Tribunale di Latina

BASTARDA PONTINA (Parte II)

in Focus/Giudiziaria

Di Silvio S.e.r.c.: Società estorsioni e recupero crediti

Il prontuario di frasi dei balordi di Campo Boario dimostra una sorta di innata retorica che queste congreghe, poi, sviluppano negli anni. “Io c’ho la fame che me corre appresso col kawasaki” oppure “devo fa’ un pezzo de malavita” costituiscono uno spaccato apparentemente folcloristico ma che, in realtà, testimonia un gergo ormai consolidato e rispettato.

Tra mercedes di grossa cilindrata e bestie laccate in oro come ornamenti alle loro abitazioni, si muoveva la consorteria della droga di Via Muzio Scevola a Campo Boario.

Campo Boario, il quartiere da anni controllato dai Di Silvio, è un luogo importante della città pontina, ricco di storia cittadina e animato anche da ottimi esempi di civismo attivo. A Via Coriolano, vicinissimo al centro di spaccio della ditta Lallà Di Silvio&parenti, era ospitata, in un passato recentissimo, la struttura sportiva della squadra dell’As Campoboario, la società calcistica di Gianluca Tuma e Cha Cha Di Silvio, che oltre ad essere conosciuta in provincia per le sue risse in trasferta, deteneva la proprietà dei marchi del Latina Calcio all’epoca di Maiettopoli.

Altra storia quella di Tuma e Cha Cha e dei loro sodali Travali (Don’t Touch) che facevano il lavoro sporco, sebbene sia comunque connessa al gruppo Lallà in quanto due suoi adepti, Renato Pugliese (il figlio di Cha Cha) e Agostino Riccardo, dopo essere transitati dal gruppo “Don’t Touch” al gruppo Campo Boario (causa arresti), sono oggi protagonisti delle cronache per aver accettato di diventare collaboratori di giustizia. Il primo, Renatino Pugliese, è addirittura l’obliteratore delle verità che gli investigatori via via scoprivano nell’inchiesta Alba Pontina.

Entrambi, ovviamente, pentiti per ragioni di convenienza: Renatino recitava un ruolo secondario nel gruppo Lallà, pur avendo altri comodi canali di approvvigionamento della droga (eredità del gruppo Cha Cha/Travali) e, con il padre in carcere, aveva poca scelta; Agostino Riccardo, conosciuto ai più a Latina per aver iniziato le estorsioni fin da giovanissima età in compagnia del suo ex sodale Francesco Viola, era definito “trippone” o “ciccione” dai suoi stessi compagni di “malavita” pro tempore, Lallà&Co, e, più volte, era stato a sua volta vittima di prepotenze e pestaggi da parte dei Di Silvio.

Via Muzio Scevola, Campo Boario
In Via Muzio Scevola (nella foto), c’era il quartier generale dei balordi di Campo Boario. Qui, la famigghia e i sottopanza (gli affiliati) si vedevano per progettare estorsioni e traffico di droga. La stessa casa di Lallà nella via era adibita a centro di spaccio dove si recavano, giorno e notte, i consumatori.

 

Alba Pontina, che ha interessato la DDA di Roma dopo più di vent’anni di inspiegabile noncuranza per i clan autoctoni di Latina città, si impernia essenzialmente su 10 estorsioni/recupero crediti/intimidazioni, un’intestazione fittizia di beni, il traffico di droga (tra Campo Boario e il quartiere Nicolosi/autolinee) e i reati elettorali.

Le estorsioni, oltre ad essere storie che non presentano alcun fascino ma solo una miseria condita dalla vigliaccheria dell’essere umano, evidenziano principalmente un aspetto: la paura che i cittadini di Latina hanno nel denunciare un sopruso.

Nei casi di estorsione o recupero crediti (un ambito in cui molta della criminalità di Latina si è fatta le ossa impunita, in un perverso rapporto dare/avere con il mondo dei professionisti e dell’imprenditoria), le vittime difficilmente denunciano e, se lo fanno, agiscono dopo che gli aguzzini sono finiti in carcere. E, spesso, solo per sommarie informazioni.

