTRA E PARTIRONO DUE COLPI. PAOLO SAPEVA CHI GLI AVEVA SPARATO”

Paolo Celani
Paolo Celani

Un cold case riaperto dalla Polizia di Stato di Latina. Prosegue il processo per i due imputati accusati di essere mandante e autore materiale dell’omicidio avvenuto a Latina nel 2010

È proseguito oggi, 29 maggio, con l’escussione di altri testimoni dei pubblici ministeri Martina Taglione e Giuseppe Miliano – titolari dell’indagine condotta dalla Squadra Mobile di Latina – nel processo che vede al centro l’omicidio di Paolo Celani avvenuto a Latina l’11 gennaio 2010 in viale Petrarca 81, a Latina. Il processo si tiene dinanzi alla Corte d’Assise, presieduta dal giudice Mario La Rosa, a latere la collega Eugenia Sinigallia e la giuria popolare.

Marco Ranieri
Marco Ranieri

Sul banco degli imputati, accusata di essere stata la mandante, la 52enne pluri-pregiudicata Giulia De Rosa detta “Cipolla e colui che è ritenuto l’esecutore materiale, il 60enne, anche lui pluri-pregiudicato Marco Ranieri, arrestati nella primavera 2025 per il delitto di Celani avvenuto 16 anni fa. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Oreste Palmieri, Giancarlo Vitelli e Alessia Righi. Entrambi, Ranieri e De Rosa, sono detenuti. Dopo l’arresto, sia Ranieri che De Rosa si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia che si è svolto davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli. Ranieri è stato interrogato presso l’ospedale “Santa Maria Goretti” di Latina dove si trovava ricoverato per problemi di salute. L’uomo, con un passato a Roma e processato negli anni novanta nell’operazione Colosseo (Banda della Magliana), ha voluto rilasciare dichiarazioni spontanee, professandosi innocente e sostenendo di non avere nulla a che fare con l’omicidio di Paolo Celani, di cui lui è considerato l’esecutore materiale da parte degli inquirenti.

Ad essere escussa, a distanza di sedici anni dai fatti, la compagna dell’epoca di Paolo Celani, la quale si trovava nell’appartamento la sera del delitto. Una testimonianza durata quasi tre ore e interrotta anche per una crisi emotiva della donna nel ricordare quei fatti molto dolorosi: alla fin dell’udienza, peraltro, il Tribunale ha acquisito le sommarie informazioni, alla luce delle numerose discrasie con quanto dichiarato oggi.

I due si erano conosciuti presso la cooperativa “Il Gabbiano”, dove Celani era in affidamento. Quella sera, la donna racconta di essere andata a dormire in camera da letto, mentre Celani dormiva in cucina. La loro era una coppia di fatto e motivi di natura privata non dormivano insieme.

“Sentimmo i cani che abbaiavano dal retro del giardino su cui affacciava la camera da letto dove dormivo io. Paolo venne in camera da letto, aprì sia le finestre della cucina che quella della camera da letto. La prima volta non vide niente, anche se Paolo non ci vedeva bene dall’occhio destro”. I due si coricarono di nuovo nei rispettivi letti, ma altri rumori si palesarono subito. “Richiamai subito Paolo e rivenne in camera. Io gli dissi: “Guarda che c’è qualcuno che ha aperto la finestra da fuori”. Io, infatti, ho visto che qualcuno apriva la finestra, poi quando Paolo è arrivato, io e lui abbiamo aperto la finestra di nuovo. È stato un attimo: hanno sparato due volte, dopo ho sentito due tonfi e ho soccorso Paolo”.

Lal finestra era rotta ed è stata aperta dall’esterno, su questo la donna è molta chiara. “Ho visto che hanno sparato e ho visto una mano che apriva la finestra, mi sono spaventata”. Il proseguo è prevedibile: “Paolo si è subito accasciato, perdeva tanto sangue e io l’ho soccorso. Mi disse: “Mi hanno sparato”. Dopo gli spari ho sentito rumori successivi e ho notato la sagoma scura di una persona, forse con un cappello, che andava verso le case popolari. Appena dopo l’esplosione dei colpi, ho sentito due tonfi come se qualcuno scavalcava la recinzione: mi è sembrato che fossero due persone. Intravidi”.

