SCARFACE E LA DROGA GESTITA DA GENERI E FIGLI: QUALITÀ BASSA E VENDUTA PER SOTTOMETTERE

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Giuseppe Di Silvio detto Romolo
Giuseppe Di Silvio detto Romolo

Clan del Gionchetto: gli uomini di Romolo cercavano di vendere la droga per poi usurare l’assuntore di turno. E spuntano personaggi di ogni tipo

A riferirlo compiutamente sono i due collaboratori di giustizia Emilio Pietrobono, peraltro anche prestanome dell’ex dirigente Ugl nominato da Claudio Durigon, Simone Di Marcantonio, e Maurizio Zuppardo.

Emilio Pietrobono
Emilio Pietrobono

Secondo i due “pentiti”, in molti casi la cessione di sostanza stupefacente è studiata proprio per porre il consumatore in uno stato di soggezione, per poi pretendere il pagamenti di interessi usurari.

A dare concretezza a queste dichiarazioni è sicuramente un episodio che viene contestato ai figli di Romolo, Antonio “Patatino” e Ferdinando “Prosciutto”, al genero di quest’ultimo Stefano Demelas (indagato nell’operazione Scarface) il quale, a quanto riporta il collaboratore di giustizia Zuppardo, sarebbe uno dei più importanti punti di riferimento nel settore della droga a Latina.

Si tratta, ad ogni modo, di un’estorsione messa in atto ai danni di un assuntore di cocaina di Latina. Il primo incontro riscontrato dai detective della Squadra Mobile avviene alla Torre Pontina dove si compie il passaggio di denaro per la dose di cocaina: presenti da una parte l’assuntore, dall’altra Ferdinando detto Prosciutto e il suocero Demelas arrivati su una Smart.

Quando l’assuntore verrà ascoltato dalla Squadra Mobile, che intanto stringeva il cerchio sugli affari di droga del clan, sarà lui stesso a dare forma alle parole di Pietrobono e Zuppardo.

Lo scenario parte da Via Moncenisio dove abitano, su tutte, le famiglie di Romolo e Patatone.

“Giunsi in via Moncenisio, poco dopo verso le ore 01:30 circa del 23 agosto (ndr: 2019) ed appena giunto fuori al cancello della sua abitazione, “Prosciutto” usci di casa insieme ad un altro uomo, che io non avevo mai visto prima, ma che gli somigliava, ed entrambi si avvicinarono alla mia autovettura. dalla quale io ero appena sceso. “Prosciutto” mi diede un involucro dí cellophane bianco contenente, a suo dire, 7 grammi di cocaina. lo gli dissi che non volevo assolutamente prendere così tanta sostanza stupefacente, ma che avevo soltanto intenzione dì acquistare una semplice dose per uso personale, tuttavia entrambi gli uomini insistettero molto per farmi prendere l’intero involucro e sebbene rifiutai molte volte, “Prosciutto” e l’altro uomo, mi dissero che non potevo rifiutarmi ormai dall’acquistare quel quantitativo dì droga, e mi obbligarono, minacciandomi per la mia incolumità fisica, di acquistare la cocaina da loro impostami, al prezzo di 130 euro al grammo, per complessivi 900 euro, Più volte mi dissero entrambi, che non potevo assolutamente sottrarmi dall’acquistare droga da loro, anche perché dovevano pagare gli avvocati e sostenere tutte le spese relative al padre carcerato ed altri familiari detenuti. Nella circostanza consegnai 100 curo nelle mani di Ferdinando “Prosciutto”, restando con loro d’accordo, che il resto del debito lo avrei soddisfallo non prima del 7 settembre, quando mi sarebbe stato accreditato lo stipendio. Ricordo inoltre, che in quella stessa serata diedi il mio numero di telefono cellulare a “Prosciutto”. Dopo la predetta cessione, andai subito a casa. e pesai la cocaina sul bilancino per i dolci di mia madre. e mi accorsi che il peso della sostanza era inferiore a quanto asserito da Ferdinando. Infatti credo fosse circa, tra. i 4 ed i 5 grammi, e dopo averla assaggiata mi accorsi che era anche di scarsa qualità“.