Nell’estorsione madre, da cui è partita l’inchiesta Alba Pontina (un fatto giudicato separatamente dal prossimo processo Alba Pontina), l’estorto, il titolare di un esercizio di ristorazione, non avverte solo la Polizia ma anche un certo Fefè, che si presenta per conto dei Casalesi, e verso il quale Gianluca Di Silvio e Agostino Riccardo non mostrano l’arroganza di cui sono sempre capaci.

Come raccontato da Renato Pugliese in qualità di collaboratore di giustizia, in un’altra estorsione una vittima, prima di ribellarsi ai diktat dei Di Silvio e di Riccardo, fa annunciare a questi ultimi da Enzo Maricca, pregiudicato di Latina, e vecchia conoscenza del crimine latinense, che se non lo avessero lasciato perdere avrebbe proceduto con la denuncia alle forze dell’ordine. L’episodio lascia intendere di quanto il territorio, inteso come coscienza dei cittadini, sia soggiogato da questa mentalità mafiosa: raccomandarsi ai criminali verso altri criminali.

Nell’ambito degli avvocati (tre) incappati nei balordi di Campo Boario, a differenza di come è stata presentata la vicenda, all’indomani degli arresti non c’è stata alcuna azione di coraggio. Si vede, invece, che i vessati hanno paura e non denunciano, nonostante l’Ordine avesse messo a disposizione la possibilità di supporto e aiuto, non ritenuta evidentemente affidabile dai suoi stessi appartenenti.

Non c’è solo l’aspetto dell’umana paura e della scarsa fiducia nelle Istituzioni, spesso le vittime di estorsioni dimostrano un rapporto di conoscenza con i criminali, ancorché di fasulla confidenza.

Addirittura, ci sono episodi in cui sono gli stessi imprenditori a investire di improbabili compiti i balordi di Campo Boario. Come nel caso di due imprenditori di Monterotondo (Roma) che, dimostrando di conoscere bene il territorio pontino, si rivolgono ai Di Silvio e a Riccardo per recuperare dei crediti riguardo alla questione di una caparra che avevano in sospeso con un imprenditore gravitante nella zona di Sonnino. Dopo che il credito fu recuperato ai due imprenditori di Monterotondo, questi furono a loro volta estorti e costretti a pagare. Un caso di studio per il copione standard delle estorsioni dove esiste una meccanica recitata – un criminale fa il buono (l’esca per attirare la vittima), l’altro il cattivo (al fine di intimidire la vittima) -, ma che restituisce la contraddizione che chi cerca la via illegale per recuperare un credito viene, alla fine, estorto e taglieggiato. Chi si rivolge alla malavita, e sono in tanti nella società civile e nel tessuto economico-produttivo, deve sapere che non ci sarà alcun recupero se non solo perdita della propria dignità. Si crede di avere degli amici un po’ violenti, ci si crede importanti perché si possiedono questi contatti, in realtà sono solo parassiti che possono attaccarsi a qualsiasi cosa che sia lucrativa. Io ti recupero il credito, e sul credito recuperato applico un’estorsione.

Agostino Riccardo era tra i più attivi avendo molti contatti tra la società civile. Non essendo rom né un Di Silvio, aveva più possibilità di avere rapporti, all’apparenza amicali, con persone che pensavano potesse essere una conoscenza sempre buona per l’uso in prossimità di qualche evento. In realtà, era lui a sfruttare all’occorrenza le sue conoscenze. Portava le “storie”, come si dice in gergo: storie di persone in difficoltà perché in ritardo su qualche credito nelle loro attività professionali o commerciali, con una certa predilezione per i sinistri stradali su cui poter lucrare agevolmente (a Latina il fenomeno criminale nel comparto assicurativo delle auto è diffuso da anni).

