Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Latina
Dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Latina sono partite alcune strane telefonate nell'ambito dell'inchiesta Alba Pontina che ha coinvolto appartenenti alla famiglia Di Silvio

BASTARDA PONTINA (Parte III)

in Focus/Giudiziaria

La politica pontina 

Da molti anni l’intreccio tra mondo politico e mondo di sotto, a Latina, è palpabile al di là dell’ultima inchiesta Alba Pontina. Ad esempio, nel riportare alcune dichiarazioni di Roberto Toselli, il terzo pentito latinense (poi ha ritrattato la sua collaborazione) insieme a Pugliese e Riccardo, ci si può fare un’idea di come funzionava quando Latina si chiamava, pro tempore, Maiettopoli. Lo scenario viene descritto raccontando le attività di Francesco Viola, inquadrato nell’inchiesta Don’t Touch come uno dei più rilevanti affiliati dell’organizzazione malavitosa di Cha Cha e dei Travali.

Viola ha messo dei soldi nel Latina Calcio e partecipa ai guadagni. Si incontrano in posti concordati, in un viale vicino all’università o in un bar dove Viola si trova ogni mattina. So che a Borgo Flora se non erro c’è un’officina che è stata finanziata da Viola e Maietta ed è intestata a un prestanome. Credo l’abbiano acquistata circa tre anni addietro. Viola ha sostenuto Maietta nelle elezioni. Oltre a mettere i manifesti, attività che ho svolto io insieme ad Angelo Morelli e altri, comprava i voti. Ad esempio io ho ricevuto 50 euro in cambio del voto a Maietta e così moltissime persone dimoranti a viale Nervi. Non so bene quale fosse l’utilità ricavata dal Viola, ma sono certo che il Viola ha ottenuto dei profitti, e tra questi 60mila euro in contanti e una villetta. Temo fortemente le conseguenze delle mie dichiarazioni e ritengo per quanto ho detto che sia in pericolo anche la mia compagna”.

L’altro pentito Renatino Pugliese rincara la dose: “Quando poi partì la campagna elettorale tramite Riccardo Agostino, che conosceva Fausto Bianchi (ndr.: ex Presidente del Gruppo dei Giovani Imprenditori di Unindustria a Latina), entrammo nella campagna elettorale ma poi lavorammo tramite Del Prete Raffaele nella campagna elettorale per Salvini e Cetrone Gina. Agostino aveva già lavorato alle regionali del 2013. Riccardo aveva già lavorato con Viola Francesco, Morelli Angelo e Sabatino, miei cugini, nella campagna del 2013 per Maietta Pasquale. Posso riferire sulla compravendita di voti per le elezioni del 2013 in favore di Maietta”.

I manifesti elettorali con cui i balordi di Campo Boario gestivano la campagna di alcune liste e alcuni uomini politici erano sistemati nella stalla dei Di Silvio. Il che, ironia della sorte, potrebbe contenere in sé qualcosa di potentemente metaforico.

All’indomani degli arresti dei balordi di Campo Boario, il plauso dei politici pontini è stato unanime. Chi esultava per il grande impegno della magistratura e delle forze dell’ordine, chi si prodigava in comunicati di indignazione e impegno, chi prometteva fantomatiche DIA (Direzione Investigativa Antimafia) nel territorio pontino che si annunciano da anni a tutte le latitudini politiche (dimenticando che se proprio si dovesse, sarebbe meglio, per un contrasto strutturale alle mafie del territorio pontino, una DDA).

Il mercato delle affissioni dei manifesti è, in parte, in dote alla criminalità locale. Molti candidati negli ultimi trenta anni hanno sfruttato i servigi di malavitosi per riempire di faccioni e slogan le città del pontino, attuando spesso pratiche scorrette e di affissione selvaggia e violenta.

Tra gli imputati nel filone “reati elettorali” di Alba Pontina si trovano, tra gli altri, l’attuale collaboratore di giustizia Agostino Riccardo e, da Terracina, Gianluca D’Amico e Matteo Lombardi, i quali operavano, come noto, in favore di Gina Cetrone per le amministrative del 2016 con la lista Si Cambia. Dalla presentazione sul sito del Comune di Sonnino, si legge che Gina Cetrone è “per sensibilità e formazione vicina all’area politica del centro destra italiano, fino a quando, nel 1994, si riconoscerà pienamente nei valori e nel manifesto programmatico del neonato partito di Silvio Berlusconi: Forza Italia e successivamente nel Popolo della Libertà. Al 6 luglio del 2009 risale il suo debutto sulla scena politica. Allora, infatti, si candiderà come consigliere provinciale di Latina nella lista del Pdl di Armando Cusani, nei seggi di Priverno e Roccagorga. A conclusione della tornata elettorale, il neoeletto Presidente Armando Cusani, le conferirà la nomina di Delegata Provinciale per la Valorizzazione dei Prodotti Locali, del Marketing e Promozione Territoriale. Da quel momento, inizia il suo impegno per la valorizzazione del territorio e subito dopo le elezioni, per mantenere vivo il contatto con i cittadini, aprirà un Punto di ascolto nel comune di Priverno. Dal 2010 ricopre per il Pdl la carica di Consigliere regionale del Lazio, con l’incarico di Vicepresidente della Commissione Piccola e Media Impresa, Commercio e Artigianato, Vicepresidente della Commissione Speciale Sicurezza e Prevenzione degli Infortuni sui Luoghi di Lavoro ed è membro della Commissione Agricoltura”.

Gina Cetrone
Nella foto, Gina Cetrone con il sindaco di Sperlonga, Armando Cusani, già coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari, da ultimo nell’inchiesta/processo Tiberio. Di lui, nell’estate del 2017, Gina Cetrone, sulla sua bacheca Facebook, scriveva: “L’UNICO PRESIDENTE CHE HA FATTO GLI INTERESSI DELLA NOSTRA PROVINCIA E DEI CITTADINI.
FORZA E CORAGGIO PRESIDENTE E AVANTI TUTTA SENZA ALCUN TIMORE!”