Antonio Patatino Di Silvio, Giuseppe Romolo Di Silvio e Ferdinando Prosciutto Di Silvio
Antonio Patatino Di Silvio, Giuseppe Romolo Di Silvio e Ferdinando Prosciutto Di Silvio (foto da Facebook). In questo momento i due figli e il padre si trovano tutti e tre ristretti in carcere. “Romolo” è considerato un capo-famiglia dell’ala dei Di Silvio tra Campo Boario e Gionchetto: sta scontando la sua pena in carcere per l’omicidio Buonamano commesso insieme al nipote Costantino “Patatone” Di Silvio. Fu, insieme a Carmine Ciarelli e altri componenti delle famiglie rom il “leader” della guerra criminale contro la mala latinense nel 2010. I due figli sono stati arrestati per una rapina ed estorsione in ragione di un debito avuto con personaggi di Campo Boario anche loro coinvolti in inchieste e nella malavita locale

“Dopo qualche giorno, per telefono, – continua il racconto della vittima – mi chiese di anticipare il pagamento del debito di qualche giorno, ed infatti concordammo di vederci per il 2 settembre. Gli 800 curo per pagare ‘Prosciutto” me Il feci prestare da mia madre visto che lo stipendio lo prendevo il giorno 7. Di fatti, proprio il 2 settembre, tramite telefono e whatsapp, concordai con “Prosciutto” un appuntamento per vederci sotto la Torre Pontina per le ore i 15:30/16.00 circa. Giunsi a piedi sotto la Torre Pontina, poco prima della salita dei parcheggi antistanti l’ingresso, e venni raggiunto da “Prosciutto”, il quale si trovava a bordo di una Smart di colore grigio, condotta da un altro uomo, da me sconosciuto. Quindi mi avvicinati al lato passeggero del veicolo, e consegnai nelle mani di Ferdinando, 800 euro in banconote da 50 euro. In quella circostanza, dissi a Prosciutto di non chiamarmi più e che non avrei mai più acquistato droga da loro, in quanto non sarei stato più disponibile a subire le loro imposizioni, relative ad acquistare droga secondo le loro, quantità e prezzi. Prosciutto, mi rispose di stare tranquillo e che ci saremmo comunque rivisti in seguito”.

Conscio di aver rotto il rapporto con il figlio di un boss del clan Di Silvio, l’assuntore di cui viene riscontrata una perdurante forma d’ansia ha dichiarato: “Dopo questa esperienza, ho dovuto modificare il mio stile di vita, tanto da limitare le uscite nelle zone più frequentate di Latina, per evitare di incontrare Ferdinando “Prosciutto” o le altre persone della sua famiglia o altri suoi affiliati”.

“Non avrei mai preso tale quantitativo di sostanza stupefacente ribadisce la vittima assoggettata agli investigatori – ovvero i 7 grammi cedutami da DI SILVIO Ferdinando, tali da farmi rischiare di essere arrestato, se non mi fosse stato imposto con violenza, da un personaggio di tale caratura criminale, e la paura che esercita il cognome della sua famiglia Di Silvio, ovvero di subire ritorsioni verso me stesso ed i miei familiari“.

La droga per il clan di Romolo, come per ogni sodalizio, era divisa su zone. Individuate dagli investigatori le piazze di spaccio controllate dal clan: Viale Kennedy (zona Cimitero) coordinata da Carmine detto Porcellino (fratello di Romolo e numero due del gruppo, anche lui in carcere per i fatti del Processo Caronte); Villaggio Trieste; Zona Pub (con l’assoldamento del pusher Michele Petillo), Pontinia (il referente Angelo Crociara); Casalbruciato tra Sezze e Pontinia (referente: Casemiro Ciotti detto Miro). Anche la stessa casa di Via Moncenisio, vero centro su cui ruotavano tutte le decisioni del clan, era adibito a piazza di spaccio. Specularmente a ciò che avveniva nel clan del cugino di Romolo, Armando Lallà Di Silvio, il cui quartiere generale era Via Muzio Scevola dall’altra parte di Campo Boario.