Come detto, Agostino Riccardo non è un rom, non ha il vincolo sacro dei Di Silvio, e appena sgarrò con Gianluca Di Silvio per 10 dosi di cocaina, fu minacciato dai suoi stessi sodali fino al punto di subire il sequestro dell’auto della moglie. Solo l’intervento dei genitori fece sì che, avendo appianato il debito che aveva con i Di Silvio, poté avere indietro l’automobile. Dalle intercettazioni si scopre inoltre che non era la prima volta che era stato sottomesso dai suoi stessi compari di estorsioni e spaccio di droga, a causa delle “creste” che faceva sulle estorsioni e della sua smodata passione per il gioco d’azzardo.

Egli stesso, ora diventato collaboratore di giustizia, era cosciente che questi clan non scherzavano, come quando a novembre del 2016, avendo saputo di un suo imminente arresto per un fatto di molti anni addietro (l’aggressione di un carabiniere durante la partita di calcio Latina-Terracina), andò a costituirsi a Benevento. Col senno di poi, è evidente perché lo ha fatto: innanzitutto sapeva del suo arresto, sapeva delle indagini sui Di Silvio ma, sopratutto, sapeva che, se fosse stato arrestato a Latina, avrebbe avuto l’alta probabilità di essere condotto in un carcere dove ritrovare qualcuno del suo ex clan, quello dei Travali, rischiando la sua incolumità per essere passato dalla parte dei Di Silvio di Campo Boario.

Le vicissitudini di Riccardo attestano l’impenetrabilità di questi clan rom che prevedono, al contrario di molti clan tradizionali campani o siciliani, che chi è fuori dai vincoli di parentela non può scalare le gerarchie ma, al contrario, deve tassativamente rispettarle. Un aspetto che rende, almeno per questo particolare, i clan rom molto affini alle cosche calabre.

La Narco-area di Campo Boario

Campo Boario è sempre stata una piazza di spaccio nella città di Latina. Come al Villaggio Trieste, in Q4/Q5, a Viale Nervi, al Colosseo, alla stazione delle autolinee, la cocaina e le altre sostanze vengono vendute al dettaglio direttamente al cliente o all’ingrosso per gli eventuali pusher o “soci”.

A detta di Pugliese, Lallà&Co guadagnavano poco con la droga, sui 100-200 euro al giorno. È con lui che ripresero a fare i soldi, arrivando a 400 Euro al giorno.

I Di Silvio, rispetto ad altri gruppi che distribuiscono le “cipolle” (gli stupefacenti confezionati), si sentivano più forti perché avevano sparato e ucciso nella guerra criminale latinense del 2010 (da sentenza passata in giudicato, però, gli unici ad aver ucciso sono “Patatone” e “Romolo” Di Silvo, teoricamente appartenenti ad un’altra ala dei Di Silvio). Tra i collaboratori più fidati di Campo Boario, ci sono i fratelli Sicignano e Federico Arcieri a cui sono affidati compiti di retta (stoccaggio) delle armi e spaccio della cocaina. Specialmente, sono molto utili nell’attirare i clienti della media borghesia latinense che, avendo difficoltà ad avvicinare i Di Silvio, si trovano più a loro agio con spacciatori non sinti/rom.

Di Arcieri, sposato con una delle figlie di Lallà, Pugliese dice: “È considerato uno zingaro sebbene non lo sia perché è uno di loro proprio per l’aiuto che aveva dato in passato”. L’Arcieri si era prodigato per i Di Silvio quando venivano azzoppati da qualche arresto, e ora è legato da un vincolo parentale e può sedersi al tavolo con la famigghia, al contempo può sfruttare la sua natura gaggia (ossia chi non è rom) per le “pubbliche relazioni” con gli acquirenti.

Liceo Artistico di Latina
Il Liceo Artistico di Latina, dove campeggia questo splendido murales, è alle porte di Campo Boario e vicino alle autolinee. Tra due mondi noti per spaccio e violenza urbana, c’è l’arte e i giovani che danno vita a una metaforica speranza per i due quartieri, Campo Boario e Nicolosi, che vedono tanti esempi di famiglie, lavoratori/trici e realtà di civismo attivo insozzati dalla presenza del clan Di Silvio.