Un curriculum notevole di una politica che spazia da territorio a territorio senza soluzione di continuità; in faretra, una freccia che dovrebbe almeno provocare un po’ di imbarazzo: essere stata consigliere del PDL ai tempi del famigerato capogruppo Franco Batman Fiorito. Leggendo le frasi trascritte nelle intercettazioni dell’ordinanza di Alba Pontina, parlare amabilmente con Agostino Riccardo, un incallito e ultra-noto estortore di Latina, al servizio di Cha Cha/Travali prima e dei Di Silvio poi, non è stato così imbarazzante per l’ex consigliere della Pisana, se si considerano le parole gioviali che intercorrevano tra i due. Tuttavia, sarebbe un errore credere che Cetrone, impigliata nelle maglie di Alba Pontina ma non indagata, sia un unicum, piuttosto era/è inserita in una certa tendenza “culturale” della politica pontina che ha avuto, da sempre, una dimestichezza con il voto di scambio e i mondi di sotto, che parla di pacchetti di voti e passa da un partito all’altro naturalmente come andare al bagno.

Dopo aver usufruito dei servizi di Riccardo che coordinava le operazioni a Terracina con l’ausilio di alcuni soggetti del luogo (Lombardi, D’Amico, il non indagato nipote di Cetrone e altri), e con la benemerenza dei piccoli ras dei quartieri (per fare campagna elettorale a Terracina, Renato Pugliese e Agostino Riccardo chiesero il permesso a un non meglio precisato capozona di Terracina), Gina Cetrone, come capita sempre quando si ha a che fare con un determinato tipo di soggetti, verrà fortemente sollecitata al pagamento con tanto di intimidazione.

Le campagne elettorali di Cetrone erano di sovente gestite, così si evince dalle carte di Alba Pontina, dai Morelli. I Morelli si lamentarono perché Riccardo e Pugliese, un tempo alleati tutti insieme nel clan Tuma/Cha Cha/Travali, se ne stavano occupando per conto dei Di Silvio di via Muzio Scevola, anche perché i proventi di queste campagne elettorali sarebbero dovuti servire ai carcerati. Lallà Di Silvio intervenne per dirimere la questione, chiamò uno dei Morelli, Sabatino detto Manolo, e gli disse che non avrebbero abbandonato il business, bensì avrebbero continuato perché quando erano loro i carcerati si erano arrangiati da soli.

Riguardo a queste manfrine politico-malavitose, è stata ampiamente riportata, da numerosi organi d’informazione locale e nazionale, la notizia che sull’auto su cui viaggiavano Riccardo, D’Amico e Lombardi, sono stati rinvenuti dalla Polizia manifesti (tutti per le amministrative del 2016 a Latina o a Terracina) di Elsa Calandrini Lungo lista “Cuoritaliani”, di Francesco Zicchieri lista “Noi Con Salvini” (attuale vice-presidente del gruppo parlamentare della Lega alla Camera dei Deputati, nonché coordinatore regionale di partito), oltre a quelli della lista Si cambia di Cetrone e di due candidati, Corradini e Tramentozzi.

Anche un altro figlio di Lallà agiva nelle campagne elettorali. Era Gianluca Di Silvio, protagonista di estorsioni e spaccio in Alba Pontina, che si prodigava in attività elettorali: fu ingaggiato con tanto di seguaci plaudenti per acclamare un candidato durante un comizio elettorale a Latina nel 2016. La stessa persona che, nel 2015, fu protagonista dell’occupazione, insieme a moglie e figlio, di un appartamento dell’ente comunale riservato ai papà separati in Via Scipione l’Africano (alle porte di Campo Boario) a Latina: un fatto piuttosto inquietante perché fa pensare che, considerate le vicissitudini burocratiche di quelle case, o nella politica o nell’ente ci fosse qualcuno che passasse informazioni utili all’occupazione dal momento che, in quegli anni, non si sapeva pubblicamente e chiaramente quando realmente fossero state abitabili.

Ad ogni modo, a Latina, nell’ambito dei voti di scambio gestiti dalla mala, a detta del pentito Pugliese, Agostino Riccardo si era allargato in una zona, quella di Viale Nervi, da anni gestita da Sabatino Morelli (gruppo Travali), al quale l’attuale consigliere regionale della Lega Angelo Orlando Tripodi aveva dato in mano la campagna elettorale. In quella zona, un’area di case Ater dove i clan la fanno da padroni, si potevano acquistare i voti. E la posta per il controllo elettorale del territorio era alta e conosciuta sia da criminali che politici.

Un altro soggetto, sempre a quanto dichiara Pugliese, a cui Tripodi faceva gestire la sua campagna elettorale da mondo di sotto, era il gran capo ultrà dell’era maiettana Giancarlone Alessandrini, già coinvolto insieme ai Morelli in Don’t Touch.

Stadio Francioni di Latina
Attore del clan Tuma/Cha Cha/Travali, colpito dal processo Don’t Touch, era sicuramente lo Stadio Francioni di Latina dove la congrega frequentava e gestiva parte della tifoseria organizzata. Di fronte allo stadio, nella sede degli ultrà, si consumava da parte di questo clan anche lo spaccio di droga. Le connessioni tra mala, calcio e politica erano il canone di Maiettopoli, quando (almeno per un decennio) l’ex deputato di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta occupava la scena mediatica e politica della città pontina…incensato di onori dalle Istituzioni locali e dall’opinione pubblica (con sparute e lodevoli eccezioni) che, solo a inchieste rivelate, ha cambiato (forse) registro nei suoi confronti.

