LA MAFIA DEI CIARELLI NEL CARCERE E IN CITTÀ: “PUNTAVAMO A MAIETTA”. AVVOCATI E IMPRENDITORI ESTORTI E IN SILENZIO

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Clan Ciarelli: il controllo del carcere, le estorsioni a imprenditori e avvocati e il pizzo ai locali in zona movida

Episodi anche lontani nel tempo che diventano attuali nel momento in cui Carmine Ciarelli detto Prochettone esce dal carcere dopo 11 anni, per via della condanna nel processo Caronte, e riprende a vessare le stesse vittime che tra il 2008 e il 2010 furono estorte con tassi usurari da brivido. Imprenditori, anche nel settore edile, che scelgono di pagare per anni in modo da poter lavorare.

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Avvocati che sono costretti a pagare per avere protezione nel carcere di Latina o che denunciano perché una casa affittata è in realtà nella disponibilità del clan per gli affari dello spaccio di droga. Latina è anche questo e l’operazione odierna di DDA e Squadra Mobile che ha portato a 15 arresti presenta un carattere epocale: chiusa questa indagine, adesso, a Latina, tutti i clan rom della città hanno sul groppone condanne o accuse con l’aggravante del 416 bis. La mafia, quella declinata con gli stilemi e la sintassi dei clan famigliari di origine zingara, è caratterizzata dal particolare più tremendo: l’omertà di cittadini, imprenditori, commercianti, avvocati che, al netto di tre eccezioni, non denunciano e sperano che passi la buriana. Ecco, il messaggio di speranza è che i suddetti e altri che ne verranno in futuro trovino la forza di denunciare e affidarsi agli organi competenti.

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Nei vari episodi di prevaricazione ai danni delle vittime di estorsione o usura spicca, senza dubbio, quello subito da un noto avvocato, coinvolto nell’indagine Arpalo insieme alla madre e all’ex deputato di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta, il vero obiettivo del clan Ciarelli. Come noto, Cavicchi e Maietta sono stati i massimi dirigenti del Latina Calcio dei “bei tempi” e anche nello spaccato di quest’ennesima indagine si vede come i clan rom avessero nei loro confronti propositi di sfruttamento.

Andrea-Pradissitto
Andrea Pradissitto

È ad aprile 2018 che l’avvocato viene arrestato e ristretto in carcere per l’indagine denominata Arpalo che contesta un’associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro e reati tributari e fiscali. Una tegola enorme per gli indagati che sono ancora sotto processo presso il Tribunale di Latina. Ma l’avvocato non può sapere che, appena entrato in carcere a Latina, scopre di essere sin da subito etichettato come “colletto bianco”, tanto da vedere intorno a lui sentimenti di diffidenza.

Verrà minacciato da uno “scagnozzo” dei Ciarelli: Francesco Iannarilli di Terracina, arrestato quest’oggi dalla Squadra Mobile, guidata dal Dirigente Giuseppe Pontecorvo. Un gioco crudele, con Iannarilli che, in accordo con il figlio di “Furt”, Roberto Ciarelli, il sodale Matteo Ciaravino (pusher per conto del succitato Roberto Ciarelli e coinvolto in più fatti criminosi a cominciare dall’omicidio Vaccaro) e l’allora affiliato al clan Andrea Pradissitto, si avvicina all’avvocato rivendicando dei soldi in quanto il legale avrebbe avuto comportamenti non corretti. Tutti inventato naturalmente.

L’avvocato, secondo quanto ricostruito dagli investigatori della Squadra Mobile e dal Nucleo investigativo della Polizia Penitenziaria, inizia a comprare per Roberto Ciarelli e Matteo Ciaravino generi alimentari pur non ricevendo esplicite minacce. Uscito dal carcere, nel 2020, l’avvocato ebbe altri incontri con Ciarelli e Ciaravino a cui diede circa 125 euro in due episodi differenti per rispondere alle loro richieste e probabilmente per toglierseli di torno.