I gaggi vanno dai gaggi affiliati ai Di Silvio che, in questa maniera, riducono, di molto, i rischi di incappare in qualche provvedimento della magistratura. Ecco perché i Di Silvio si preoccupano quando qualcuno viene chiamato dalla Polizia, come accaduto a Daniele “Canarino” Sicignano (il soprannome lo deve alla sua passione per gli uccelli in gabbia), prima degli arresti di Alba Pontina, che infatti meditano di fermarlo per un periodo dalle attività criminali. Da sempre gravitanti nella zona di Campo Boario, i fratelli Sicignano dimostrano la capacità di attrazione che i Di Silvio hanno sviluppato, dopo anni di assoggettamento del territorio. Un ragazzo di Campo Boario sa che ha un’opzione nella sua vita: passare a lavorare col clan rom della zona. Il che rappresenta un fallimento per l’intera società.

In Alba Pontina, viene raccontato anche un altro episodio che delinea queste dinamiche: due spacciatori di riferimento dei Di Silvio, uno dei quali viene chiamato dai figli di Lallà “socio”, vengono fermati dalla Polizia. Il “socio” viene pescato con uno zaino pieno di sostanza stupefacente che aveva appena comprato dai Di Silvio i quali, preoccupati dalle azioni della Questura, si premurano di assicurargli, pagandolo, un avvocato di loro fiducia. Un modo per tenere ancorati gli affiliati e fare loro sentire la presenza di una “mamma” premurosa, in realtà solo ansiosa di prevenire eventuali cambi di casacca (quella della giustizia o di un’altra congrega criminale).

Modi e tempi del crimine

Il trasporto della droga da vendere al dettaglio avviene spesso con azioni isolate: semplici spostamenti con l’auto per un acquirente ritenuto più importante oppure a piedi per evitare di incorrere in qualche posto di blocco. Peraltro, a ribadire la divisione dei Di Silvio di Latina in più clan/famiglie, la droga veniva venduta anche al trottatore di cavalli Ferdinando “Macciò” Di Silvio che non fa parte della consorteria Lallà.

Agostino Riccardo viene definito dal pentito Renato Pugliese uno scarso venditore di cocaina, addetto vieppiù alle estorsioni e al recupero crediti, nonostante avesse retto da sempre la droga e un paio di armi a “Palletta” Travali.

A quanto sostiene Pugliese, la droga veniva custodita da Riccardo a Latina in Via Bradano (zona cimitero, Viale Kennedy) dietro un distributore di benzina, e almeno una volta vide Riccardo fornirla a Davide Alicastro (pluri-noto alle cronache giudiziarie), uno degli affiliati dei Travali.

Come accennato, dopo il terremoto di Don’t Touch, con gli arresti di Cha Cha, famiglia Travali, Viola e gli altri, la consorteria dei Di Silvio si accaparrò altre quote di mercato nell’approvvigionamento della droga, nei contatti elettorali con politici in cerca di scranni e nelle altre zone di spaccio in capo al gruppo di Tuma/Cha Cha/Travali.

Via Bradano
Via Bradano, una traversa di V.le Kennedy, altra area resa difficile dalla presenza di appartenenti alla criminalità latinense.

L’approvvigionamento delle scorte di droga avviene come in tutte le parti d’Italia: ci sono le grandi cosche calabre, campane o siciliane che controllano i flussi attraverso broker dell’importazione (che spesso agiscono con più organizzazioni) e altre piccole consorterie che fanno il lavoro sporco – negli ultimi anni i clan albanesi hanno costituito, nella nostra provincia, un riferimento per gli affari del lucro delle sostanze stupefacenti (anche per questo, le cosche pugliesi sono in questo momento molto potenti e agguerrite rappresentando, per motivi geografici, l’“hub” di molta della marijuana che arriva dall’Albania), e proprio a un clan di albanesi i balordi di Via Muzio Scevola sottraggono, almeno in un episodio raccontato da Pugliese, una partita di droga.