La donna chiamò i soccorsi, aiutata da un altro residente della zona. “Stette tanto in ospedale. Io gli chiesi chi aveva sparato e perché erano venuti a casa mia. Lui mi disse: “Tu non devi sapere niente”. Mi disse di non fidarmi di nessuno, anche delle persone che avevi visto più volte. Non mi coinvolgeva mai nelle cose che riguardavano, non so se abbia mai detto a qualcuno di chi gli aveva sparato. Abbiamo anche litigato perché era accaduta anche una cosa grave e meno male che non c’era la figlia che spesso veniva a casa mia”. Celani, infatti, aveva due figlie: una riconosciuta e una biologica, Valentina Travali, nota pregiudicata e sorella dei fratelli Angelo e Salvatore Travali, con i quali condivide la madre Maria Grazia Di Silvio.

La donna ha raccontato che Celani “forse spacciava droga e per un periodo si era messo in società con un Ciarelli”. A domanda diretta, la donna, che aveva conosciuto Celani nella cooperativa “Il Gabbiano”, che faceva lavorare i pregiudicati in affidamento, risponde chiaramente: “Sì Ferdinando “Furt” Ciarelli veniva qualche volta a casa. Tra lui e Paolo c’era un’amicizia, avevano un’attività di mozzarelle insieme e si erano conosciuti alla cooperativa “Il Gabbiano”. A me non piacevano le frequentazioni che aveva Paolo. Ciarelli era pressante, veniva spesso a casa mia. Tanti ragazzi venivano e lui si giustificava dicendo che erano persone conosciute alla cooperativa”.

Ascoltata a sommarie informazioni, la donna ha spiegato che “ha sempre avuto il sospetto che Celani spacciasse, visto il via vai delle persone. Vene pure un ragazzo grosso di nome Agostino (nda: l’attuale collaboratore di giustizia Agostino Riccardo). Lo stesso Celani faceva uso di cocaina, anche se non l’ho mai visto perché quando sapevo che sniffava andavo in camera”.

La testimone ha spiegato che Celani e Marco Ranieri si conoscevano, dal momento che la famiglia di quest’ultimo abitava in Via Monti. “Li conoscevo e Paolo frequentava Marco e i famigliari. Con i figli di Ranieri, ci giocava anche la figlia di Paolo”.

La sera del ricovero di Celani, la donna andò s recò in ospedale e trovò anche Andrea Pradissitto, compagno della figlia di Ferdinando “Furt” Ciarelli: “Veniva anche lui ogni tanto a casa nostra. Quella sera, Andrea Pradissitto era molto preoccupato perché amico di Paolo e della figlia di Paolo, Valentina Travali. Pradissitto viveva nella casa popolare di cu era assegnatario Paolo Celani ,in Via GB Grassi al Nicolosi. All’inizio c’era i parenti di Paolo, poi vennero Pradissitto e la figlia di Ferdinando Ciarelli”.

Dopo le dimissioni dall’ospedale di Paolo Celani, Ferdinando “Furt” Ciarelli e la moglie vennero a trovarlo a casa della madre della compagna: “Paolo, però, dopo gli spari, aveva un atteggiamento distaccato. E aveva cambiato atteggiamento anche con Ferdinando. Celani non ha mai voluto dirmi niente di quello che era successo, io capii che aveva capito chi gli aveva sparato, forse lo aveva visto. Lui sapeva chi gli aveva sparato e ci rimase malissimo. Dagli spari, Celani non ebbe più rapporti con chi veniva a casa e con Ciarelli: smise di fare l’attività con le mozzarelle e credo anche con lo spaccio. Sono cambiate tante cose, interruppe piano piano i rapporti con tutti per paura di quello che era successo. Ogni tanto diceva: “Guarda te che mi hanno fatto”. Su una cosa è certa la testimone: “I Ranieri non vennero a trovare Paolo dopo le dimissioni. So che fecero una perquisizione a casa dei Ranieri e che trovarono armi, ma per me possono essere tutti i colpevoli: tutti colpevoli e nessuno è colpevole”.

A casa di Viale Petrarca, quando la coppia tornò dopo la degenza, Paolo Celani trovò un bossolo nella tasca di un cappotto: “Lo diede al fratello che ci fece un ciondolo”.

Nel corso del contro-esame dell’avvocato Vitelli, emerge che la donna ha riferito a sommarie informazioni che Paolo Celani aveva avuto una discussione con il pregiudicato Antonio Mazzucco detto “Tulò”, coinvolto recentemente nell’operazione “Pac-Man”: “Sì ma non credo che fosse una cosa importante. Erano amici e litigarono”.