Ma è quello che successe dentro le mura carcerarie che dà la misura di ciò che sono le regole del clan e di come un po’ tutti scelgano di accettarle. È il collaboratore di giustizia Agostino Riccardo a dichiarare che in un altro carcere, a Roma, aveva saputo da un terzo detenuto che “Ciarelli e Ciaravino fanno estorsioni all’avvocato”. D’altra parte i due ne combinano di tutti i colori da anni, tra cui l’episodio del pestaggio subito da un vigilantes del Carrefour. Roberto Ciarelli, a cui vengono contestati anche alcuni episodi di cessione di sostanza stupefacenti (peraltro anche venduta a un personaggio già coinvolto nella maxi operazione del 2014 “Arco”), è descritto come un violento, uno che dopo un diverbio avvenuto in un pub, prende l’auto e investe coloro che si erano permessi di zittirlo. Non un tipo diplomatico. E Ciaravino è delineato come un suo sottoposto, senza contare che a quanto riferisce l’altro collaboratore di giustizia Renato Pugliese, presenta aspetti della sua personalità non digeribili: “faceva pesare il fatto dell’omicidio Vaccaro mentre era al pub atteggiandosi“.

È, però, il collaboratore di giustizia Andrea Pradissitto a raccontare, auto-accusandosi, l’estorsione in carcere nei confronti dell’avvocato: “La famiglia Ciarelli – ha spiegato alla DDA l’ex affiliato al clan – ha avuto sempre un grande peso all’interno delle case circondariali. Io per esempio nel 2018, quando ero detenuto, mandai un ragazzo (nda: Iannarilli) a dare fastidio all’avvocato che era stato arrestato in una operazione insieme a Pasquale Maietta. Gli ho fatto mettere paura per ottenere denaro per la protezione…sapevo che era benestante perché figlio del presidente del Latina Calcio”.

Pasquale Maietta
Pasquale Maietta

L’estorsione messa in atto da Pradissitto è originata dal fatto che ai Ciarelli non stava bene che i Di Silvio e i Travali “appoggiavano Pasquale Maietta con il calcio. Ce l’avevamo con Cha Cha (nda: Costantino Di Silvio) il quale aveva preso le parti di Salvatore e Angelo Travali”. L’episodio è quello riferibile agli spari contro la villa della nonna dei Travali, Velia Casamoneco, avvenuti nel 2010, in ragione dello sgarbo della cosiddetta fuitina tra il fratellastro dei Travali e una figlia di “Lallà” Di Silvio, cognato di Ferdinando “Furt” Ciarelli. Quell’episodio fu denunciato da Maria Grazia Di Silvio, madre dei Travali, e portò alla condanna sia di “Furt” che di “Lallà”. Ecco perché, all’epoca, nel 2018, pur passati anni, i Ciarelli non vedevano bene Cha Cha che aveva preso le parti dei fratelli Travali, figli di sua cugina Maria Grazia Di Silvio.

“Ce l’avevamo con Cha Cha – spiega Pradissitto ora che è collaboratore di giustizia – e sapevamo che era vicino a Pasquale Maietta“. Da qui, Pradissitto incarica Iannarilli di spaventare l’avvocato, di non certo non avvezzo, rispetto agli altri, alle regole spietate del carcere. “Spiegai all’avvocato – dice Pradissitto – che se voleva stare tranquillo in carcere e anche fosse stato trasferito in altri carcere del Lazio, avrebbe avuto la nostra protezione“. Per stare sereno, doveva pagare un obolo, ma “il mio obiettivo – chiarisce Pradissitto – era di arrivare a Pasquale Maietta. Di questo avevo parlato con Carmine Ciarelli e i suoi figli Pasquale e Ferdinando detto Macù all’epoca in cui vi era astio con Cha Cha per la vicenda di Maria Grazia Di Silvio“. Sapendo della disponibilità economica di Maietta, i Ciarelli puntavano a lui.

In carcere, però, la prima “preda” possibile era l’avvocato, per anni vicino proprio a Maietta. “Lui disse – afferma Pradissitto riferendosi all’avvocato – che in quel momento poteva darmi 2mila euro. Mi disse anche che Maietta si sentiva onnipotente per l’amicizia con i Di Silvio e recentemente i rapporti si erano allentati perché la famiglia dell’avvocato non accettava questa vicinanza“.

Carmine Ciarelli

Ad ogni modo, l’avvocato, chiuso in carcere con personaggi la cui fama criminale li precede, accetta di pagare sostenendo, per quanto riporta Pradissitto, di avere soldi in Svizzera. “Dissi all’avvocato che avrei richiesto a Maietta 200mila euro proponendogli di tenere per sé 50mila euro ma lui non accettò“.

Alla fine, tramite un famigliare, l’avvocato consegnò alla madre di Pradissitto la cifra pattuita di 2mila euro. Un avvocato messo all’angolo dalla legge carceraria dei Ciarelli.