Anche i clan del territorio pontino si riforniscono così, attraverso cosche più sedimentate nel tempo come quelle calabresi o campane che da più anni sono nel business della droga e hanno, per forza di cose, maggiori contatti, diretti o indiretti, col Sudamerica, Messico ecc.

La cocaina in palude non si crea, la si importa, attraverso complessi percorsi di transito della sostanza (tra i broker più noti del territorio pontino sicuramente Fabio Criscuolo e Orazio Sammarco, entrambi residenti a Cisterna di Latina, e Gianni Cerasoli di Aprilia) e individui addetti allo stoccaggio: solo due anni fa, ad Aprilia, in via Due Case, nella zona dell’Apriliana, fu rinvenuta in una casa di uomini di nazionalità marocchina una tonnellata di droga; sempre ad Aprilia, alcune donne insospettabili custodivano ingenti quantità di hashish e cocaina (entrambi gli episodi sono citati e descritti anche nell’ultima relazione dell’Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio). Non lontano dal centro di Terracina, pochi mesi fa, sono stati sequestrati circa 10 kg di droga, tra hashish e marijuana suddivisi in panetti, nascosti in un box-garage, la cui proprietà è di un uomo che si è dichiarato ignaro. Solo tre casi, tra innumerevoli, che rimangono nelle cronache quotidiane come fatti slegati da altri ma che, frequentemente, nascondono la loro reale evidenza: i clan organizzati si servono di questi soggetti, li pagano per stoccare le armi e la droga (parte viene spacciata dagli stessi stoccatori) e, quando incorrono in operazioni delle forze dell’ordine, pagano loro gli avvocati. È lo stesso meccanismo di protezione che utilizzarono per un altro ambito, ad esempio, dopo la guerra criminale del 2010. Quando Giuliano Papa, affiliato ai clan zingari, fu arrestato, disse ai suoi famigliari di non preoccuparsi poiché a pagare gli avvocati ci avrebbero pensato loro, o i Ciarelli o Di Silvio a seconda del legale scelto. Avvocati di fiducia e affiliati di fiducia, ai clan conviene così, sopratutto, come detto, per tenere avvinti a sé i vari “soldati” che si sentono al sicuro e, specialmente, hanno ridotto il rischio d’impresa del crimine, come i temuti provvedimenti di custodia cautelare e i processi.

D’altra parte, non è solo lo stupefacente che bisogna stoccare per evitare interventi delle forze dell’ordine, ci sono anche le armi che vanno di pari passo essendo, spesso, trasportate con le medesime modalità e dai medesimi soggetti che si occupano di consegnare la droga.

Per lo stoccaggio, le armi finiscono in case di insospettabili – Viola e i Travali avevano individuato persino l’abitazione di un’anziana signora -, oppure in luoghi di individui già avvezzi al crimine, come il pluripregiudicato di Latina Candido Santucci che custodiva (custodisce?) le armi dei Di Silvio.

Dalla droga ai terreni

La casa di via Muzio Scevola e altri appartamenti siti in Campo Boario o al Nicolosi servivano da distributori della cocaina.

I consumatori si avvicinavano, suonavano e venivano accolti, quasi h24, in casa da Lallà, da sua moglie Sabrina De Rosa, dalle figlie, o dai figli, i quali spacciavano a loro volta nelle case di loro diretto domicilio. A casa di Lallà, sopratutto, si recava tutta una varia umanità che poteva andare dal dipendente pubblico al tossico incallito, fino a vecchie conoscenze della criminalità locale ormai decaduta e risucchiata dall’egemonia dei clan rom.

La droga veniva pagata dai consumatori anche in altre forme come, ad esempio, prestandosi ad essere testa di legno per alcuni reinvestimenti di capitali illegali riciclando, così, i soldi criminali. È ciò che succede quando Lallà acquista, intestandolo al genero Arcieri, marito di sua figlia Sara Genoveffa (anch’essa indagata in Alba Pontina), un terreno a Borgo Isonzo di 4mila mq e rotti (foglio 206 particelle 165-168), vicino a una noto centro per campetti di calcio a 5.