Leggi anche:
OMICIDIO CELANI, SI APRILE IL PROCESSO. RANIERI RIBADISCE: “NON HO UCCISO IO PAOLO, NON AVEVO NESSUN MOTIVO”

Prima della ex compagna, nell’udienza sono stati ascoltati anche un poliziotto, all’epoca in servizio presso la Questura di Latina. L’agente, recandosi sul luogo della sparatoria, aveva visto una forzatura alla porta d’ingresso dell’abitazione in Viale Petrarca. Ascoltato anche il consulente balistico dell’epoca che fece accertamenti sui bossoli e sulle munizioni della calibro 45 trovata a casa di Ranieri, insieme a tante altre armi non compatibili con ciò che era stato trovato dopo il ferimento di Celani. Il consulente ha ha spiegato che, a seguito degli accertamenti, l’arma ritrovata da Ranieri non era la stessa che aveva sparato due colpi contro Celani.

Nel corso dell’udienza, il Tribunale ha dovuto rinunciare a nominare il perito individuato per le trascrizioni delle intercettazioni in lingua rom. Il motivo è vagamente inquietante? Il perito non voleva esporsi e voleva mantenere l’anonimato. Una circostanza non attuabile in quanto la nomina del perito deve avvenire alla presenza delle difese.

Escusso come testimone anche Dario Campagna, ex presidente della cooperativa Il Gabbiano che ospitò Paolo Celani quando era in affidamento. Celani si occupava di aprire e chiudere la palestra per far allenare i ragazzi alla pallacanestro e faceva le pulizie alla cooperativa. Con Celani, all’epoca, alla cooperativa, c’era anche Ferdinando Ciarelli detto “Furt”: entrambi furono arrestati estorsione e usura in concorso nel 2010, dopo gli spari di Viale Petrarca. “Il giorno dell’attentato – ha ricordato Campagna -Ciarelli mi chiese di accompagnarlo a casa. Tra Ciarelli e Celani non ci sono mai stati screzi”.

Il processo riprende il prossimo 15 luglio con l’escussione de due consulenti della Procura e il conferimento incarico per il perito che dovrà trascrivere le intercettazioni dalla lingua sinti. Il prossimo 15 settembre, invece, verrà escusso il collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto.

IL CASO – La Polizia di Stato, il 24 marzo 2025, ha proceduto all’arresto dei due imputati: il pluripregiudicato Marco Ranieri e Giulia De Rosa, appartenente alla nota famiglia di etnia rom stanziale sul territorio di Latina e legata al clan Di Silvio. I due sono gravemente indiziati di essere rispettivamente esecutore (Ranieri) e mandante (De Rosa) dell’omicidio di Paolo Celani, avvenuto nel 2010 a Latina.

Il delitto è avvenuto l’11 gennaio 2010, verso le 4 di notte, quando, all’interno della sua abitazione di Viale Petrarca, il pregiudicato Paolo Celani è stato attinto con colpi d’arma da fuoco da persona ignota, rimanendo gravemente ferito e successivamente trasportato presso il locale ospedale civile. All’interno dell’appartamento il personale della Squadra Mobile, intervenuto nell’immediatezza dei fatti, aveva trovato 2 bossoli per pistola calibro 45.

Leggi anche:
OMICIDIO CELANI, RIAPERTA L’INDAGINE SULL’ATTENTATO ALL’EX AFFILIATO DEL CLAN CIARELLI

Il 25 giugno successivo, a causa delle complicazioni insorte conseguentemente all’attentato subito, Celani morì presso l’ospedale civile di Latina “Santa Maria Goretti” ed il suo omicidio rimase irrisolto.

Giulia De Rosa detta Cipolla
Giulia De Rosa detta Cipolla

Il cold case è stato riaperto a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto, ex affiliato al clan Ciarelli e genero del boss Ferdinando “Furt” Ciarelli, rese ai Pubblici Ministeri della DDA Luigia Spinelli e Giuseppe Gualtieri. Il fascicolo è stato poi trasferito per competenza alla Procura di Latina e assegnato ai sostituti procuratori Giuseppe Miliano e Martina Taglione.

Le capillari indagini condotte dalla Squadra Mobile tra maggio e agosto 2023 avevano consentito di appurare il movente del delitto, da determinarsi nella mancata restituzione di un orologio di pregio di cui l’odierna indagata, Giulia De Rosa, aveva chiesto la restituzione a Celani, in quanto il figlio della donna lo aveva consegnato a quest’ultimo a sua insaputa, per l’acquisto di un modico quantitativo di sostanza stupefacente.

