LAZIOMAFIA: FOCUS SU APRILIA, LATINA E FONDI. ECCO TUTTI I CLAN

provincia di Latina

Ieri mattina, presso il WeGil di largo Ascianghi 5 a Roma, è stato presentato il IV° Rapporto “Mafie nel Lazio” (scarica qui) a cura dell’Osservatorio Tecnico-Scientifico per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio con la collaborazione di Norma Ferrara e Edoardo Levantini. Il Rapporto è il resoconto, rigoroso e documentato, delle principali inchieste giudiziarie sulle organizzazioni criminali del Lazio nel periodo gennaio-dicembre 2018 (con uno sconfinamento al febbraio 2019). Un approfondimento su tutte le province laziali, con una preminenza per quella romana. Per Latina e il suo territorio il rapporto si concentra precipuamente su Aprilia, il capoluogo e Fondi.

TRA APRILIA, LATINA E FONDI: IL FOCUS DEL IV RAPPORTO

Aprilia viene ricordata per una caratteristica evidenziata già nel 1991 dall’allora Commissione bicamerale dell’Antimafia. “Il comprensorio di Aprilia, uno dei più forti poli-industriali dell’agro pontino e dove si sono verificati tre sequestri di persona (l’ultimo nella primavera del 1991 ai danni di un imprenditore, Carmine Del Prete, della città di Cisterna di Latina)”. Un nome, quello di Del Prete (solo omonimo di Carmine), che è tornato prepotentemente alle cronache di recente con il processo Touchdown (quello che pose fine alla Giunta Della Penna a Cisterna) e l’inchiesta Alba Pontina nella quale, nella parte dedicata ai reati di natura elettorale (Del Prete non è indagato), sia Renato Pugliese che Agostino Riccardo, i due primi pentiti autoctoni della storia di Latina, descrissero l’imprenditore come collettore di voti tra loro e il mondo politico, a marca Lega/Noi con Salvini.

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La prima pagina di Bild all’epoca della strage provocata dalla faida di San Luca

Da quel particolare del ’91, si insiste sulla presenza di cosche della ndrangheta (furono soggetti gravitanti tra Aprilia e Roma i fornitori delle armi per la famigerata strage di Duisburg del 2007 che rese la Calabria nota in tutto il mondo per le sue cosche) e si citano i Gangemi legati al clan De Stefano, il pregiudicato siciliano Enrico Paniccia capace di relazionarsi con cosche di multiforme provenienza, per poi ricollegarsi alle parole pronunciate, il 18 maggio 2016, in Commissione Antimafia, scorsa legislatura, dall’ex Questore di Latina Giuseppe De Matteis che riferiva di una quadro variegato tra Aprilia e Cisterna composto da speculazioni edilizie, reinvestimento di capitali illeciti, piani regolatori approvati “in un certo modo”. Con una coda finale, per il nord pontino, che il Rapporto imposta sull’inchiesta che portò a un’operazione definita la “Gomorra dei rifiuti” dove fu coinvolta la famiglia Piattella. 

Uno scorcio di Via Giulio Cesare. Da questa via inizia Campo Boario; percorrendola si arriva dritti in Via Coriolano, di cui una delle traverse è Via Muzio Scevola dove risiede Armando Lallà Di Silvio, ora in carcere per associazione mafiosa. Nella sua casa, si consumava una consistente parte dello smercio di droga.
Uno scorcio di Via Giulio Cesare. Da questa via inizia Campo Boario; percorrendola si arriva dritti in Via Coriolano, di cui una delle traverse è Via Muzio Scevola dove risiede Armando Lallà Di Silvio, ora in carcere per associazione mafiosa. Nella sua casa, si consumava una consistente parte dello smercio di droga

Per Latina e, in particolare il sud pontino, non potevano mancare il clan Mallardo e i loro prestanome sparsi per tutto il territorio, il Mof e i D’Alterio, e ultimo ma non ultimo il clan Di Silvio che, proprio nell’anno trascorso, ha subito ai danni dell’ala riferibile ad Armando “Lallà” Di Silvio un colpo duro con la contestazione, prima volta per un clan di origine nomade a Latina, di associazione mafiosa.
Il rapporto, però, significativamente, al fine di rendere al meglio l’idea di quanto i clan nomadi contino nel Lazio, rimanda alla memoria di tutti un episodio raccontato nei verbali di Agostino Riccardo e Renato Pugliese che hanno contribuito alle indagini di Alba Pontina ma, sopratutto, hanno certificato ciò che un latinense sa da trent’anni: i Di Silvio sono agguerriti e non temono neanche le consorterie storiche. È il caso della rapina a Tor Bella Monaca ad un gruppo legato alla famiglia Moccia (potente clan napoletano) capeggiato dal pugile professionista Yuri Luparelli (poi oggetto di custodia cautelare nel novembre 2018).