È il figlio di Lallà, Gianluca Di Silvio, a intavolare la trattativa per questo terreno, rivolgendosi a un’agenzia di Sabaudia. Alla fine, per non rischiare eventuali accertamenti dal momento che da Arcieri si sarebbe potuto risalire facilmente ai Di Silvio, l’intestazione del terreno viene messa in capo a un consumatore di droga e debitore di Lallà.

Nicolosi: il nord-Africa e gli immigrati al servizio dei clan

Pare che l’unica cosa che i balordi di Campo Boario invidiassero agli immigrati era di avere la migliore tecnica di occultamento della cocaina nelle fasi del trasporto: “bisogna ingerirla a grandi quantità, come fanno i negri” dicevano.

Samuele Di Silvio, forse il più agguerrito dei figli di Lallà, protagonista di seconda fila della guerra criminale del 2010, rispettato dall’altra ala dei Di Silvio, e in linea con i curriculum criminali dei suoi parenti dalla pubertà in poi (fu lui nel 2014 a brutalizzare con una mazza da baseball, insieme ad altri compari, la testa di un ragazzo albanese che con coraggio denunciò l’accaduto) e suo fratello “Pupetto” Di Silvio, colui che si vantava della sua caratura criminale con un estorto di un esercizio di ristorazione di Monticchio (Sermoneta) nell’estorsione madre da cui prende spunto Alba Pontina, avevano imposto la primazia anche su altre zone di spaccio della città oltre al quartier generale di Via Muzio Scevola.

Al Nicolosi, il quartiere popolare di Latina, dove passa la storia della città pontina, c’erano loro a gestire la compravendita, nascondendosi dietro lo spaccio maghrebino che finiva sui giornali, scatenando le ire dei cittadini che inveivano contro migranti e barconi, portatori di crimine e droga. In Via Corridoni, dentro il Nicolosi, c’era (c’è) il centro dello spaccio del quartiere. A condurlo, prima che Don’t Touch mettesse fuori gioco il gruppo dei Travali, Valentina Travali, sorellastra di Angelo e Salvatore, che disponeva di diversi spacciatori nordafricani.

Via Corridoni, Quartiere Nicolosi
Via Corridoni, Quartiere Nicolosi. Qui e nella zona adiacente delle autolinee è gestito lo spaccio che, indipendentemente dagli ultimi arresti di Alba Pontina, continua.

 

Dopo gli arresti di Don’t Touch, i Di Silvio di Via Muzio Scevola imposero alla Travali e ai nordafricani di acquistare la droga da loro, in modo da colonizzare il quartiere Nicolosi e la zona delle autolinee adiacente.

Samuele Di Silvio convinse un gruppo di nordafricani a rifornirsi da lui, non prima di averli minacciati e messi a tacere perché con l’hascisc inquinavano il mercato dei Di Silvio.

Il convivente di Valentina Travali, indagato in Alba Pontina, acquistava dai 50 ai 70 grammi di cocaina per volta. 70 euro al grammo.

Nelle dichiarazioni fornite dal collaboratore di giustizia, Renato Pugliese, si evince che al Nicolosi gira anche l’eroina, ma non sa chi la passi agli spacciatori nordafricani i quali, probabilmente, hanno un canale di approvvigionamento diverso dai balordi di Campo Boario.

Prima che i Di Silvio mettessero piede nello spaccio del Nicolosi, una zona ormai tristemente nota per questo tipo di traffici, Pupetto Di Silvio, uscito di galera, si recò da un certo Joseph, un nordafricano domiciliato a Latina, e gestore dello spaccio di hascisc al Nicolosi, dicendogli che doveva acquistare da lui: 5 o 10 kg a volta, ogni 15 giorni, che poi venivano suddivisi (mezzo kg a testa) per i vari spacciatori del Nicolosi.

Gli indagati dell’area Nicolosi, nell’ambito di Alba Pontina, sono Valentina Travali, Mohammed Jandoubi (operante pure nella zona di Piazza del Quadrato), Hacene Ounissi detto Hassan e Tiziano Cesari.

