KO IL CLAN SENESE: SEQUESTRATO ANCHE UN CASEIFICIO A PONTINIA. LE INDAGINI DALL’ARRESTO DEL FONDANO CARLO ZIZZO

Massimo Carminati di spalle e Michele Senese
Massimo Carminati di spalle e Michele Senese

Smantellato il Clan Senese, i napoletani trapianti a Roma vicini al sodalizio Moccia: sequestrato anche un caseificio a Pontinia. Michele Senese fu definito da una celebre copertina de L’Espresso come uno dei quattro Re di Roma: altrettanto nota è l’immagina del suo confronto con Massimo Carminati avvenuto per strada, che delineava movenze e metodi tipiche della criminalità

Alle prime ore di questa mattina, i militari del Nucleo Speciale Polizia Valutaria della Guardia di Finanza e personale della Squadra Mobile di Roma, con il supporto di altre unità operative del Corpo e della Polizia di Stato, hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misure cautelari emessa dal G.I.P. del Tribunale di Roma, Annalisa Marzano, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia – procuratore aggiunto Ilaria Calò e il sostituto procuratore Francesco Minisci -, nei confronti di 28 persone e a un sequestro preventivo di beni per circa 15 milioni di euro.

GLI ARRESTATI DELL’INCHIESTA “AFFARI DI FAMIGLIA” – In particolare, sono stati eseguiti 22 arresti. 16 le misure cautelari in carcere: Michele Senese (detto o’ Pazz), classe 1957; Angelo Senese, classe 1962 (fratello di Michele); Vincenzo Senese (figlio di Michele), classe 1977; Raffaella Gaglione, classe 1959; Domenico Mastrosanti, classe 1959; Tonino Leone, classe 1962; Antonio Sorrentino, classe 1963; Claudio Cirinnà (fratello della senatrice del PD, Monica), classe 1966; Giancarlo Vestiti, classe 1968; Alessandro Presutti, classe 1973; Giovanni Giuliano, classe 1975; Massimiliano Barretta, classe 1975; Mauro Caroccia, classe 1976; Daniele Caroccia, classe 1977; Dino Celano, classe 1981; Emanuele Gregorini, classe 1989. Sono 6, invece, le misure degli arresti domiciliari: Bernardo Mauro Papa, classe 1951; Elena Pasqua Esposito, classe 1985; Alessandro Cosentino, classe 1969; Luca D’Alessandro, classe 1982; Ugo Di Giovanni, classe 1977; Riccardo Cirinnà (figlio di Claudio), classe 1994. Sono 6, infine, le misure dell’obbligo di dimora: Gennaro Oppolo, classe 1993; Vincenzo Senese, classe 1990; Emanuela Pezzini, classe 1981; Lucia Piancatelli, classe 1963 (nei cui confronti è stato disposto anche l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria); Emilia D’Aloisio, classe 1969 (nei cui confronti è stato disposto anche l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria); Francesco Miserino, classe 1975, ritenuti responsabili, a vario titolo e in concorso, di estorsione, usura, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio, autoriciclaggio e reimpiego di proventi illeciti, con l’aggravante di aver agito con metodo mafioso agevolando la galassia criminale della camorra campana che, dalla terra di origine, si è delocalizzata, a partire dagli anni Ottanta, anche nel Lazio e in altre regioni italiane.

La famiglia “Senese” è stata più volte coinvolta in indagini di criminalità organizzata, facente capo al noto pluripregiudicato Michele Senese (detto “Michele o’ pazz”), attualmente detenuto presso la casa di reclusione di Catanzaro, dove sta scontando una condanna quale mandante dell’omicidio del “boss della Maranella” Giuseppe Carlino.

Il “gruppo Senese”, di origini napoletane, storicamente collegato al clan “Moccia” di Afragola, si è insediato stabilmente nella città di Roma negli anni ’80, dove è riuscito ad affermarsi tra le più influenti realtà criminali capitoline, dedicandosi principalmente al traffico di stupefacenti, alla gestione delle piazze di spaccio e al riciclaggio di proventi illeciti, accrescendo il potere criminale ed economico e agevolando la persistenza e la pervasività dell’associazione mafiosa di riferimento. Michele Senese fu inviato a Roma dal clan Moccia, inserito nella famigerata “squadretta della morte, nel corso della prima guerra di camorra a caccia degli affiliati a Cutolo.

La Capitale, per i Senese, è diventata ben presto il centro nevralgico per tessere le relazioni e i contatti con tutto il territorio nazionale, controllare le attività illecite e convogliare gli ingenti profitti ricavati in settore economici in cui è più facile investire denaro contante, non tracciabile.

La famiglia ha costituito così un sistema criminale organico, strutturato e collaudato, che ha potuto contare innanzitutto sul ruolo di Michele Senese che, anche durante il periodo di detenzione, ha continuato a coordinare e gestire le attività illecite della famiglia stabilendo la strategia criminale, mediante i messaggi criptici trasmessi ai familiari autorizzati a presenziare ai colloqui, in particolare il figlio (Vincenzo Senese, classe ’77) e la moglie (Raffaela Gaglione, classe’59). In almeno due occasioni, il detenuto si è scambiato con il figlio, senza farsi notare dal personale di vigilanza, le calzature rispettivamente indossate.

