Idrogeno “tre volte verde: a Borgo Montello l’acqua viene dai rifiuti e la corrente dal sole. E poi c’è il miele”
L’impianto ad osmosi inversa ha superato il collaudo della Regione Lazio. Il permeato alimenterà un elettrolizzatore da 1 MW: né pozzi né acquedotti. “Il «Modello Borgo Montello» è oggi un riferimento internazionale. Indeco èl’unico impianto italiano capace di liquefare il biometano ricavato dal gas di discarica. E l’ambiente? Gode di ottima salute: lo confermano le api che producono un ottimo miele millefiori“
“In un’afosa mattina d’agosto, alcuni tecnici della Regione Lazio hanno osservato a lungo un getto d’acqua limpida. Non veniva da una sorgente. Usciva da un container installato nella ex discarica gestita da Indeco a Borgo Montello (Latina) e, fino a poche ore prima, era percolato: il liquido che si forma quando la pioggia attraversa i rifiuti, da sempre la parola più temuta nel vocabolario ambientale e che qui, nella provincia pontina, è sempre stato sinonimo di inquinamento. Il collaudo è andato a buon fine. L’acqua è risultata di qualità eccellente”. Lo dichiara, in una nota, l’ufficio stampa di Indeco, la società che gestisce alcuni degli invasi nella ex discarica di Borgo Montello.
“L’impianto è un sistema ad osmosi inversa autorizzato dalla Regione Lazio nell’ottobre del 2024: membrane che trattengono metalli, sali e azoto ammoniacale e restituiscono un permeato conforme ai limiti di legge. Ma la notizia non è che quell’acqua sia pulita. È cosa si intende fare con quella risorsa idrica di alta qualità.
Perché non finirà in un fosso, e non tornerà tutta direttamente nell’ambiente. Alimenterà un elettrolizzatore da un megawatt, tecnologia a membrana anionica, capace di produrre circa 155mila chili all’anno di idrogeno verde ad altissima purezza. La corrente arriverà dai pannelli fotovoltaici stesi sul capping, la copertura impermeabile che sigilla i rifiuti: quasi un megawatt già in funzione, tre in progetto, più un sistema di accumulo da 5,5 megawattora. L’opera, ammessa a cofinanziamento dal PNRR nel programma delle «Hydrogen Valley», eviterà ogni anno l’equivalente di oltre 1,7 milioni di chili di anidride carbonica. Numeri non da poco.
Vale la pena fermarsi un momento su cosa questo significhi. L’idrogeno si dice «verde» quando l’elettricità che lo produce è rinnovabile, e qui arriva dal sole raccolto sopra la discarica. Ma il conto torna anche poco due passi più in là. L’acqua, che è la materia prima, non viene da pozzi né dall’acquedotto: viene dai rifiuti stessi e, in una provincia agricola che d’estate conta e risparmia ogni goccia, non è affatto un dettaglio. E il terreno che ospita tutto questo non è un campo sottratto all’agricoltura: è una collina di rifiuti già sigillata. Energia, acqua, suolo: verde tre volte. xx
Tutto questo si aggiunge a ciò che sul sito già funziona da anni: centinaia di pozzi di captazione collegati da decine di chilometri di condotte, motori che trasformano il biogas in energia elettrica e, soprattutto, quello che la società indica come l’unico impianto italiano capace di liquefare il biometano ricavato dal gas di discarica, centinaia di migliaia di chili l’anno di bio-GNL che finiscono nei serbatoi dei camion, con un’impronta di carbonio inferiore dell’84% rispetto al metano fossile.
Finito? No. Il passo successivo si chiama CIRCLE, acronimo di Circular Innovation and Resource Conversion for Landfill Enhancement (innovazione circolare e conversione delle risorse per la valorizzazione della discarica): il progetto di ricerca firmato con il Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Salerno. L’idea, in due righe: restituire al corpo della discarica una parte di quell’acqua purissima e povera di ossigeno, per rimettere in moto i batteri che digeriscono la materia organica. Più umidità, più velocemente si produce metano e i rifiuti che si stabilizzano prima.
È questo insieme (acqua, sole, gas, ricerca) che a dicembre è finito sulle pagine della prestigiosa rivista internazionale Energy Nexus, edita da Elsevier e considerata un puntuale riferimento del settore: «Reimagining landfills as energy hubs», cioè ripensare le discariche come centrali di energia. Lo stesso caso era stato presentato mesi prima ad Abu Dhabi, alla conferenza mondiale Water-Energy Nexus, tant’è che nella comunità scientifica internazionale questo approccio ha ormai un nome proprio: «Modello Borgo Montello».
Va detto, perché il toponimo pesa: Borgo Montello non è una (ex) discarica sola. È un mosaico di bacini distinti, con proprietà, storie e gestori diversi, semplicemente confinanti. Le pagine più nere che hanno accompagnato quel nome riguardano indagini sugli invasi storici vicini, che non sono quelli su cui oggi si lavora. Oggi quello stesso nome è diventato un modello di buona pratica nella gestione avanzata delle discariche dismesse: quando i rifiuti non entrano più, un sito può ancora dare molto all’ambiente, allo sviluppo sostenibile e alla transizione ecologica e socio-economica di un territorio.
E poi ci sono le api. Da poco più di un anno in questo hub ambientale ci sono le arnie, e dalle arnie esce miele qualità millefiori, ma si sta già pensando anche a quello d’eucalipto. Non è cosa da poco, anzi. Un’ape percorre chilometri e torna portando con sé tutto ciò che ha incontrato: polveri, metalli, residui. Analizzare il miele e osservare lo stato di salute dell’alveare è un’ulteriore forma di controllo ambientale, che affianca sensori, centraline e prelievi. Le api di Borgo Montello stanno bene, e il miele lo conferma. E questo non è un mero dato tecnico, ma è qualcosa di più. È una autentica rivoluzione, non solo energetica ma anche ambientale.
Perché c’è un modo molto semplice per capire cosa è cambiato qui, nell’ex discarica Indeco di Borgo Montello. Per mezzo secolo da questo sito non è mai uscito nulla: arrivavano camion colmi di rifiuti, e basta. Oggi si producono elettricità, gas per l’autotrazione, presto idrogeno. E anche miele. Sotto i pannelli c’è ancora tutto quello che questa terra ha buttato via e non è stato cancellato: è stato messo al lavoro, in maniera redditizia, rispettando la natura. È la differenza tra nascondere un problema e prendersene cura. E comincia qui, in una sorgente d’acqua nuova che nessuno si aspettava”.