Non l’unico episodio di natura carceraria peraltro. C’è ad esempio quello che coinvolge lo spesino del carcere, arrestato in altre circostanze e coinvolto anche nell’indagine dei Carabinieri “Mastechef” (vedi link di seguito), sempre di ambientazione penitenziara. Il giovane fu costretto a pagare, tramite la ex compagna, con due bonifici postepay, Carmine Ciarelli e il figlio Pasquale Ciarelli per essersi permesso di imbastire nel carcere di Latina un giro di hashish con Gianfranco Mastracci, altro noto alle cronache giudiziarie.

Sulla vendita della droga in carcere, Pasquale Ciarelli intimò allo spesino di pagare (anche per aver fatto affari con l’inviso ai Ciarelli, Mastracci) a lui e al padre il pizzo sullo spaccio. Costo dell’operazione? 600 euro ciascuno, alla fine arrivati anche per intercessione di Maria Grazia Di Silvio (madrina dello spesino) e Valentina Travali. Per questo episodio le due donne, evidentemente nel 2018 tornate in buoni rapporti con i Ciarelli, sono indagate insieme a “Porchettone” e al figlio Pasquale.

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Estorsioni che si concretizzano in ragione della fama violenta dei Ciarelli. L’altro collaboratore di giustizia, Maurizio Zuppardo, racconta di come il numero 3 del clan, Luigi Ciarelli (non coinvolto nell’operazione odierna), ingaggiò “Massimo Cavallo detto Pistola” per intimidirlo. Secondo Zuppardo, infatti, Luigi Ciarelli si mise in mezzo per una prepotenza attuata dallo stesso Zuppardo ai danni di un concessionario a cui aveva sottratto un’auto. Ciarelli avrebbe dovuto recuperare il mezzo e per farlo si servì di Cavallaro che, a quanto sostiene Zuppardo, “mi buttò dentro un canale all’altezza di Anzio ma io sono sopravvissuto anche se sono stato ricoverato in ospedale“. È lo stesso Zuppardo a riferire agli investigatori di come uno dei pub della zona movida di Latina era sotto pizzo da parte di Roberto Ciarelli.

Roberto Ciarelli
Roberto Ciarelli

E Roberto Ciarelli, il figlio di “Furt”, il giovane scalmanato coinvolto in più episodi criminali, recentemente arrestato nell’operazione dei Carabinieri denominata “I Pubblicani”, a fare la parte del leone nell’ordinanza odierna firmata dal Gip del Tribunale di Roma. Per un’auto ritenuta fuori posto in zona pub, è capace di speronare il mezzo e minacciare. Per un drink non servito in tempo in un locale in Via Cesare Battisti (piena zona movida), si rivolge così alla barista: “Schiava famme ‘sto cocktail e zitta…se chiamate la polizia ve strappo er core dal petto“, tirandole addosso il secchiello per poi picchiare a pugni e calci il titolare del bar. Per un’altra bevanda in attesa, sempre in un locale in zona pub a Latina, non si fa scrupoli a dire al titolare: “Ma tu veramente stai aspettando i soldi per farmi il drink, pagati questi drink prima che ti do due pizze e lo ribalto questo locale“.

Tra gli episodi a lui contestati anche quello di una estorsione nei confronti di un avvocato di Latina, legato a un esponente politica del capoluogo, che si ritrovò la casa in Via Milazzo (appartenente all’esponente politica) occupata da Roberto Ciarelli, la compagna e la madre Rosaria Di Silvio. La stessa casa in cui la Squadra Volante di Latina, nel 2021, trovò un allaccio elettrico abusivo contestato a madre e figlio.

Per quest’episodio sono indagati anche la compagna di Roberto Ciarelli, Gina Rocco, e Manuel Agresti, a disposizione del clan (per lui secondo arresto di mafia dopo l’operazione Scarface), il quale fece credere all’avvocato padrone dell’immobile di essere lui il reale interessato all’affitto versandogli un caparra di 1000 euro. L’avvocato civilista di Latina si ritroverà di lì a breve con una casa non più remunerativa (non gli pagavano l’affitto) e le minacce proferite da Roberto Ciarelli e Agresti stesso: “Domani muori…figlio di puttana…ti metto il cazzo in bocca…io non ci metto nulla a darti una bomba in faccia“. A differenza di altri, l’avvocato ha denunciato l’episodio ai Carabinieri e alla Polizia di Stato.