Secondo la DDA romana, a costituire l’associazione mafiosa dedita allo spaccio erano, oltreché ai due capi Romolo e Carmine Di Silvio, ci sono i figli del boss “Scarface Antonio Patatino e Ferdinando Prosciutto, il genero e leader Fabio Di Stefano detto Il Siciliano. Romolo è il promotore, gli altri sono gli organizzatori.

Fabio Di Stefano
Fabio Di Stefano

A piramide i pusher, coloro che vendono la droga e hanno contatti con gli assuntori: Daniel Alessandrini detto Tyson (genero di Carmine detto Porcellino), Mirko Altobelli detto “Il Sinto” (sposato anche lui a una figlia di Porcellino), Costantino Di Silvio detto Cazzariello (figlio di Costanzo Di Silvio, numero tre del clan in quanto fratello di Romolo e Carmine), Angelo Crociara, Casemiro Ciotti, Mirko Lolli, Riccardo Mingozzi (genero di Romolo fino al 2019), Daniel De Ninno e Michele Petillo, vero “cavallo di razza” dello spaccio e passato dal Clan Travali al Clan di Romolo Di Silvio che gli impose di spacciare per lui. Secondo Pugliese, controllando la piazza di spaccio della zona pub, Petillo, più volte arrestato, riusciva a movimentare 60mila euro al mese.

Non è sempre andato bene il businness della droga per Romolo e il suo gruppo. Renato Pugliese racconta di aver fornito la droga alla figlia di Romolo e al marito Di Stefano in un momento di problemi economici, così da rivenderla: “Quando stavo con i Travali – racconta Pugliese – gli ho fornito uno o due chili di erba o fumo a 1500 euro al chilo”. Eppure, benché non fossero i re dello spaccio pontino, la famiglia Di Silvio/Di Stefano non accetta debiti. Così racconta sempre Pugliese: “F. nel 2014 aveva un debito nei confronti di Fabio Di Stefano e della moglie, ancora non c’era Romolo nella casa. Io e Samuele Di Silvio (ndr: figlio di Lallà, condannato per associazione mafiosa nel processo Alba Pontina) portammo F. ma Fabio e Alessandro Di Stefano insieme a Ferdinando il figlio di Romolo lo picchiarono a sangue“.

Secondo Riccardo, l’altro collaboratore di giustizia, gli affari della droga, dal momento che Romolo era agli arresti domiciliari e poi in carcere, erano gestiti soprattutto da Fabio Di Stefano: “Vendono la droga h24 – dichiarò Agostino Riccardo a novembre 2018 – davanti al bar di Maietta L’Angolo del Caffè (ndr: zona Piccarello) utilizzando come copertura l’American Bar dove ti davano il caffè e contestualmente la cocaina”. D’altra parte, per Fabio Di Stefano l’esercizio di un locale adibito a bar non è cosa nuova. Fino a pochi mesi fa, insieme alla moglie Angelina Di Silvio (figlia di Romolo), detta Perla Nera, gestiva il locale omonimo, per l’appunto “Perla Nera” a Latina, infine lasciato dopo un’interdittiva antimafia. Ad oggi, al posto del Perla Nera, c’è un bar a nuova gestione con un nuovo nome; e pensare che solo a marzo 2020, intercettato a Rebibbia, Romolo esortava il genero Fabio Di Stefano a mandare avanti l’attività: “Quando esco quel bar me lo ripiglio io!”. Per inciso, anche il padre di Di Stefano, Salvatore, gestiva un locale adibito a bar nel territorio di Sezze.

Bar Perla Nera
Bar Perla Nera, Via Bruxelles (Latina)

Di Stefano il siciliano, insieme ai due fratelli Franco e Alessandro e al padre Salvatore, sono stati arrestati ieri 26 ottobre nell’ambito dell’operazione “Scarface”. Una famiglia che ha reso ancor più forte il gruppo di Romolo dal punto di vista criminale. Originari di Acireale, il padre Salvatore ha avuto un passato a contatto con le cosche sicule. Dediti alla violenza come quando pestarono un uomo nel centro commerciale di Latina Fiori, sono diventati ancora noti qualche mese fa per il complesso sinto-hollywoodiano a Borgo San Michele costruito in maniera completamente abusivo e per questo sequestrato ai fini di confisca. Posero lì leoni dorati come segno di demarcazione del territorio.