I collettori tra politica e criminalità erano, sostiene Pugliese, il segretario di Tripodi (Emanuele Forzan, non indagato) e Raffaele Del Prete (l’imprenditore coinvolto nell’inchiesta Touchdown che ha terremotato la giunta Della Penna a Cisterna nel dicembre 2017) che invitava i malviventi a recarsi nel suo capannone a Latina Scalo/Sermoneta e, lì, dava loro i soldi per i servizi elettorali, come, per esempio, li corrispose a Riccardo e Pugliese. Agostino Riccardo, dal canto suo, continuava a fare la “cresta” anche sui pagamenti per le affissioni.

Inserita in una storia di debiti per droga è, invece, la compravendita di voti che ha coinvolto altri due indagati in Alba Pontina: Gianfranco Mastracci, da sempre legato alla malavita rom pontina ma non organico al gruppo Lallà, e Ismayl El Gayesh (gestore di un noto locale a Latina, nel quartiere R6 Isonzo).

Siamo nella primavera del 2016, l’appuntamento è importante, ci sono le Comunali per eleggere il sindaco e i consiglieri del capoluogo pontino, e il piatto del voto bloccato, pro domo dei politici con certe amicizie, è ricco.

Dopo aver perseguitato e taglieggiato il consumatore/debitore (“Sei finito e stai al doppiaggio”, gli diceva Mastracci, intimandogli il pagamento con la minaccia di pestarlo e poi portarlo al pronto soccorso così da ottenere un referto e farsi pagare dall’assicurazione simulando un sinistro stradale), con tanto di pedinamenti riservati all’ex compagna di quest’ultimo e veri e propri appostamenti sotto casa della donna (rea di nascondere il minacciato) ad opera di due sodali (Simone Tartaglia e Massimiliano Mengoni, non indagati), Gianfranco Mastracci e Ismayl El Gayesh trovano il consumatore/debitore e lo costringono a girare con loro in auto. Nell’arco di una giornata, quest’ultimo poté vedere le manovre elettorali del Mastracci, intento a raccattare voti per conto terzi dirigendosi a prelevare decine di persone a Latina per condurle nei seggi elettorali.

Il consumatore/debitore, come gli altri, fu obbligato a votare Roberto Bergamo (indagato) e Angelo Orlando Tripodi (non indagato) in qualità di sindaco della città di Latina, sebbene avesse già promesso il voto per Nicola Calandrini sindaco, in cambio di 50 Euro, a un non precisato uomo di Piazza Moro (Latina).

Per quelli ottenuti, Mastracci prendeva 30 euro a voto, e dimostrava l’avvenuta riuscita del voto di scambio esibendo le schede elettorali timbrate ad Angelo “Calo” Morelli (appartenente al clan rom dei Travali), il quale, a sua volta, le mostrava ai suoi riferimenti politici, Roberto Bergamo e Angelo Tripodi.

A casa di “Calo” Morelli, effettivamente, fu ritrovata una cartellina denominata “Latina Olim Palus 2032” in cui vi erano scritti i 31 candidati della lista che appoggiava, alle comunali latinensi del 2016, il consigliere in Regione Lazio Tripodi. Accanto ai nomi dei candidati, alcuni numeri a matita. Durante questa perquisizione nella casa di Angelo “Calo” Morelli, Roberto Bergamo, uno dei candidati della lista, passò di lì per caso, dichiarando alle forze di polizia, operanti nella perquisizione e interessate alla sua presenza, che non stava cercando “Calo” ma suo fratello “Manolo” Morelli.

È piuttosto curioso che, in quella campagna elettorale del 2016, Bergamo e Tripodi si scagliavano contro il campo rom Al Karama dichiarando che lo avrebbero demolito: “Abusivo, degradato e al suo interno trovano ricovero delinquenti abituali: con Tripodi lo butteremo giù”. Considerato il fatto che esistono sufficienti leggi e norme comunitarie per risolvere il problema dei campi rom, e nessuna di queste prevede la propaganda, è singolare che nell’orgia verbale di “ordine e ruspa” si faccia riferimento ai “delinquenti abituali” di Al Karama. In realtà, nel campo, ci sono alcune sacche di microcriminalità, con una percentuale minima rispetto alla totalità delle persone che non costituiscono un pericolo per la città di Latina, a differenza dei delinquenti abituali e organizzati a cui parrebbero essersi rivolti Bergamo e Tripodi; senza contare che la ruspa con i rom di Borgo Bainsizza è un atto impraticabile e di codardia se, al contempo, non si fa mai riferimento al vero racket delle case popolari gestito per anni dagli italianissimi clan rom (il fenomeno, ora, è contrastato da un protocollo firmato da Ater e Questura). Occupazioni, quelle sì abusive, che, per anni, sono state imposte, con la complicità di Istituzioni e uomini politici, da italiani (Di Silvio, Travali in testa), i quali sottraevano le case a persone, italianissime anch’esse, che ne avevano diritto: prima gli italiani è il disco rotto, Italy first, ma con vigliaccheria, perché ci sono alcuni italiani più italiani di altri. Un esempio di propaganda della moda corrente, quando si inveisce contro gli aspetti facilmente strumentalizzabili (gli zingari, i campi rom ecc.) ai fini di consenso elettorale, ma con ipocrisia e, a volte collusione, non si affrontano le vere consorterie criminali che influenzano la sfera sociale ed economica di un territorio.

Resta da capire perché Nicola Calandrini, l’attuale capo dell’opposizione di Fratelli d’Italia nel consiglio comunale di Latina, un partito che in città è stato simbolo di un potere malato come quello di Maiettopoli, non abbia voluto spazzare via ogni dubbio smentendo ciò che si evince dall’inchiesta di Alba Pontina. È a conoscenza di corrieri del voto di scambio che, per conto suo o comunque delle sue liste, hanno promesso 50 Euro a preferenza in cabina elettorale?