Come i rumeni – Lallà Di Silvio, in una intercettazione di Alba Pontina, in merito a un problema intervenuto, esclama “famo costituì due rumeni” -, utilizzati più volte dai clan rom per attività criminali, anche gli immigrati del Maghreb vengono sfruttati per la manovalanza.

Il pericolo, in molti casi, è che la parte più debole ed emarginata della società, fatta per lo più di immigrati che difficilmente realizzano il proprio inserimento in un territorio che offre poco dal punto di vista lavorativo e produttivo, finiscano in questi circoli di illegalità in cui, spesso, diventano solo schermo da cronaca nera per i veri interessi malavitosi di clan strutturati come, ad esempio, i Di Silvio o i Travali (che finirono coinvolti anni fa nell’omicidio di un uomo di nazionalità rumena a Borgo Sabotino, Nicolas Adrian Giuroiu).

Alieno dalle ansie razziste che non hanno nulla a che fare con il seguente ragionamento, e con i dovuti distinguo (esistono tantissimi cittadini stranieri che vivono e lavorano onestamente), le comunità di nazionalità diverse da quella italiana, se ghettizzate o comunque indotte a vivere negli stessi ambienti, tendono a formare piccole banlieu (a Sezze, purtroppo, proprio per questo ammassamento in un’unica zona, esistono problemi di ordine pubblico provocati da uomini di nazionalità rumena) o bande del crimine (lo hanno fatto anche gruppi di italiani dal primo Novecento in poi, in America, Australia ecc.).

Due casi degni di nota

1) Alcuni racket come quello delle rapine alle slot machine negli esercizi commerciali sono ormai appannaggio delle bande di rumeni o, comunque, di affiliati dei clan rom. Quando, a maggio 2018, arrestarono per spaccio l’avvocato Ugo Pernigotti a Latina, che ha interessi nella zona Pub dove gestisce un locale, trovarono nell’abitazione droga da vendere e, nella sua cantina, apparecchiature per ostacolare le frequenze mobili o gli anti-furti, stecche di sigarette, chili e chili di monete da 1 e 2 Euro, senza dubbio provento dei succitati racket (le stecche di sigarette furono rubate dopo che erano stati messi i sigilli alla cantina dalla magistratura). È impensabile che l’avvocato si adoperasse da solo con quella “santabarbara”, tenuto conto inoltre delle sue frequentazioni con appartenenti ai clan zingari (esibiti pubblicamente sui social) e cittadini di nazionalità rumena. Qui, a differenza degli altri casi già menzionati, non è lo straniero ad essere sfruttato ma, persino, un individuo proveniente dalla classe media che, in un ribaltamento di contesto, diviene lo sfruttato. A quanto risulta fino a oggi, l’avvocato non ha spiegato da dove provenissero gli “ammennicoli” trovati nella sua cantina.

2) L’omicidio efferato di un rumeno aggredito da altri rumeni, nel settembre del 2016, al Felix, la celeberrima discoteca del Piccarello, alla porta sud-est di Latina, tutto aveva tranne che i tratti di una causalità violenta (per cui, a settembre 2018, sono stati condannati in primo grado i due autori). La dinamica dell’omicidio e la violenza della ritorsione suggeriscono un’azione che può avvenire solo in ambienti dove è connaturato il crimine che, a sua volta, può essere utilizzato da consorterie radicate e smaliziate che agiscono da diverso tempo nel territorio.

Scorpioni sulla schiena delle rane

Nel 2017, vi furono alcuni rumor latinensi che indicavano la volontà dell’amministrazione Coletta di utilizzare il campo sportivo del fu As Campoboario, in Via Coriolano, come centro di accoglienza per migranti. Non è dato sapere quale sarà la destinazione di quella struttura sportiva dove i Di Silvio continuavano a mettere i cavalli, anche dopo che era tornata a disposizione dell’ente comunale grazie ai provvedimenti dell’operazione Don’t Touch. Per anni, con la complicità colpevole della politica latinense (i partiti di centro-destra su tutti, poiché classe dirigente al potere), la società sportiva fondata da Tuma e Cha Cha ha operato lì senza neanche avere un contratto di concessione, con utenze e manutenzione in carico al Comune di Latina, talvolta persino pretesa come nell’episodio evidenziato dall’inchiesta Olimpia in cui Cha Cha pressava il funzionario comunale Nicola Deodato per una caldaia da cambiare.