È proprio con la droga che inizia l’affiliazione al Clan Di Silvio/Di Stefano dell’attuale collaboratore di giustizia Emilio Pietrobono. Lavorava dai Di Silvio come manovale poi, con più confidenza, è diventato un loro corriere della droga, persino con carichi trasportati da Aprilia. E quando Pietrobono viene arrestato dalla Polizia il 30 ottobre 2019, Fabio Di Stefano che dimostra intuito e scaltrezza capisce tutto e ha un presentimento che poi rivelerà verissimo: “Nooo quello se canta tutto – dice a Prosciutto Di Silvio entrambi intercettati – Te dico fermata compa’! Mo’ gli fa tutti i nomi. C’ha pure visto! C’hanno inculato. C’ha paura, santo Dio benedetto“.

Tra i personaggi apparentemente fuori da certi giri, che sono ruotati intorno al Clan di Romolo Di Silvio, non c’è solo l’uomo nominato da Durigon all’Ugl, Simone Di Marcantonio, ma anche un altro uomo già coinvolto in determinati fatti criminosi e per lo più avvolti dal mistero.

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Si tratta di Antonio Fusco, detto Zi’ Marcello, condannato in primo grado per favoreggiamento per aver avvertito il Clan di Armando Lallà Di Silvio che i poliziotti li avrebbero arrestati. Per farlo, come ormai noto, telefonò dal centralino della Guardia di Finanza di Latina. Un fatto sconcertante e mai chiarito, così come rimane nella nebbia il suo rapporto con un certo Massimo Severoni uomo al centro di diverse questioni come la lista per Davide Lemma Sindaco alle Comunali latinensi del 2016 e sedicente appartenente alla Dia o ai Servizi Segreti. Al momento Severoni è sotto processo per riciclaggio a Roma.

Eppure Fusco che interviene sovente a risolvere i problemi di persone vessate dai Di Silvio (lo aveva fatto anche col clan Di Lallà nei confronti dell’ex dipendente del Latina Calcio Davide Malfetta) è come Di Marcantonio in stretti rapporti con l’uomo vicino alla ‘ndrangheta gravitante tra Aprilia, Roma e Latina: Sergio Gangemi.

Secondo quanto raccontato da Renato Pugliese, in riferimento al clan di Romolo Di Silvio, Zi’ Marcello interviene per pagare un debito di droga a una donna.

“C’è un altro episodio in cui è coinvolto Antonio Fusco – racconta nel 2017 Renato Pugliese – Mi vidi con una certa Mirella che aveva un fratello che aveva un debito con Ferdinando figlio di Romolo per 70 -80 grammi dì cocaina e loro lo stavano pressando. Mirella mi disse che la madre era un’appartenente alla Polizia Penitenziaria: Mirella aveva circa 2.000 euro da dare subito. Io andai da Romolo dicendo che una persona si sarebbe fatta carico del debito, era Antonio Fusco, ma che occorreva aspettare il successivo lunedì altrimenti il debitore avrebbe denunciato. Romolo acconsentì e portai Mirella a parlargli per accordarsi, Romolo disse che però il debito era molto più alto, ma io dissi di pagare i .1700 euro che aveva e che poi l’avremmo risolta con Fusco. Andammo il successivo lunedì con Antonio Fusco da Romolo. Venne anche quell’Ercole che si spacciava per un appartenente alla DDA o ai servizi. Giunti da Romolo, Fusco gli disse che il debito residuo era di 4800 euro, ma Romolo insisteva che era di 10000 euro, divenuti 8000 solo grazie al mio intervento. Avendo Mirella già dato 1.700 euro, si organizzò la dazione in più tranche delle residue somme pari a 6300. La mia ricompensa fu una bottiglia di vino e 100 euro. Fusco disse che se si fosse presentato un’altra volta il fratello di Mirella e lo avessero rifornito, lui non avrebbe .garantito: dovevano mandarlo via”.

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