Ciarelli: gli affari continuano

A febbraio 2018, i due fratelli Roberto e Valentina Ciarelli assalirono, insieme a Matteo Ciaravino (noto, sopratutto, per aver partecipato all’omicidio Vaccaro nel 2011 in un parco di Latina), un lavoratore del grande supermercato Carrefour in via Capograssa (Latina). In quella zona, al Piccarello, il centro ha assunto una funzione socio-ricreativa, ed è facile che nei weekend diventi un punto di incontro per molti giovani. I due Ciarelli (Roberto, Valentina e Matteo Ciaravino sono stati condannati in primo grado, per questo episodio, a pene sotto i tre anni) vivevano in una casa confiscata a pochi passi da dove hanno replicato ciò che i giovani appartenenti ai clan rom della città fanno da decenni: allenare le generazioni a soccombere con violenza, in modo da far capire sin da subito chi comanda. Confiscata anni prima, in ragione dell’inchiesta/processo Caronte, celebrato in ogni ambito ed entrato in relazioni di osservatori antimafia regionali e atti di commissioni parlamentari, la casa era rimasta nella disponibilità della madre dei due giovani, Rosaria Di Silvio, moglie di Ferdinando “Furt” Ciarelli, uno dei capi durante la guerra criminale del 2010 (in carcere per quei fatti), e sorella di Armando “Lallà” Di Silvio. Solo dopo questo episodio di inaudita efferatezza (il lavoratore del supermercato ha dovuto subire delle operazioni maxillo-facciali), la casa è stata requisita, non prima però che fosse ripulita da altre persone della famigghia che hanno agito, incredibilmente, dopo che erano stati apposti i sigilli dalla Polizia.

Carrefour, Strada Capograssa (Piccarello), Latina
Nel noto supermercato, alla porta sudorientale della città di Latina, si è consumata l’ennesima prepotenza da parte di appartenenti a una famigghia rom, con l’aiuto di affiliati (un individuo, in questo caso). Da più di trenta anni, in città, questo tipo di episodi fanno da corredo a Latina e costituiscono il brodo di coltura per balordi che praticano/affinano la loro violenza per, poi, passare agli affari più remunerativi quali spaccio, usura, estorsione, recupero crediti fino ad approdare agli investimenti patrimoniali e imprenditoriali. Le pene comminate ai tre giovani aggressori del Carrefour, se confermate in terzo grado, consentiranno loro di chiedere alla magistratura pene alternative per evitare il carcere.

Tutti sapevano che una famiglia, unione di un Ciarelli e una Di Silvio, abitava lì al Piccarello in una casa confiscata, ma evidentemente non c’era la volontà di rimuoverli da lì. Perché ai Ciarelli alcune cose, in questa città, sono state colpevolmente concesse. E non si tratta unicamente di un pestaggio brutale ai danni di un precario come nell’episodio dei due discendenti di casa Ciarelli/Di Silvio, ma di opache franchigie che hanno consentito a questo clan di irrobustirsi e radicarsi in città, fino a credersi padroni di intere zone.

Nei Ciarelli, come in tutti i clan rom, ci sono delle divisioni ma, nel corso della loro storia criminale, hanno dato prova di sapersi unire e di viaggiare con più scaltrezza rispetto ai Di Silvio

Nelle intercettazioni di Alba Pontina, Pupetto Di Silvio, Renato Pugliese e Agostino Riccardo sostengono di far parte di una famiglia contrapposta ai calabresi e ai Ciarelli. Pugliese e Pupetto parlano di “calabresi” che, prima di toccare direttamente un avversario, colpiscono i parenti più stretti a cominciare dai padri, richiamando l’episodio di Ferdinando il Bello, padre di Costantino “Patatone” e Antonio “Sapurò” Di Silvio (l’altra ala dei Di Silvio), ucciso nel 2003 con l’autobomba al Lido di Latina. Una storia di cui gli affiliati ai clan rom discorrono con rispetto, quasi che ci fosse un’aura mitica a tal punto che quelli che vengono giudicati “infami” non hanno diritto neanche a raccontarne i contorni, come, ad esempio, Angelo “Palletta” Travali (clan Don’t Touch), figlio per di più di una donna (Maria Grazia Di Silvio) che, a detta dei balordi di Campo Boario, avrebbe giocato un ruolo negli arresti dell’inchiesta Caronte.

I Ciarelli, dunque, sono un clan a sé stante, e lontano ormai dall’alleanza del 2010 quando le cosche rom si unirono, dopo l’attentato a Carmine “Porchettone” Ciarelli, per uccidere in culla le mire espansionistiche di Massimiliano Moro, Mario Nardone e gli altri. Come per i Di Silvio, anche per i Ciarelli le donne della famigghia, ad esempio Veronica Ciarelli, hanno un ruolo attivo negli affari criminali. In Alba Pontina Sabrina De Rosa, la moglie di Lallà, e le figlie dei due, dimostrano di essere addentro alle logiche del business della droga, confezionando e spacciando cocaina anche autonomamente, ma sempre nell’interesse della consorteria. Addirittura, quando gli uomini vengono incarcerati sono loro a continuare gli affari della sostanza stupefacente e a girare per le carceri in modo da fornire denaro e, sopratutto, notizie dal mondo criminale esterno, un mondo dove gli equilibri di potere, specialmente in terre “nuove” dal punto di vista del crimine organizzato come quelle pontine, sono frequentemente in bilico e mutevoli.

Ieri i clan rom della città si trovavano dalla stessa parte, domani si contenderanno gli affari illegali, così funziona. Da qui, il senso di rivalsa di Pupetto e dei suoi fratelli contro Luigi e il figlio Marco, considerati dai Di Silvio i due eredi del clan Ciarelli dopo gli arresti di Caronte, e gli avversari più temibili e potenti in città – in un’intercettazione piuttosto eloquente, Pupetto, per difendere l’onore di suo fratello carcerato Pasquale, minaccia, parlando con i suoi compari, di scatenare contro Luigi tutti i sopravvissuti dei Di Silvio.