As CampoBoario
As CampoBoario, la fu società calcistica in Via Coriolano, nel cuore di Campo Boario, fu sequestrata a Gianluca Tuma con un provvedimento ad hoc della Divisione Polizia Anticrimine risalente al dicembre del 2016. La struttura è, ad oggi, abbandonata all’incuria e necessita urgentemente di essere assegnata a qualche associazione che la elevi a baluardo di legalità e bellezza, a fronte di un passato fatto di misteri e violenza.

 

È ovvio, però, che pensare di stabilire lì dei migranti sarebbe una grave cantonata, non in ragione di proteste alimentate dalla propaganda in voga, ma perché costituirebbe un errore di calcolo sociale: come mettere degli agnelli nella bocca di un leone. Con il rischio di trasformare Campo Boario in una novella e piccola Castelvolturno, la località campana dove, nel 2008, i Casalesi sfruttavano gli spacciatori nigeriani che, dopo aver minacciato di mettersi in proprio, furono sterminati in una delle più violente stragi ad opera del boss sanguinario Giuseppe “O Pazz” Setola (ad oggi, ridimensionata la potenza di fuoco casalese, la mafia nigeriana è riuscita a occupare la stessa zona).

Faraoni come schiavi del crimine

Per comprendere quanto queste dinamiche sono radicate nel nostro territorio, è di aiuto la storia di due egiziani, uno dei quali titolare di uno degli autolavaggi gestiti dai medesimi egiziani a Latina (più di una decina), che sono stati utilizzati da un malavitoso di Nettuno per un attentato alla Guardia di Finanza della città del baseball.

Come è emerso dalle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Velletri, l’incendio fu commissionato da un noto pregiudicato, Pasquale Iovinella, come ritorsione per l’arresto effettuato nei suoi confronti dai militari della Compagnia di Nettuno il 13 settembre 2017.

Iovinella, con la collaborazione di una guardia giurata, commissionò, per poche centinaia di euro, l’atto intimidatorio ai due cittadini egiziani (uno dei due è minorenne) i quali danneggiarono un’autovettura di servizio della Compagnia di Nettuno, data alle fiamme proprio nel parcheggio antistante la caserma, in Piazza Mazzini (al centro di Nettuno). Il fuoco fu appiccato dal minorenne, residente, all’epoca dei fatti, presso una casa famiglia della provincia pontina.

Iovinella non è uno qualunque. Nel mese di marzo del 2018 è stato di nuovo arrestato dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma nell’ambito dell’operazione “Gallardo”, quale componente di un’associazione a delinquere dedita al traffico di sostanze stupefacenti, operante nel quartiere San Basilio di Roma e nella città di Nettuno, e diretta dai figli di un boss storico del clan camorristico dei Licciardi (i fratelli Salvatore e Genny Esposito, figli di Luigi detto ‘Nacchella’), reucci del Rione Berlingieri (Napoli), componenti dell’Alleanza di Secondigliano insieme alla famiglia Mallardo di Giugliano in Campania e in grado di gestire i flussi di droga direttamente con i narcos messicani.

Nell’operazione condotta dalla DDA di Roma, è stata individuata un’altra cosca, parimenti armata e dedita al narcotraffico, che lavorava in stretta sinergia con gli Esposito, e con a capo Vincenzo Polito, che si avvaleva della collaborazione di esponenti dei clan di ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria, le famiglie Filippone e Gallico.

L’approfondimento conoscitivo di questo tipo di legami tra clan radicati e consorterie derivanti da comunità di un’unica nazionalità è, sicuramente, la nuova sfida di tutti coloro che hanno a cuore la lotta al crimine organizzato.

Leggi la prima parte

(- continua con la terza parte)

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