L’organizzazione familiare si è basata poi sul supporto di Angelo Senese, fratello di Michele, con un’ascesa delinquenziale da collocare alle fine degli anni ’90, allorquando subentrava nel controllo degli affari di famiglia in occasione del periodo di detenzione del fratello e soprattutto dopo l’uccisione dell’altro fratello, Gennaro. La loro notorietà negli ambienti criminali ha consentito di muoversi liberamente senza bisogno di ricorrere con frequenza alla violenza. È stato accertato come fosse sufficiente spendere il nome della famiglia per caricare di forza intimidatrice la condotta illecita perpetrata.

INDAGINI PARTITE DAGLI ACCERTAMENTI INVESTIGATIVI SUL FONDANO CARLO ZIZZO E IL TERRACINESE GIANNI MICALUSI – Le indagini, intraprese nel mese di marzo 2017 dallo sviluppo di alcune circostanze emerse nell’ambito delle indagini che hanno interessato il pregiudicato di Fondi Carlo Zizzo, resosi nel frattempo latitante a seguito di provvedimento definitivo di carcerazione e catturato da questi organi investigativi il 13 settembre 2017, è stata espletata attraverso l’esecuzione di numerose operazioni di intercettazione (telefoniche e ambientali), attività di videoripresa supportate da servizi dinamici sul territorio, nonché mediante lo sviluppo di molteplici e convergenti segnalazioni di operazioni sospette, la ricostruzione dei flussi finanziari e gli approfondimenti economico patrimoniali di persone fisiche e giuridiche, anche interposte.

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Citato nell’ordinanza anche Gianni Micalusi, detto Johnny, il noto ristoratore terracinese che chiamava Senese “zio”: si tratta dell’ex proprietario del ristorante “Assunta Madre”, nel cuore della Roma bene, condannato e accusato di intestazione fittizia di beni, riciclaggio e autoriciclaggio di denaro di provenienza illecita. Per il compleanno di Michele Senese ristretto agli arresti nella clinica Sant’Alessandro, Micalusi gli fece consegnare una cena a base di pesce fresco.

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L’attività investigativa si è concentrata sia sulla ricostruzione minuziosa dei più recenti fatti delittuosi sia sui canali di investimento, individuati dalla famiglia Senese – soggetti del tutto incapienti e privi di reddito – e dai soggetti che gravitano intorno ad essa per “ripulire” e far “fruttare” le ingenti somme di denaro accumulate nel tempo e almeno in parte occultate, in maniera frazionata, in luoghi non convenzionali, spesso ricavati all’interno di diversi immobili nella disponibilità della famiglia.

Più in dettaglio, le indagini hanno svelato una serie di condotte volte a dissimulare l’illecita provenienza del denaro mediante:

la consegna del denaro contante a imprenditori collusi per specifici investimenti nelle proprie attività commerciali, con il riconoscimento di un tasso d’interesse usurario (anche del 10% mensile) alla famiglia Senese sul capitale prestato fino alla sua intera restituzione, e un ulteriore ritorno sotto forma di “utile” e altri benefit (vacanze, soggiorni, pagamenti spese mediche, assunzioni, mantenimento di familiari di detenuti ecc.);

la fraudolenta interposizione di persone fisiche e intestazione fittizia di persone giuridiche, anche di diritto estero, per immettere il denaro sporco nel sistema finanziario e nei circuiti dell’economia lecita, mediante apparenti contratti di prestiti/finanziamenti e altri documenti artificiosamente redatti, per eludere gli obblighi della normativa antiriciclaggio;

cambi frequente di prestanome con ripetute operazioni di cessioni di quote societarie.

In tal modo, Michele Senese, attraverso il figlio Vincenzo, ha dato avvio, dopo gli arresti di alcuni partners commerciali romani attivi nel settore delle auto, a consistenti investimenti, per circa 500 mila euro, nel commercio all’ingrosso dell’abbigliamento, mediante società ubicate in provincia di Frosinone e Verona, la V.E.M. S.R.L. e la MANILA s.r.l di BARRETTA Massimiliano e la B.M.D. MODA S.R.L. di Papa Bernardo.

Ulteriori 400 mila euro sono stati reimpiegati in Lombardia attraverso il supporto di due imprenditori operanti al Nord Italia ma di origine campana, Giancarlo Vestiti e Antonio Sorrentino, perfettamente consapevoli dell’origine dei fondi. I fondi illeciti sono stati utilizzati, tra l’altro, per acquistare partite di capi d’abbigliamento a marchio “Colmar”, “Belfast” e “Disquared”.

Altre somme illecite, quantificate in 1 milione di euro, dapprima trasferite in Svizzera e gestite attraverso due soggetti giuridici esteri appositamente costituiti da un colluso imprenditore italiano residente in Svizzera- sono state impiegate per finanziarie attività imprenditoriali di una società milanese (con unità operative in Campania) riconducibili a due ulteriori soggetti contigui al clan.