QUANDO I DI SILVIO FREGARONO TORBELLA

Io andai a Tor Bella Monaca – ha dichiarato a verbale Renato Pugliese – nell’estate del 2016 su indicazione di Ferdinando Pupetto Di Silvio chiedendo di Gaetano Moccia, ed un ragazzetto lì presente mi disse che non c’era ma che poteva servirmi lui. Ci mettemmo d’accordo per l’acquisto di 600 grammi di cocaina. Capii che questa persona lavorava per Gaetano Moccia, infatti mi chiese come mi chiamavo e con Riccardo aspettammo per un paio d’ore[..].Sarei in grado di riconoscere una persona presente tale Yuri, un pugile professionista con un rolex daytona rosa che si trovava a bordo di una audi A3 nera. Era un amico di Gaetano Moccia, erano molto organizzati, avevano vedette, droga messa nelle porte blindate, pagamento attraverso un buco in modo da non riconoscere chi spacciava. Quindi ci accordammo per 6 etti per 24.000 euro. All’accordo diedi l’assenso anche questo Yuri. Arrivò quindi un rumeno con una classe A che mi mostrò la droga. Quindi ci avviammo tutti a Latina. Erano 4 persone, ci fermammo sotto casa di Salvatore Travali e portammo con noi le persone che avevano la droga dicendo che poteva salire solo uno. Questa persona si insospettì, a quel punto inizia a correre con i sei etti in mano, diedi un cazzotto senza riuscirci, e questa persona mi diede un forte calcio. Mentre ero a terra e questo mi picchiava, Riccardo Agostino arrivò con lo scooter e lo investì[…]la droga l’abbiamo data io a Di Silvio Samuele e lui in parte ad Armando per un debito pregresso ed in parte a Di Silvio Gianluca e Ferdinando“. Come ormai noto, la rapina alla famiglia Moccia, tra i gruppi più importanti radicati a Tor Bella Monaca, rimase impunita: anche i Moccia rimangono in silenzio di fronte al clan Di Silvio” (pag. 199 del IV Rapporto).

UN PÒ DI NUMERI 

IV-Rapporto-Mafie-nel-LazioIl numero delle organizzazioni criminali nel Lazio – evidenziano nel rapporto – è cresciuto in questi ultimi anni. Nel 2008, nelle linee di sintesi del Rapporto sulle organizzazioni criminali realizzato dall’Osservatorio regionale sulla Sicurezza e la Legalità, ne erano stati censiti da 60 a 67 (la variazione dipendeva in genere da processi di accorpamento o smembra- mento per dinamiche interne delle famiglie mafiose camorristiche e di ‘ndrangheta). Il numero relativo al censimento effettuato dal medesimo Osservatorio regionale pubblicato nella prima edizione del Rapporto “Mafie nel Lazio” è di 88 organizzazioni criminali, nella seconda è di 92 gruppi criminali e nella terza è di 93. Nel quarto rapporto si è provveduto ad evidenziare i clan già presenti sui territori ma non citati in indagini da almeno 4 anni (62) dai clan che risultano tuttora attenzionati dall’attività investigativa-giudiziaria (103). Il fatto che queste consorterie criminali non siano state interessate negli ultimi 4 anni da attività repressiva non significa automaticamente che gli stessi non sono più operativi, in alcuni casi, in base ad elementi scaturiti da indagini e sentenze, gruppi criminali pesantemente colpiti dalla repressione giudiziaria, hanno continuato ad operare appoggiandosi a personaggi della criminalità di secondo piano.

Antonio-Bardellino
Antonio Bardellino

Il numero complessivo dei clan storicamente presenti sul territorio dagli anni Settanta ad oggi è dunque di 164. Inoltre, con la definizione “altre organizzazioni criminali” si intendono consorterie criminali alle quali più provvedimenti giudiziari hanno attribuito le caratteristiche di cui all’art. 416 bis oppure l’aggravante di cui all’art. 7 dl 152/91 cosiddetto “metodo mafioso”. Infine, la fattispecie diversa che sviluppa una capacità criminale volta a gestire “piazze di spaccio” chiuse con spiccate capacità di controllo del territorio ove le stesse insistono.

UN PÒ DI NOMI. I CLAN DELLA PROVINCIA PONTINA ATTIVI DA ALMENO 4 ANNI

NDRANGHETA

Famiglia Gangemi, Famiglia Alvaro, Cosca Bellocco, Famiglia Tripodo (‘Ndrina Romeo), Famiglia Hassan (‘Ndrina Romeo), Famiglia Trani (‘Ndrina Romeo), Cosca Pesce-Pisano.

CAMORRA

Clan Bardellino, Famiglia Zagaria, Famiglia Bidognetti, Famiglia D’Alterio, Famiglia De Angelis, Famiglia Mendico, Famiglia Cascone, Famiglia Noviello, Famiglia Fedele, Famiglia Pacilio, Famiglia Paganesi, Famiglia Antinozzi, Famiglia Riccardi, Clan Di Lauro, Impalato (Clan Natale), Clan dei Girati di Secondigliano, Clan Mazzarella, Clan Licciardi, Famiglia Tipaldi (Clan Lo Russo), Clan Mallardo.

COSA NOSTRA

Famiglia Rinzivillo.

ALTRE ORGANIZZAZIONI

Clan Ciarelli,
Clan Casamonica ( Di Silvio), Famiglia Zizzo,
Famiglia D’Angiò,
Famiglia Amato,
Famiglia Montenero

ALTRI SCENARI

Ci sono anche le buone notizie e per la provincia vengono menzionati due esempi di buone pratiche per quanto riguarda i beni confiscati: terreni riconducibili a Ernesto Bardellino, ex sindaco di San Cipriano d’Aversa, trapiantato a Formia da decenni e, per Latina città, terreni sottratti a Ferdinando Ciarelli dell’omonimo clan (Via Goya). 
Tuttavia, aumentano nel Lazio i procedimenti per traffico di droga, rifiuti, e le associazioni di tipo mafioso. Nella provincia pontina, nell’anno appena trascorso, sono stati eseguiti 164 arresti e 182 operazioni complessive, mentre i beni confiscati sono 265 in gestione all’Agenzia dei Beni Confiscati e 208 destinati a parti terze. 48 in totale le aziende confiscate di cui 43 in gestione dell’Agenzia e appena 5 quelle destinate.

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