Gli indizi assunti hanno portato a ritenere che la donna avesse incaricato dell’atto punitivo l’uomo destinatario della misura cautelare, Marco Ranieri.

I gravi indizi di colpevolezza acquisiti nel corso delle indagini hanno consentito ai Pubblici Ministeri di richiedere al giudice per le indagini preliminari Mara Mattioli una misura cautelare che è stata concessa ed eseguita in data odierna. Alla donna l’ordinanza è stata notificata presso il carcere dove si trova reclusa per altro procedimento (spaccio di sostanze stupefacenti), mentre l’uomo è stato rintracciato a Latina, attualmente ricoverato all’ospedale di Latina.

Marco Ranieri è padre dei fratelli Manuele e Mirko Ranieri, pluripregiudicati anche loro e in carcere per l’omicidio di Nicolas Giuroiu. “Cipolla” De Rosa, invece, recentemente condannata col rito abbreviato a 16 anni di reclusione per spaccio, è da sempre una spacciatrice conclamata nel capoluogo pontino. La sua roccaforte, insieme alla famiglia, è il quartiere popolare in zona Cimitero, a Latina.

Il nome di Celani era rimbombato in un’aula della Corte d’Assise del Tribunale di Latina ad aprile 2023 nel corso di un’udienza del processo sull’omicidio di Massimiliano Moro, avvenuto il 25 gennaio 2010. Paolo Celani fu ferito nella notte dell’11 gennaio 2010 e morì presso l’ospedale Santa Maria Goretti il 28 giugno 2010, a causa dell’attentato subito in Via Petrarca, a Latina, a due passi dal Tribunale. Celani sarebbe morto in seguito a una delle operazioni chirurgiche dovute a quell’attentato.

Già 15 anni fa fu indagato per l’episodio Marco Ranieri, trovato in possesso di un arsenale di armi riposto in una cantina riconducibile a un altro abitante del condominio. C’era di tutto, da fucili a canne mozze a pistole, oltreché a tante munizioni. Ranieri, peraltro, fu anche destinatario dopo gli spari a Celani, di diversi attentati: un’auto bruciata, una bomba rudimentale piazza vicino la sua abitazione e alcune scritte minacciose. Per quanto riguarda le armi, invece, è noto che anche i figli, Manuel e Mirko, condannati per l’omicidio Giuroiu, sono conosciuti negli ambienti criminali come in grado di avere reperibilità di armi. Questo è almeno ciò che emerge anche dal processo che si è svolto e che ha visto imputati, per concorso nell’omicidio Giuroiu, i fratelli Angelo e Salvatore Travali al cui clan i due fratelli, secondo la DDA, sarebbero stati legati. Alla fine, i due fratelli Travali sono stati assolti.

L’inchiesta sugli spari a Celani, ad ogni modo, fu archiviata dalla Procura di Latina in ragione di uno scarso quadro indiziario. All’epoca, Ranieri, che abitava vicino alla casa in cui è stato attinto Celani, fu anche arrestato, anche se venne rilasciato in assenza di piste solide da battere.

A gennaio 2010, ad ogni modo, Celani fu attinto da tre proiettili calibro 45 a notte fonda. La Polizia non identificò mai gli attentatori, né tantomeno i mandanti. Poi, a giugno 2010, già sofferente per alcuni problemi di salute, l’allora 46enne fu ricoverato nel nosocomio pontino fino al peggioramento delle sue condizioni e alla morte. Nel mezzo, a maggio 2010, Celani e Ferdinando Ciarelli detto “Furt” (appartenente all’omonimo clan) furono arrestati dalla Squadra Mobile di Latina per usura e estorsione.

Secondo le indagini dell’epoca condotte dalla Polizia di Stato, i colpi contro Celani furono esplosi mentre lui si trovava a casa. Celani fu svegliato nella notte da rumori provenienti dall’esterno e, dopo essersi affacciato dalla finestra della camera da letto, fu ferito da alcuni colpi d’arma da fuoco che lo raggiunsero all’addome e a un braccio. La notte degli spari, la Polizia ritrovò anche una Fiat Uno rubata, data alle fiamme e lasciata a Borgo Faiti: secondo le indagini dell’epoca, l’auto sarebbe stata utilizzata per compiere l’attentato a Celani in Via Petrarca.