Da Livorno cacciucco in bianco

Luigi Ciarelli (fratello di “Porchettone”), a fine luglio 2018, è stato arrestato, insieme a Claudio Pitolli di Anzio e Benito Aversano di Aprilia (già coinvolto nell’operazione chiamata Bon Bons a fine anni zero, nel 2009), per narcotraffico internazionale dal Sudamerica. Può essere definito, con tutti i distinguo del caso essendo i clan rom diversi dalle cosche del sud, il vero reggente del clan di Pantanaccio, il quartiere di Latina che ospita le ville e le auto di lusso dei Ciarelli. Si presume importasse droga dal Cile a Latina: 84 chili di cocaina sequestrati dalla Guardia di Finanza di Livorno. Già coinvolto in numerose vicende da profilo penale, come rapine, usura, detenzione di armi, ricettazione, la cocaina sequestrata avrebbe alimentato per un po’ il mercato in palude (è possibile, ad ogni modo, che la cocaina dal Cile non fosse destinata alla città di Latina ma smerciata altrove). I narcotrafficanti erano riusciti a fare arrivare nel porto di Livorno il quantitativo della droga in un container proveniente da San Antonio (Cile), all’interno del quale era stata caricata una cisterna di grosse dimensioni, sostenuta da due grandi supporti di metallo, con delle intercapedini dove erano occultati circa 160 panetti di cocaina purissima dal peso di 500 grammi ciascuno. Prima di questa operazione, la DIA definiva, in una nota a piè di pagina nell’ultima relazione pubblicata (Luglio-Dicembre 2017), ancora solo “probabile” il porto di Livorno “come punto di arrivo sul territorio nazionale di carichi di stupefacenti”.

La base utilizzata per stoccare la cocaina era, come spesso accade nelle rotte degli stupefacenti latinensi, Aprilia che, per morfologia e collocazione geografica, è l’ideale per fermare la droga quando arriva da giri più lontani.

Questo fatto dimostra di come i Ciarelli, mai accusati di mafia (tranne Carmine Ciarelli nel 1997), sono un clan più addentro ai traffici di droga: per comprare le sostanze non hanno bisogno, come i Di Silvio di Campo Boario, di broker o corrieri, altri clan o trattative. Riescono, ormai, a importare senza mediatori, o al massimo con la collaborazione alla pari di esperti narcotrafficanti. D’altra parte, non è cervellotico sostenere che, per fare questo tipo di operazioni, i Ciarelli abbiano il lasciapassare di clan più radicati, o calabri o siciliani dediti al narcotraffico e con la possibilità di fare base in Spagna.

Sono lontani i tempi in cui Luigi Ciarelli, per aiutare i suoi famigliari arrestati, faceva il lavoro sporco e cercava con ogni mezzo di far ritrattare i testi del processo Caronte. Dalle carte della sentenza di appello del processo, che vide tante persone ritrattare o tacere in udienza per terrore di ritorsioni, è testualmente descritto il modo in cui Luigi Ciarelli zittiva i testi che potevano aggravare la situazione del suo clan: “Il primo Giudice procedeva all’audizione all’udienza del 17-2-2014 dell’operante di polizia giudiziaria. Le dichiarazioni dell’operante fornivano un riscontro evidente delle ragioni della ritrattazione dei tre testi essendo emerso che Luigi Ciarelli, fratello di Carmine e Ferdinando Furt, il giorno in cui sono stati escussi Catarro Marco, Barbieri Roberta e Anzovino Emilia (udienza aprile 2013), parlava continuamente con una persona successivamente riconosciuta dall’agente di P.G. proprio nel Catarro; riferiva l’agente che i due erano in disparte sulla scala di sinistra rispetto all’aula dibattimentale; chi parlava in modo vivace era il solo Ciarelli mentre il Catarro non faceva altro che annuire e guardare a terra. Tale avvicinamento sortiva l’effetto di intimorire non solo il Catarro ma anche le altre due testi attesto il legame che li aveva uniti anche in passato”.

Nel giorno dell’arresto di Luigi, il 27 luglio 2018, i Ciarelli non demordono e, con l’arroganza e il disprezzo delle leggi, sfogano tutta la loro rabbia via social per penna e indignazione del figlio di Luigi, Marco Ciarelli, chiamato Marolli dai balordi di Campo Boario, e operante nel settore delle rivendite di auto, con base nel quartier generale di Pantanaccio. Il figlio di Luigi verga parole di fuoco contro la Guardia di Finanza di Livorno: “Volevo fare un grande applauso alla finanza di Livorno che stamattina è entrata in casa mia con 50 agenti e l’unico sequestro che è riuscita a fare è la scheda di 80 euro di mio figlio, volevo porvi le mie più sentite congratulazioni per aver arrestato un padre di famiglia che non c’entra niente con lo schifo che state scrivendo e sopratutto con le cazzate che i giornalisti stanno scrivendo, nel giardino di casa mia avete trovato l’anima dei morti vostri…dovete fare la stessa fine!”.

La casa confiscata dei Ciarelli/Di Silvio in Via dei Sabini
La casa dei Ciarelli/Di Silvio in Via dei Sabini (Piccarello, Latina) è stata confiscata in seguito al processo Caronte. Per oltre 4 anni dal provvedimento di confisca è rimasta nella disponibilità di Rosaria Di Silvio, moglie di Ferdinando Furt Ciarelli (condannato in Caronte), che viveva lì con la famiglia. È stato, purtroppo, necessario l’ennesimo atto vergognoso dei figli per mettere in pratica il provvedimento della magistratura.