Ferdinando Ciarelli detto “Furt”

E a denunciare anche l’imprenditore estorto più di dieci anni fa per il cui episodio fu condannato Carmine Ciarelli (processo Caronte) e che si è ritrovato nel 2020 un messaggio inquietante su Facebook. Estorto per diverse migliaia di euro dal 2008, dopo aver chiesto un prestito a “Porchettone” per un debito di gioco, l’imprenditore a giugno 2020 ha dovuto leggere su Messenger parole in formato incubo dal famigerato profilo Facebook “Puro Sangue Ciarelli”: “Buona sera, sono Carmine Ciarelli, volevo sapere come ti senti dopo che hai truffato 250mila euro e mi hai fatto fare 11 anni di galera…ti chiedo solo di restituirmi il mio…non c’è bisogno che ti cancelli da FB tanto se ti voglio trovare ti trovo lo stesso….se sei intenzionato a restituire fammi un messaggio se non fa gnente anche un po’ al mese vedi tu“. Un calvario che sembrava finito e che come in un gioco del Diavolo è ripreso. Tra l’altro, lo stesso imprenditore, nel 2013, ebbe richieste di natura estorsiva anche dai figli di “Lallà”, Gianluca e Samuele Di Silvia, e addirittura, nel 2003, fa Costantino Di Silvio detto Patatone (al momento in carcere per scontare la condanna dell’omicidio di Fabio Buonamano commesso in concorso con lo zio “Romolo” Di Silvio). L’imprenditore, ascoltato dagli inquirenti, ha inoltre raccontato che anni prima, durante il processo Caronte in cui sono stati condannati anche per la sua estorsione alcuni appartenenti del clan Ciarelli, “Paaquale Ciarelli, all’epoca detenuto e scortato dalla Polizia Penitenziaria, mi guardò e con aria molto strafottente e minacciosa alzò la mano destra con il pugno chiuso e il pollice destro alzato. Detto atteggiamento mi diede molto fastidio e credo che il suo significato fosse riferito al fatto che io avevo denunciato lui e la sua famiglia”.

Luigi Ciarelli
Luigi Ciarelli (in una foto di qualche anno fa)

Simili invece i casi di due imprenditori edili che scelgono di pagare i Ciarelli per diverse migliaia di euro sin dal 2010 senza soluzione di continuità. Anche loro contattati tramite Facebook. Anni prima a uno dei due imprenditori edili fu intimato di andare a prendere un latitante e al suo secco rifiuto, oltreché a volare minacce, fu richiesta sull’unghia la cifra di 100mila euro. Per inciso, l’imprenditore in questione è lo zio della compagna di Pasquale Ciarelli, un particolare che spiega bene la spietatezza del clan di fronte alla possibilità di ottenere denaro. Non ci si ferma davanti a niente, neanche ai parenti acquisiti.

Sotto strozzo da anni, così come il ristoratore che, minacciato da Costantino Di Silvio detto Cha Cha e Francesco Viola, quindi due membri di un altro clan (Travali), invece di rivolgersi alle autorità chiede la protezione di Luigi Ciarelli il quale, secondo il collaboratore di giustizia Pugliese, “viveva con le estorsioni. Nel 2014-15 venni incaricato di un recupero di 20mila euro nei confronti di un tale Armando dal figlio di una vigilessa della municipale di Latina. Mi recari allora dal ristoratore e seppi che tutti i mesi da Angelo Travali che questo pagava tutti i mesi a Ciarelli”.

E a pagare c’è anche il noto gioielliere di Latina o in contanti o lasciandosi prendere cornici d’argento del valore di 300 o 400 euro. Insomma tanti soldi e subito in un brodo di omertà che fa veramente paura. E chi denuncia. se per una malaugurata occasione si ritrova in carcere, può essere circondato da personaggi sconosciuti e pestato di botte, così come accaduto a un uomo di Latina che a distanza di anni vide la casa della madre attinta da colpi d’arma da fuoco. “Quei detenuti mi aggredirono facendomi i nomi di Pradissitto e Pugliese, i quali erano molti rispettati nel carcere di Cassino e temuti. In quell’occasione ho temuto di morire…dopo che mi fecero sedere uno mi spinse al petto e caddi, dopo di che le altre persone hanno iniziato a sferrarmi calci e pugni e mi massacrarono“.

AGGIORNAMENTO – Nei primi interrogatori di garanzia, davanti al Gup Simona Calegari si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Maria Grazia Di Silvio, Valentina Travali, Francesco Iannarilli e Manuel Agresti. Il 24enne Ferdinando Ciarelli ha avuto la convalida dell’arresto per i 3 grammi e mezzo di droga che durante gli arresti di mercoledì 15 giugno ha tentato di lanciare dalla finestra. Rinviata l’udienza per questo fatto specifico.

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