SUPERCAR E RICICLAGGIO, LA PROCURA IMPUGNA IL DISSEQUESTRO DEL PATRIMONIO DI AGRESTI

Uno dei locali sequestrati: Vip Motors in Via Mameli, Latina
Uno dei locali sequestrati: Vip Motors in Via Mameli, Latina

La Procura di Latina impugna il dissequestro del patrimonio di Alessandro Agresti. Discusso oggi, 8 giugno, il ricorso

La Procura di Latina impugna il decreto di revoca del provvedimento cautelare reale disposto lo scorso 27 marzo dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Paolo Romano. È il sostituto procuratore di Latina, Giuseppe Miliano, a impugnare quello che è stato il dissequestro del patrimonio tra soldi, immobili, auto e rapporti finanziari di Alessandro Agresti, accusato di trasferimento fraudolento di valori e autoriciclaggio.

Oggi, l’appello del pubblico ministero Miliano, titolare dell’indagine portata avanti dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina, è stato discusso dinanzi al secondo collegio del Tribunale, composto dai giudici Zani-Trapuzzano Molinaro-Naso.

Un ricorso, questo contro la decisione del Gip Romano di dissequestrare il patrimonio milionario, che arriva il giorno dopo dalla notifica di un altro importante provvedimento a favore di Agresti. Il Tribunale di Roma, infatti, ha respinto la richiesta della stessa Procura di Latina per applicare la misura della sorveglianza speciale di Agresti. Secondo il pm Miliano, il debito di 22mila euro tenuto Agresti nei confronti del fisco italiano avrebbe generato la necessità di intestare i beni e le società della sua galassia al padre Maurizio Agresti, alla moglie Mary Teresina De Paolis e al dipendente-operaio Cristian Di Nuzzo.

Un impero, quello di Agresti, che, secondo la Procura, sarebbe nato da una estorsione compiuta nel 2012 da Agresti nei confronti di due donne e che ha fruttato la somma di 15mila euro. Per tale procedimento, Agresti è stato condannato e ha risarcito le vittime. Obiettivi dell’appello del pm Miliano oltreché ad Agresti anche la moglie, il padre e Di Nuzzo.

Il collegio difensivo, composto dagli avvocati Gaetano Marino, Massimo Frisetti, Marco Nardecchia, Marco Salis e Emanuele Farelli, hanno chiesto l’inammissibilità dell’appello del pubblico ministero e, in subordine, il rigetto. Secondo la difesa, erano già inesistenti le motivazioni per disporre il decreto di sequestro preventivo. È l’avvocato Salis a spiega che se Agresti è arrivato da 15 mila euro a un patrimonio da 10 milioni di euro, forse il medesimo imprenditore “è capace a fare quello che fa”.

Nel corso dei mesi, dopo l’arresto, le misure cautelari e il sequestro, gli indagati sono stati liberati dal Riesame da ogni provvedimento restrittivo.

A maggio scorso, la seconda sezione della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Procura di Latina, dichiarandolo inammissibile, che aveva impugnato il pronunciamento del Riesame che lo scorso 6 febbraio aveva accolto l’istanza di Alessandro Agresti, scarcerandolo. Il ricorso era stato presentato da Alessandro Agresti e dalla moglie Mery Teresina De Paolis, difesi dagli avvocati Gaetano Marino, Massimo Frisetti, Marco Nardecchia e Luigi Angelucci. Anche alla moglie era stata revocata la misura dei domiciliari.

La difesa aveva rilevato l’assenza di gravi indizi di colpevolezza su entrambi i reati contestati, anche perché le misure contestavano gli stessi reati dell’ordinanza del 2021 derivante dall’operazione “Crazy Cars”: l’intestazione fittizia dei e l’autoriciclaggio, oltreché alla circostanza per cui il sequestro già eseguito, per un ammontare di circa 9 milioni di euro, sarebbe già sufficiente. Per Agresti, la difesa aveva chiesto la revoca della misura o la sostituzione del carcere con i domiciliari; per De Paolis, la revoca o una misura più gradata, dai domiciliari agli obblighi di firma. In serata era arrivata la pronuncia del Riesame che aveva accolto il ricorso della difesa, liberando da ogni misura l’imprenditore quarantenne di Latina e la moglie.

Le motivazioni del collegio del Riesame romano, composto dai giudici Maria Viscito, Annalisa Pacifici e Maria Teresa Moretti, hanno ritenuto fondata l’impugnazione, non reputando sussistenti i gravi indizi di colpevolezza sia per l’intestazione fittizia di beni che per l’autoriciclaggio. Lo stesso Agresti, in sede di interrogatorio preventivo, ha ammesso di gestire in via esclusiva le società intestate a moglie, padre e all’operaio Cristian Di Nuzzo, spiegando di aver dismesso la carica di titolare “per questioni meramente fiscali perché purtroppo mi sono arrivati degli aggravi di Equitalia nel 2014 e il commercialista ci ha consigliato di ricollocare tutte le società a mio padre che non aveva queste pendenze”.