Ma i Ciarelli sono molto altro. In un complesso rapporto con le Istituzioni, sono capaci di utilizzare le forze dell’ordine laddove ci sia da ovviare a qualche situazione di pericolo come, ad esempio, negli anni ’90. Come noto dai fatti del processo Mendico, Antonio Ciarelli, il capostipite della famiglia, arrivò a denunciare un pezzo del calibro di Ettore Mendico (affiliato ai Casalesi), per silurarlo e distoglierlo dai suoi obiettivi criminali volti a entrare nel racket di estorsioni e usure da sempre “core business” del clan rom. Al processo, Antonio disse di non ricordarsi neanche l’episodio della sua denuncia: a distanza di tanti anni, più di qualche regolamento di conti aveva sanato ciò che la giustizia non è riuscita a fare in terra pontina, dove i Casalesi potevano inquinare con i fusti tossici Borgo Montello, ma dovevano fermarsi di fronte ai desiderata dei Ciarelli.

Nel reticolo complicato della criminalità pontina, in seguito agli arresti di Don’t Touch e Alba Pontina, i Ciarelli sono nella possibilità di controllare, ad oggi, il mercato di droga e estorsioni a Latina. Sono il clan più ramificato e, al netto del ridimensionamento dovuto a Caronte, godono di potere criminale e politico: basti pensare che quando Carmine Ciarelli fu condannato in Corte d’Appello a 20 anni per il processo Caronte (in un’udienza, gli fu persino accordato di alzarsi e salutare nella cella dell’aula del Tribunale i suoi coimputati), fu sottoposto nel 2016 a un blando regime di arresti domiciliari in provincia di Isernia in località Venafro, Molise.

Non è rassicurante che ci sia stato bisogno dell’intervento della GdF di Livorno per avere la conferma dei traffici di questa consorteria che, oggi, è al riparo più che mai dai media e dalla magistratura locali più impegnati a raccontare e perseguire gli altri clan rom della città.

Forze dell’ordine: infiltrazioni che agevolano la criminalità

Nel famigerato caso del giudice Lollo (2015), tanto per rimanere nella storia più attuale della cronaca giudiziaria pontina, due finanzieri, Roberto Menduti e Franco Pellecchia, furono scoperti a passare notizie d’indagine al magistrato che, più di tutti, ha colpito l’immaginario collettivo latinense a causa della sua cinica ingordigia per i fallimenti pilotati (o meno).

Con l’affaire di Antonio Lollo, anche in tremenda ragione di scellerate combriccole tra forze della sicurezza e addetti ai lavori indagati (tra gli altri, una cancelliera del Tribunale di Latina), fu dato un colpo mortale all’affidabilità e alla fiducia delle e nelle Istituzioni locali – con un ruolo marginale ma dalle conseguenze non salutari il fatto che, tra gli arrestati del Lollogate, c’era la suocera del magistrato, Angela Sciarretta, ex dirigente e capo di gabinetto della Questura di Latina.

Le infiltrazioni e i comportamenti poco commendevoli all’interno degli organi istituzionali come, ad esempio, le forze dell’ordine, non sono solo un danno alla lotta contro consorterie e malaffare ma alimentano un serio pericolo di credibilità dello Stato e degli enti pubblici che dovrebbero essere sempre, ma proprio sempre, al servizio del cittadino.

Il cittadino, le imprese, la società civile che hanno la percezione di debolezza delle Istituzioni o addirittura dell’inquinamento delle stesse, frequentemente reagiscono con lo scetticismo e la rassegnazione oppure cercano di trarne giovamento accodandosi al così fan tutti. Ecco perché, quando si toccano i temi delle infiltrazioni malavitose nelle Istituzioni, la stessa informazione si fa guardinga e, per non esporsi, rischia di tralasciare episodi che, invece, dovrebbero essere altamente evidenziati.

Infiltrazioni e collusioni che mettono persino a repentaglio la vita di coloro che ne sono colpevoli protagonisti, sopratutto in ambienti delicati come quelli carcerari. Come di chi si compromette tenendo la retta ai criminali (l’agente penitenziario scovata di recente con le armi del clan al Villaggio Trieste), o come nel caso di uno dei figli di Lallà, Giuseppe Pasquale Di Silvio, arrestato con Caronte, che voleva far fuori un agente di polizia penitenziaria reo di aver preso le parti dei rivali Mario Nardone e fratelli Mazzucco. A Latina, nelle inchieste che hanno visto accusare mafiosi o potenti, il fenomeno delle infiltrazioni è tristemente presente. È difficile, pertanto, costruire la consapevolezza della libertà della denuncia in una città dove tantissime vicende penali, e Alba Pontina non fa difetto, hanno fatto emergere vere e proprie collusioni ed entrature negli organi preposti all’ordine e alla sicurezza.

Nelle carte di Alba Pontina, oltre che ad essere citato per cognome un appartenente della GdF (probabilmente il figlio) come fosse organico ai balordi di Campo Boario, uno degli indagati, Antonio Fusco (accusato di favoreggiamento), aveva delle concrete aderenze nelle Forze dell’Ordine. Il signore in questione conosceva i due “pentiti” Renato Pugliese, Agostino Riccardo e i Di Silvio. E li conosceva talmente bene da metterli in guardia dalle attività della Polizia, di cui era venuto a sapere, che di lì a poco avrebbe voluto intervenire per arrestarli in flagranza di un’estorsione.

