DELITTO D’ARIENZO: “VEROSIMILE LA VERSIONE DI TAROZZI SULL’INCIDENTE STRADALE”

Erik D'Arienzo e a destra Fabrizio Moretto l'uomo che era con lui la sera del ritrovamento. Moretto sosteneva, prima di essere ucciso, che a portare alla morte D'Arienzo era stato un incidente col T-Max su cui viaggiavano percorrendo la SS Pontina
Erik D'Arienzo e a destra Fabrizio Moretto l'uomo che era con lui la sera del ritrovamento. Moretto sosteneva, prima di essere ucciso, che a portare alla morte D'Arienzo era stato un incidente col T-Max su cui viaggiavano percorrendo la SS Pontina

Delitto D’Arienzo: pubblicate le motivazioni della sentenza che, lo scorso marzo, ha assolto il 36enne di Bella Farnia Andrea Tarozzi

Assolto perché il fatto non sussiste. Si è concluso così, il 2 marzo scorso, con la pronuncia del giudice monocratico Eugenia Sinigallia, il processo che vedeva sullo sfondo l’omicidio insoluto di Erik D’Arienzo, il giovane di 28 anni aggredito nella notte tra il 29 e il 30 agosto 2020 e morto dopo pochi giorni, il 5 settembre dello stesso anno, all’Ospedale Santa Maria Goretti di Latina. Unico imputato era il 36enne di Sabaudia Andrea Tarozzi accusato di favoreggiamento e simulazione di reato. Lo scorso 2 marzo, la sentenza di assoluzione per Tarozzi, difeso dall’avvocato Antonio Orlacchio.

Tarozzi, secondo la Procura di Latina che ha svolto le indagini con l’allora sostituto Claudio De Lazzaro e con l’attuale sostituto Martina Taglione, una volta interrogato dai Carabinieri che indagavano sull’omicidio, avrebbe riportato ai militari il falso e cioè che Erik D’Arienzo si trovava in condizioni gravi su un lato della Strada Statale Pontina poiché poco precedentemente investito da un’auto.

Una circostanza che, secondo gli inquirenti, cozza con quanto avvenuto e dimostrato dalle perizie tecniche: per le ferite riportate, infatti, D’Arienzo era stato prima aggredito per poi ritrovarsi sullo scooter in direzione Sabaudia guidato da Fabrizio Moretto detto Pipistrello, l’uomo che il 21 dicembre 2020, a tre mesi dal delitto, è stato freddato a Sabaudia. Per quest’episodio, fu arrestato e successivamente rilasciato il padre della vittima, Ermanno D’Arienzo detto “Topolino”, in quanto, a seguito dei ricorsi dei difensori, fu annullata l’ordinanza di custodia cautelare. Una vicenda complessa, condita anche dal giallo degli stub (l’esame per vedere se una persona ha sparato con un’arma o meno) applicati agli indagati, tra cui Ermanno D’Arienzo, ma contaminati.

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Tornando alla vicenda del processo a Tarozzi, invece, il 30 agosto 2020, Erik D’Arienzo fu soccorso sul ciglio della strada Pontina all’altezza del chilometro 83 nel territorio del Comune di Sabaudia all’altezza della rotatoria della Migliara 47. Non troppo lontano da casa sua a Borgo San Donato.

Tarozzi rientrava nell’episodio cruento e sicuramente misterioso perché quella notte, quando il giovane Erik – figlio, per l’appunto, di Ermanno D’Arienzo detto “Topolino”, uomo noto e temuto negli ambienti criminali pontini e oltre, anche perché, come ricordato nella requisitoria dal pm Taglione, aveva fatto parte della banda dei sette uomini d’oro – ormai era ferito e agonizzava in mezzo alla strada, si trovava a casa del fratello di Pipistrello. Secondo la requisitoria del pubblico ministero, era pacifico che Erik D’Arienzo fosse stato colpito a picconate: bordate tremende al cranio e al braccio destro. Il 28enne, come riferito dai testimoni, e soprattuto da chi era presente quella notte – Andrea Tarozzi, Fabrizio e Andrea Moretto – aveva la testa aperta, era ricoperto di sangue e, pur respirando, era incosciente.

Quando i tre “amici” chiamano il 118, prima Andrea e poi Fabrizio Moretto dicono all’operatore telefonico di inviare una eliambulanza perché Erik è in condizioni gravissime. Una notte “horror” in quanto il 28enne è messo talmente male che Fabrizio Moretto inizia a bestemmiare al telefono sollecitando l’operatore. Secondo il convincimento della Procura di Latina, Fabrizio Moretto avrebbe partecipato all’aggressione di Erik D’Arienzo il quale avrebbe dovuto presumibilmente 1000 euro per l’acquisito di cocaina a un uomo di Priverno, Michele Mastrodomenico (non indagato).

Fabrizio Moretto, detto “Pipistrello”, ha sollecitato in più conversazioni telefoniche Erik D’Arienzo affinché questi pagasse il conto. Dopodiché in quella serata maledetta, passata insieme al 28enne Erik, è certo che Moretto si è sentito con Mastrodomenico che gli disse che “stava facendo a botte col fratello”. Dopodiché la vicenda diventa oscura: quello che è certo è che Erik, secondo anche la consulenza medico-legale della dottoressa Maria Cristina Setacci nominata dalla Procura di Latina, è stato preso a picconate. Una circostanza che combacia con la testimonianza di un uomo che quella notte, sulla strada Pontina, vide muoversi due uomini armati di “ghirba”.