L’omicidio, benché non sia mai stato risolto, è stato inserito nel contesto della cosiddetta guerra criminale pontina. Vicino al clan Ciarelli, Celani avrebbe pagato con la vita nell’ambito di quella che ormai tutti ricordano come la mattanza di Latina tra gruppi rom (Ciarelli e Di Silvio) e malavita latinense (Moro, Nardone, Maricca) contrapposti tra di loro. Tuttavia, c’è da fare un distinguo: l’attentato a Celani avviene 14 giorni prima di quello ai danni di Carmine Ciarelli detto Porchettone avvenuto la mattina del 25 gennaio davanti al bar Sicuranza del Pantanaccio (la roccaforte di Porchettone), da cui, come noto, scaturì la reazione dei clan rom e l’alleanza vendicatrice tra il clan Ciarelli e i due rami del clan Di Silvio (Campo Boario e Gionchetto).

Leggi anche:
LA STRATEGIA STRAGISTA DEI CLAN CIARELLI E DI SILVIO: DOPO MORO E BUONAMANO, GLI ALTRI BERSAGLI

E proprio il contesto di quella guerra, per cui sono stati uccisi Fabio Buonamano detto Bistecca (condannati con sentenza passata in giudicato Costantino Di Silvio detto “Patatone” e Giuseppe Di Silvio detto “Romolo”) e Massimiliano Moro, oltreché al consumarsi di diverse gambizzazioni, ferimenti e dell’usura violenta di personaggi messi sotto strozzo, è stato ripercorso dal collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto.

Il 35enne di Latina, ex affiliato al clan Ciarelli poiché marito di Valentina Ciarelli, figlia del boss Ferdinando Ciarelli detto “Furt”, ha parlato di Paolo Celani. Il collaboratore di giustizia ha spiegato che, dopo il matrimonio, preceduto da fuitina con l’attuale moglie, fu accettato dal clan Ciarelli, in particolare, ovviamente, dal suocero “Furt”, descritto da Pradissitto stesso come il vero leader del sodalizio rom del Pantanaccio. “Di lì a breve – ha detto in Aula Pradissitto, interrogato dal Pm della Procura/Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Luigia Spinelli – decisi di far parte del suo mondo e mi fece incontrare con Paolo Celani, padre di Valentina Travali, che era persona vicino a Furt e spacciava con la sua protezione. Cominciai l’attività con Celani nello spaccio, mio suocero mi diede la casa a Santa Maria Goretti, poi il giro di spaccio si è allargato e vendevo all’ingrosso”.

Un passaggio che conferma di come Celani fosse un uomo fidato del clan Ciarelli. In quei mesi caldi del 2010, quando si sparò e si uccise, il clan del Pantanaccio aveva subito, quindi, non solo l’attentato contro Carmine Ciarelli, ma anche il ferimento di un affiliato di peso come il medesimo Celani.

Senza contare che Paolo Celani aveva avuto da Maria Grazia Di Silvio, la figlia Valentina Travali. È in uno dei verbali resi alla DDA di Roma che Pradissitto aveva parlato di Celani, padre biologico di Valentina Travali, anche lei nota a cronache e forze dell’ordine e tuttora sotto processo per mafia nel procedimento denominato “Reset”. Il 13 ottobre 2021, nel periodo dei sei mesi previsti dalla legge nel quale Pradissitto ha parlato agli inquirenti dopo la scelta di collaborare con lo Stato, il 33enne spiega che “quando sono uscito in semilibertà o per permessi io e Valentina ci sentivamo sempre su Facebook o Messenger. Io mi informavo su come stessero i fratelli, ma non parlavamo di attività criminali. Poi lei è la vera figlia di Paolo Celani e lei sa che io volevo vendicare la morte del padre anche se poi non è stato possibile, quindi i rapporti tra noi sono sempre stati buoni”.

L’inchiesta sul delitto Celani ha preso le mosse da ulteriori dichiarazioni di Pradissitto che gli investigatori hanno riscontrato, ascoltando persone che possono sapere i fatti dell’epoca. Interrogatori e la valorizzazione di intercettazioni hanno portato agli arresti di “Cipolla” e Ranieri.

Leggi anche:
UN OROLOGIO D’ORO PER IL DELITTO CELANI. “CIPOLLA”: “HANNO RIAPERTO IL CASO, IO SONO LA MANDANTE DI MARCO”

Articolo precedente

CISTERNA, NUOVE INTITOLAZIONI: VIA IANIRI E LARGO VITTIME DELLA STRADA

Articolo successivo

LADRI SERIALI DI CHAMPAGNE NEI CONAD: ARRESTATO UNO DEI DUE AUTORI. INCASTRATI DAL RIS

Ultime da Giudiziaria