Antonio Fusco, per salvarli, provava a contattare al telefono i balordi di Campo Boario. Il luogo da dove Fusco telefonava era un centralino di Palazzo M, al centro della città di Latina, che altro non è che il Comando Provinciale della Guardia di Finanza. Era il 20 settembre del 2016, e sull’utenza in uso a Gianluca Di Silvio pervenivano tre chiamate provenienti dal centralino; poco dopo Agostino Riccardo provava a contattare il numero del centralino, salvo poi capire, dopo un paio d’ore, che la persona che aveva chiamato dalla GdF era, per l’appunto, Antonio Fusco, detto Marcello. Riccardo chiama “Marcello” sul suo numero privato e gli chiede: “Tutto a posto Zi’ Marce’, ma io ho una chiamata dall’Argentina, eri te?”, ricevendo da “Marcello” Fusco tale risposta: “Chiamo anche dall’Argentina” – nel loro gergo l’Argentina è la Guardia di Finanza. “Marcello” lo avverte esplicitamente di non presentarsi all’appuntamento che lo stesso Riccardo, Pugliese, Pupetto e Samuele Di Silvio avevano per dare seguito ai propositi criminali in danno di un ristoratore di Sermoneta. “Alle sei e mezza non anda’ da nessuna parte, dai retta a Marcello”.

Palazzo M, Latina, sede del Comanda Provinciale della Guardia di Finanza
Palazzo M, Corso della Repubblica, Latina, sede del Comando Provinciale della Guardia di Finanza.

Il “centralista di Palazzo M” viene definito dai balordi di Campo Boario come un uomo dalle copiose disponibilità economiche; al contempo Armando “Lallà” Di Silvio, parlando di lui con i figli, lo dipinge come uno che, anni prima, era un “disgraziato”, persino sottomesso alle estorsioni del “grande Carmine” (Carmine Ciarelli, così lo appella Lallà) a cui avrebbe dato svariate centinaia di milioni di lire.

Antonio “Marcello” Fusco dà prova non solo di conoscere le attività dei balordi di Campo Boario, per di più le tutela togliendoli di impaccio poiché, attraverso le sue entrature nella polizia giudiziaria, aveva saputo della retata delle forze dell’ordine. E lo avrebbe comunicato, se Gianluca Di Silvio avesse risposto subito, direttamente dal centralino della GdF. Cosa ci facesse Fusco al Comando Provinciale della Finanza non è dato sapere; per di più, telefonare da quel centralino denota un rapporto quantomeno di familiarità con la sede della GdF. Gli inquirenti non hanno approfondito, lasciando alcune questioni aperte. Come Fusco sapesse, invece, delle attività di indagine della Polizia di Stato, coordinate dalla DDA di Roma, resta un mistero. O forse no.

I quattro, Riccardo, Pugliese, Pupetto e Samuele Di Silvio, in seguito furono effettivamente arrestati per questa stessa estorsione del ristoratore di Sermoneta, anche se la soffiata avrebbe potuto compromettere l’operazione, dirimente a tal punto che da qui sono iniziati Alba Pontina e il pentimento di Renatino Pugliese. Nelle intercettazioni di Alba Pontina si capisce che lo spiffero di Fusco, riguardante le attività della Polizia, ha almeno un probabile responsabile (volontario o meno, non è chiaro).

Dalle carte di Alba Pontina, si scopre, infatti, che un poliziotto di servizio a Roma e in rapporti politici con l’imprenditore Davide Lemma, candidato sindaco per una formazione civica alle amministrative di Latina nel 2016, era desideroso di proteggere l’estorto gestore del ristorante di Sermoneta (il quale, a sua volta, aveva contattato anche un individuo che si auto-definiva “dei Casalesi” con i Di Silvio). Pugliese, dopo aver appreso della soffiata di Fusco, dice: “no perché ce sta, è la guardia (ndr: il poliziotto di servizio a Roma) che sta con Davide Lemma…viene proprio lui…si è voluto mettere in mezzo per lui (ndr.: il ristoratore di Sermoneta) ha detto, voglio vede che…”. Non si comprende bene chi sia il poliziotto di servizio a Roma, citato da Pugliese, che si sarebbe “messo in mezzo per difendere l’estorto”, fatto sta che l’episodio rimane oscuro dal momento che nell’atto grave di un’estorsione si inseriscono diversi protagonisti estranei al contesto, ma coinvolti più o meno direttamente dalla vittima, che rischiano di far saltare un’operazione centrale per il proseguo dell’inchiesta Alba Pontina. Nel mese di settembre in cui le vicende dell’estorsione si dipanavano, Davide Lemma subì un’intimidazione e si ritrovò l’auto bruciata sotto casa; pochi mesi dopo, a gennaio del 2017, un’altra auto dell’imprenditore parcheggiata sotto l’abitazione fu colpita da due colpi di arma da fuoco. I fatti sono rimasti anonimi e impuniti, e il Lemma ha negato di avere qualsiasi problema con chicchessia.

Uomini dello Stato al servizio del malaffare

I problemi di infiltrazioni nei corpi di polizia non si limitano a episodi sporadici. Sia nelle indagini concernenti la frode milionaria delle cooperative con protagonista l’imprenditore Giancarlo Bolondi, sia nell’inchiesta Arpalo-Maietta, si è potuto verificare come diversi finanzieri sono stati coinvolti e/o agli arresti domiciliari.

Nella Guardia di Finanza a Latina vi sono state all’attenzione numerose circostanze gravi. Da ultima (settembre 2018), come rilevato dal secondo filone dell’inchiesta Tiberio della Procura della Repubblica di Latina, c’è l’ipotesi di una corruzione per i lavori alla caserma Mazzini di Gaeta, sede della Compagnia Allievi Finanzieri mare, che avrebbe coinvolto gli imprenditori Ruggieri e un militare della GdF.

Indietro di qualche mese, nel giugno 2018, ai domiciliari sono finiti, per il caso Bolondi, Riccardo Tomei e Vincenzo Camerota, finanzieri in servizio presso il Nucleo operativo di Latina e arrestati dai colleghi delle Fiamme Gialle di Nettuno. Tomei risulta indagato anche nell’operazione Arpalo – che ha confermato il castello finanziario su cui si reggeva Maiettopoli -, accusato di fornire informazioni di attività d’indagine all’ex deputato di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta. Nell’indagine che ha colpito l’imprenditore Bolondi, i due finanzieri avrebbero invece ricevuto soldi e altri favori e in cambio avrebbero aiutato Bolondi a ricevere il denaro provento di riciclaggio, fornendo informazioni sulle modalità per compiere frodi erariali.