In questo senso, le evidenze investigative danno contezza di significativi collegamenti e flussi finanziari illeciti da/verso il paese elvetico, con inquinamenti di settori dell’economia lombarda e veneta, frutto dell’interposizione di società costituite ad hoc nel Nord Italia dove immettere nel circuito economico legale risorse finanziarie di origine criminale.

Si tratta di una strategia pianificata, tesa a fare business laddove sussistono maggiori opportunità di profitto. Parallelamente, Angelo Senese è riuscito a far confluire le risorse del gruppo criminale, con investimenti illeciti per oltre 230.000 euro, in note attività di ristorazione nella Capitale – tra le quali “Da Baffo” e “Da Baffo 2” – nonché in un importante stabilimento in provincia di Latina di produzione casearia, ricorrendo sempre a prestanome.

Particolarmente significative, inoltre, le condotte usurarie ed estorsive poste in essere nei confronti di un ex imprenditore romano operante nei settori dell’autonoleggio e della produzione cinematografica che, dal 2017, a causa di un perdurante stato di indebitamento, ottiene da Vincenzo Senese, in cinque tranches, un consistente prestito di 130.000 euro a un tasso usurario del 120% annuo, con la conseguente impossibilità alla restituzione.

Le risultanze investigative hanno evidenziato il persistente stato di assoggettamento della vittima, determinato da continue pressioni e minacce sia nei suoi confronti che dei relativi familiari.

Un rapporto debitorio nei confronti del Senese caratterizzato da continue e improvvise richieste di incontri de visu per verificare l’attendibilità alla restituzione del denaro; minacce di morte; richieste estorsive per 15.000 euro non rientranti nel rapporto usurario di più ricariche postepay e trasferimenti di denaro mediante money transfer; pagamenti di spese per viaggi di lavoro e di piacere dell’usuario, prestito forzoso della propria autovettura.

Inoltre, a danno dello stesso ex imprenditore sono emerse ulteriori condotte illecite commesse da due soggetti romani (padre e figlio), per l’erogazione di un altro prestito usurario di 138.000 euro (consegnati in quattro tranche con tassi del 120% annuo) con reiterate minacce di possibili violenze nei suoi confronti e dei familiari.

Anche in questo caso, parte dei soldi dovuti a titolo di interesse venivano versati dalla vittima su carte di credito prepagate.

Infine, anche nei confronti degli imprenditori Papa e BarrettaVincenzo Senese e il padre Michele, in corrispettivo di prestazioni in denaro per un totale di 200mila euro, si facevano riconoscere interessi del 4% mensile (48% annuo) sul capitale prestato, fino alla sua intera restituzione.

Con il medesimo provvedimento restrittivo, attesa la puntuale ricostruzione patrimoniale, è stato altresì disposto, ed eseguito, il sequestro preventivo delle disponibilità finanziarie di alcuni indagati, di beni e società per un valore stimabile in oltre 15 milioni di euro:

– il complesso aziendale di 10 società, tra cui 4 società attive nella ristorazione (tutte con sede a Roma), 5 nel commercio all’ingrosso e dettaglio di abbigliamento (ubicate a Frosinone VeronaMilanoBrescia e Bergamo) e un caseificio con stabilimento a Pontinia, Terre Pontine srl, in Via Marittima II;

– 5 unità immobiliari (quattro in provincia di Milano e una a Napoli);

– 1 imbarcazione da diporto.

Un’operazione, quello dello stabilimento di Pontinia, compiuta da Angelo Senese, fratello del boss, e Domenico Mastrosanti, che nel 2018 avrebbero acquistato lo stabilimento caseario Terre Pontine srl attraverso l’interposizione fittizia della società Oro Bianco srl.
Angelo Senese avrebbe riscosso crediti derivanti dalla cessione a terzi dei prodotti caseari realizzati dalla Oro Bianco e si sarebbe appoggiato a un falegname di Cisterna di 63 anni per riscuotere debiti che alcuni noti imprenditori di Cisterna avevano maturato con lui. Il falegname aveva il ruolo, per così dire, di spiegare ai debitori la caratura criminale del soggetto.

Tra i collaboratori di giustizia che hanno aiutato gli inquirenti a chiarire gli intrecci del Clan Senese c’è anche il 53enne Giancarlo Orsini, arrestato nel 2014 per l’omicidio di Federico Di Meo, giovane di Cisterna, ucciso sull’Appia, al confine tra Cisterna e Velletri, il 24 settembre 2013.

Me lo ricordo – ha affermato Orsini riportando un incontro con Senese – praticamente ho visto Senese perché arrivò nella maniera come…stile Gomorra, con due moto, due guardaspalle, tutti e due sicuramente armati”.

L’odierna operazione – che ha interessato anche le province di MilanoVeronaNapoliFrosinone e L’Aquila – si inserisce nel quadro delle azioni poste in essere dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia di Stato, con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, volte al contrasto dell’infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia legale, nonché all’aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati.

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