Il Riesame non ha condiviso la tesi della Procura di Latina per cui Agresti avrebbe intestato le società per eludere le misure di prevenzione patrimoniali. Secondo i giudici capitolini, Agresti ha un solo precedente penale (riferibile ad una estorsione con tanto di ricatto “hard” ai danni due donne risarcite dall’imprenditore pontino), la cui pena è stata dichiarata estinta dal giudice per l’udienza preliminare di Latina, non avendo più commesso delitti della stessa specie.

Né risultano rilevanti i carichi pendenti di Agresti, ossia un procedimento penale di riciclaggio per un’alterazione del numero di telaio di un’auto, per cui è stato assolto. Non hanno rilievo neanche le frequentazioni con personaggi con pregiudicati perché risalenti nel tempo.

In sostanza, Agresti, secondo il Riesame, non avrebbe intestato le società perché timoroso di interventi della magistratura (come subire un sequestro): “Non risulta dimostrata la finalità elusiva contestata dal PM”.

La Cassazione ha ritenuto ammissibili le motivazioni del ricorso del pubblico ministero Giuseppe Miliano in quanto non sono state indicate le esigenze cautelari, “limitandosi a richiedere una diversa valutazione in ordine ai gravi indizi di colpevolezza”. Caduta la gravità indiziaria come sancito dal Riesame, vengono meno anche le esigenze cautelari, a meno di rari casi. Il sostituto procuratore aveva fondato il suo ricorso in Cassazioni su diversi vizi e violazioni commessi dal Tribunale del Riesame.

Un passaggio che, insieme al dissequestro milionario, non pone a favore del proseguo dell’inchiesta e della futuribile richiesta di rinvio a giudizio. Per quanto riguarda l’appello discusso oggi, il Tribunale di Latina si è riservato e deciderà nei prossimi giorni.

L’INDAGINE – Lo scorso 23 gennaio, con l’ordinanza eseguita il 29 dello stesso mese, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Barbara Cortegiano, aveva sciolto la riserva e disposto gli arresti in carcere per Alessandro Agresti. Il provvedimento era stato eseguito dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina, guidati dal tenente colonnello Antonio De Lise. Disposti i domiciliari per la moglie 36enne Mery Teresina De Paolis e il 40enne Cristiano Di Nuzzo, obblighi di firma per il padre Maurizio Agresti. Esisteva, secondo il Gip, un “pericolo attuale e concreto di reiterazione dei reati…tenuto conto che Alessandro Agresti mantiene la disponibilità di ingenti risorse economiche e che l’intestazione fittizia delle società ha costituito e costituisce tutt’ora il modus operandi degli indagati, consentendo ancora ad oggi l’occultamento, di fatto, di beni sostanzialmente riconducibili ad Alessandro Agresti, con contestuale loro sottrazione a possibili misure reali in favore dello Stato”.

Non valeva per il Gip che, dal momento che il patrimonio era stato sequestrato, gli indagati non possono reiterare il reato, in quanto “data la scaltrezza e pervicacia degli indagati, nonché, la loro accertata vicinanza a esponenti di spicco della criminalità organizzata, si ritiene che gli stessi siano perfettamente in grado di reperire ulteriori mezzi e beni per perseverare nell’attività delinquenziale”. C’è di più. Secondo il Gip, era possibile ipotizzare che “gli indagati abbiano negli anni utilizzato altri prestanome (le indagini sono ancora in corso) e possono disporre di beni o mezzi ad altri formalmente intestati”. Non vi era invece, a differenza di quanto sosteneva la Procura, il pericolo di inquinamento probatorio. La misura dei domiciliari scattava per la moglie di Agresti e Di Nuzzo perché sarebbero stati prestanome consapevoli, mentre il padre Maurizio Agresti “appare concorrente esclusivamente del reato di intestazione fittizia” e avrebbe avuto un “apporto marginale”.

Dopo la richiesta di arresto da parte del pubblico ministero Giuseppe Miliano, gli indagati, nella giornata di venerdì 16 gennaio, si erano avvalsi della facoltà di non rispondere nell’ambito dell’interrogatorio preventivo, svoltosi davanti al gip Barbara Cortegiano. Alessandro Agresti, considerato il dominus dell’imperio milionario, secondo gli inquirenti, aveva costruito la sua fortuna con l’intestazione fittizia dei beni ai famigliari e all’operaio Cristian Di Nuzzo e l’autoriciclaggio.

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