In Arpalo, oltre a Roberto Tomei, sono indagati due suoi colleghi, Ciro Pirone e Claudio Arpaia. Pirone fu coinvolto nel 2015 insieme al collega Tarcisio Dell’Aversana in un’altra indagine per concussione nei confronti di una coppia di imprenditori.

Nelle carte dell’inchiesta Arpalo, è indubitabile di come i finanzieri sfruttassero il loro ruolo per ottenere favori da Maiettopoli: chi, come Claudio Arpaia, per l’assunzione di un figlio alla Recoma Group di Sermoneta dell’ex socio sportivo di Maietta, Antonio Aprile; chi, come Ciro Pirone e Riccardo Tomei, per denaro in cambio di informazioni d’indagine sensibilissime.

Soffiate e spiate (anche in cambio di biglietti per andare allo stadio) certificate da un foglietto trovato dagli inquirenti nello studio del defunto avvocato Paolo Censi (al centro di numerosi misteri in seguito al suo suicidio) in cui a chiare lettere era scritto, “Spia a Maietta”, con indicate le fonti delle informazioni acquisite. Informazioni molto delicate sulle indagini in corso presso il Nucleo di Polizia Tributaria, persino apprese e fornite a Maietta in modo spregiudicato, come quando Claudio Arpaia, mentre si trovava all’interno dello studio del commercialista Pasquale il Presidente, contattava il luogotenente Mauro De Meo al fine di carpire i motivi della convocazione di Paola Neroni (segretaria di Maietta e indagata in Arpalo) presso la Guardia di Finanza e soprattutto per comprendere il grado di approfondimento degli accertamenti in corso.

Casi sconosciuti all’ombra della mala

Ma la storia delle infiltrazioni è un terreno di coltura fertile in Italia, il Belpaese che ha dato vita al più grande depistaggio giudiziario e investigativo della storia recente bollinato dalla sentenza del Borsellino IV. Anche nel territorio di Latina questa storia comincia da lontano: apparecchiature in grado di intercettare le Forze di Polizia o prevenire intercettazioni, strisciate del Centro Elaborazioni Dati contenenti informazioni riservate su pregiudicati, carte di inchieste in mano ad appartenenti alla mala, il caso di Gianluca Tuma contiene tutti questi elementi ed è emblematico.

Le ultime inchieste più importanti che hanno cristallizzato alcune realtà note da anni, come Caronte e Don’t Touch, mettono in luce mondi dove si possono trovare sia poliziotti (in Don’t Touch, il poliziotto inizialmente condannato, fu prosciolto in Appello) che carabinieri infedeli.

Uno degli episodi più inquietanti e non conosciuti si trova nelle sentenze di merito del processo Caronte. A seguito del tentato omicidio di Francesco “Franchitiello” Annoni nelle fasi della guerra criminale 2010, fu eseguita una perquisizione su un terreno in via San Francesco a Latina, a ridosso del Canale delle Acque Medie, dove furono ritrovate alcune baracche ad uso stalle e magazzini riconducibili, anche in virtù di grandi scritte a caratteri cubitali, ad esponenti della famiglia Di Silvio. All’interno di una busta di plastica occultata tra la vegetazione, gli inquirenti scovarono due pistole (e un passamontagna), una priva di marca e matricola, l’altra una Beretta calibro 7,65 regolarmente intestata a un certo Pasquale Verrengia, senza che fosse stata oggetto né di denuncia di furto né di smarrimento. Pasquale Verrengia riferì agli inquirenti di non essersi accorto della sottrazione dell’arma da lui custodita in cantina, ma il Tribunale ritenne non credibile l’ipotesi di una sottrazione ad opera di ignoti per due motivi essenziali: 1) Verrengia, alla luce di alcune intercettazioni telefoniche attestanti il rapporto di familiarità e frequentazione, era a suo agio a discorrere con Carmine Di Silvio (cui chiedeva addirittura se il fratello Romolo Di Silvio fosse ancora latitante), uno dei protagonisti di quella stagione di pallottole e omicidi, il quale, infatti, lo chiamava compa’; 2) Pasquale Verrengia non poteva essere inesperto a tal punto da lasciare la pistola incustodita dimenticandosi della stessa, senza denunciarne la sparizione. Il perché? È un brigadiere dei Carabinieri in servizio da anni presso alcuni enti a Roma, motivarono i magistrati nelle sentenze interpretando non solo le leggi ma la logica comune.

Non c’erano segni di effrazione alla porta della cantina di Verrengia e l’arma fornita a un clan da parte di un carabiniere, nel mezzo di una vera e propria mattanza criminale, avrebbe dovuto accendere più di qualche lampeggiante d’emergenza da parte delle Istituzioni. I rapporti di confidenza del brigadiere, messi in evidenza anche dalle telefonate con Gianluca Mattiuzzo (uno dei soldati dei Di Silvio), lasciano poco spazio ai dubbi, con la consapevolezza che quella delle relazioni pericolose non è una sporadica eventualità ma un sistema piuttosto ricorrente nella storia criminale pontina.

Verrengia fu ritenuto dalle sentenze di merito colpevole di cessione di arma da fuoco al clan Di Silvio. In una delle tante telefonate, il brigadiere avvertiva Carmine Di Silvio del suo imminente arrivo: “Mi sto a fa’ ‘na camminata giù, eh”, mentre l’altro rispondeva: ”Viecci a trova’ giù, sì”. La chiamata partiva da un’utenza particolare: il Ministero dell’Interno.

(- Fine)

Leggi la prima e la seconda parte

Latest from Focus

Torna su