ALBA PONTINA, SOFFIATE DAL CENTRALINO DELLA GDF: CONDANNATO ZI’ MARCELLO

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Gianluca Di Silvio: uno dei figli di Lallà già condannati in due gradi di giudizio nel processo Alba Pontina che si è celebrato a Roma (coloro che hanno scelto il rito alternativo). Secondo la ricostruzione investigativa, Fusco chiamò a un telefono intestato a Gianluca Di Silvio a cui rispose Agostino Riccardo. È così che il medesimo Fusco avvertì gli affiliati al Clan Di Silvio dell'arresto che sarebbe stato eseguito dalla Polizia di Latina. Siamo nel settembre 2016

Favoreggiamento al Clan Di Silvio e soffiate: Antonio Fusco, detto Zi’ Marcello, personaggio controverso è stato condannato

Il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma Angelo Giannetto lo aveva rinviato a giudizio su richiesta dei sostituti della Procura/DDA di Roma Barbara Zuin e Luigia Spinelli. Zi’ Marcello, così come è conosciuto Antonio Fusco di Latina, è stato condannato per favoreggiamento col rito abbreviato a un anno e quattro mesi. La richiesta della Procura era di due mesi in in più: un anno e sei mesi.

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Fusco è uno dei personaggi più misteriosi apparsi nell’inchiesta Alba Pontina da cui è scaturito l’omonimo processo per associazione mafiosa al Clan Di Silvio e dal quale sono discesi altri procedimenti penali nonché indagini come, ad esempio, il processo in corso all’ex consigliera regionale Gina Cetrone o l’imponente indagine, ora processo, denominata “Dirty Glass”.

Zi’ Marcello – che i collaboratori di giustizia danno vicino a Sergio Gangemi, personaggio a sua volta vicino alla ‘ndrangheta calabrese e già condannato, tra i vari procedimenti subiti, in primo grado per estorsione mafiosa – risulta coinvolto negli atti d’indagine di “Alba Pontina”, per cui è stato anche audito presso la Corte d’Assise del Tribunale di Latina, nell’estorsione ai danni dell’ex ristoratore di Sermoneta Davide Malfetta (ex dipendente del Latina Calcio di Pasquale Maietta) da cui conseguirono gli arresti di Renato Pugliese, Agostino Riccardo, Ferdinando “Pupetto” Di Silvio e il fratello Samuele (entrambi, quest’ultimi, figli del boss di Campo Boario Armando detto “Lallà”).

Da quell’estorsione, in seguito agli arresti, venne la scelta di collaborare con lo Stato da parte, prima (dicembre 2016), del figlio Costantino “Cha Cha” Di Silvio, Renato Pugliese, in seconda battuta, a luglio 2018, di Agostino Riccardo.

Fusco è accusato di favoreggiamento al Clan Di Silvio poiché proprio nell’occasione dell’estorsione a Malfetta fu interpellato da quest’ultimo, tramite – secondo quanto raccontato da lui stesso in un’udienza del processo Alba Pontina – Massimo Severoni, altro personaggio misterioso sospettato di essere un appartenente ai servizi segreti o comunque in rapporti con alcune forze dello Stato “infedeli”.

È così che Fusco si prodigò per Malfetta tentando di mediare con i Di Silvio, ma soprattutto, secondo l’accusa, di evitare che questi fossero arrestati dalla Squadra Mobile di Latina “soffiando” la circostanza che gli agenti di Polizia erano pronti ad arrestare Riccardo, Pugliese e i due figli di Lallà. Peraltro, secondo un commissario della Squadra Mobile di Latina, ascoltato durante il dibattimento in Corte d’Assise per Alba Pontina, Fusco non sarebbe nuovo alle “soffiate” finalizzate a inquinare indagini e azioni di polizia: l’uomo, infatti, avrebbe avvertito anni addietro (dopo il 2005 quando era tornato dal Venezuela) Massimiliano Moro, il boss ucciso dal Clan Ciarelli, di un suo arresto.

Tornando ai fatti più recenti per cui è stato condannato, uno degli elementi più inquietanti della vicenda che lo ha coinvolto è che Zi’ Marcello avvertì Agostino Riccardo dell’imminente arresto telefonando a un cellulare intestato a Gianluca Di Silvio detto “Bruno” (altro figlio di Lallà, già condannato in due gradi di giudizio come i fratelli per reati con l’aggravante mafiosa nel processo romano di Alba Pontina), chiamando dalla cosiddetta “Argentina”. Un nome che non direbbe niente se non fosse che, nel loro gergo, rimandava al centralino ubicato presso il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Latina.

Per lui, oggi, una condanna non di proporzioni rilevanti ma significative: anche i Di Silvio – ora è certo, almeno per il primo grado di giudizio – avevano il loro Agente all’Avana che li informava sui movimenti della Polizia.

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