Non si sa se “Pipistrello” Moretto abbia accompagnato Erik in bocca ai suoi killer o se abbia partecipato al pestaggio o se abbia solo passivamente assistito alla violenza fatale, ciò che appare certo è che lui avrebbe detto a Tarozzi e al fratello Andrea che “Erik era morto”. Successivamente tutti e tre si recano sulla Pontina: D’Arienzo è in un lago di sangue, ancora vivo ma incosciente.

Sarebbe stato lui, Tarozzi, a telefonare dal cellulare di Fabrizio Moretto per avvertire i soccorsi e dire che Erik era ferito. Una versione che il 36enne ribadì anche all’allora giudice per le indagini preliminari Giorgia Castriota che ha firmato l’ordinanza che lo ha sottoposto agli arresti domiciliari, su richiesta dei sostituti De Lazzaro e Taglione. Ad oggi, naturalmente, Tarozzi non è più ristretto ai domiciliari, le cui motivazioni avevano retto anche in sede di Riesame a Roma.

Tarozzi avrebbe detto che, per lui, Erik era stato vittima di un incidente con tanto di omissione di soccorso e fuga dell’investitore: il 28enne di Borgo San Donato sarebbe stato travolto. Secondo gli investigatori un tentativo di depistare le indagini, nonostante il 36enne abbia sempre sostenuto di aver riferito la versione di Fabrizio Moretto.

Ad essere indagato per favoreggiamento anche il fratello di “Pipistrello”, Andrea Moretto. Anzi, è stato il pm Taglione a ribadirlo nella sua requisitoria: Andrea Moretto è tuttora sotto indagine per quel reato.

Lo scorso 2 febbraio, in un’ora e mezza, il pubblico ministero Martina Taglione aveva ricostruito tutta la vicenda, menzionando anche il passato criminale del padre di Erik, ossia Ermanno D’Arienzo, la cui caratura criminale si origina anche dalla cosiddetta “epopea” dei sette uomini d’oro, soggetti che hanno messo a segno una serie importante di remunerative rapine oltre trenta anni fa. Uomo dalle poche parole e dall’alone delinquenziale intaccabile nei cosiddetti ambienti, D’Arienzo, dopo la morte del figlio, fu intercettato dai Carabinieri a contattare tutti gli uomini più navigati della criminalità pontina. Un quadro indiziario che è rimasto tale, tanto che l’omicidio Moretto è rimasto insoluto come quello del figlio Erik. Senza contare che Ermanno D’Arienzo è il padre biologico di Angelo Travali, dalla Direzione Distrettuale Antimafia ritenuto il capo del sodalizio omonimo.

Alla fine della requisitoria, il pm Taglione aveva chiesto una condanna pesante per Tarozzi: 4 anni di reclusione. L’imputato avrebbe simulato un reato per coprire la reale portata della vicenda, conclusasi con un omicidio, quello di Fabrizio Moretto, per mano di un killer professionista. A seguire, l’arringa difensiva con l’avvocato Orlacchio che aveva chiesto l’assoluzione per il 36enne.

Il giudice Sinigallia, a marzo, ha emesso la sua sentenza. Tarozzi è assolto e un altro pezzo del duplice omicidio criminale di D’Arienzo e Moretto se ne è andato via. Di questa storia, passati quasi sei anni, si conosce tutto e niente. A differenza di quello che è accaduto negli ambienti criminali che hanno già risolto tutto: l’omicidio di Moretto, indagato anche dalla magistratura per l’omicidio di D’Arienzo, lo testimonia.

Ad ogni modo, nelle motivazioni del giudice si sottolinea che le parole di Tarozzi, che chiama i soccorsi, non intralciano il corso delle indagini, sebbene l’imputato sia generico sull’identità di Erik D’Arienzo che in realtà conosceva bene. “All’arrivo dei primi soccorsi, non è emersa alcuna dichiarazione del Tarozzi in merito a quanto accaduto ad Erik D’Arienzo, idonea a sviare le indagini o a rappresentare un reato diverso rispetto a quello poi emerso”.

Tarozzi si sarebbe sempre tenuto in disparte sia all’arrivo dei soccorritori che con i Carabinieri giunti sul luogo del ferimento mortale di D’Arienzo: “Non è emersa alcuna condotta simulatrice posta in essere dal Tarozzi, nel senso richiesto dalle norme incriminatrici in contestazione”.

Sia nelle sommarie informazione che nel corso delle indagini, Tarozzi “non ha modificato tratti essenziali” della vicenda di D’Arienzo. Il giudice rileva che “non può sottacersi come il presente procedimento paghi lo scotto della mancata ricostruzione della vicenda che ha portato alla morte di Erik D’Arienzo e in particolare al contributo offerto nella causazione della stessa da Fabrizio Moretto, in un contesto aggravato a nche dal successivo decesso di quest’ultimo, avvenuto nel dicembre 2020, che ha impedito di acquisire altri elementi certamente utili alla disamina”.

Non può essere dimostrato che uno dei uomini con il piccone visti sulla strada fosse Tarozzi. Secondo il giudice Sinigallia, il sinistro stradale riferito da Tarozzi rimane al momento l’ipotesi più veridica per descrivere la causa della morte di D’Arienzo: “La conciliabità del quadro al momento dei fatti con un sinistro stradale è stata confermata dagli stessi Carabinieri intervenuti che, sul momento, ritenevano di non allertare il pubblico ministero di turno e che il giorno dopo identificavano le lesioni subite da D’Arienzo cime originate da sinistro stradale, ritenendo pertanto verosimile la versione dei fatti riferitagli dal Tarozzi in ordine alla caduta del D’Arienzo dal T-Max del Moretto”.

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