Via Emanuele Filiberto e Piazza della Libertà
Nell'immagine a metà due facce della stessa medaglia. A sinistra uno spaccato del Quartiere Nicolosi confinante con le Autolinee: una zona che è considerata la principale piazza di spaccio della città di Latina. A destra Piazza della Libertà, un'area che, oltre a ospitare alcune importanti Istituzioni del territorio, è stata teatro negli anni di alcuni regolamenti di conti nell'ambito della malavita pontina

DALLE AUTOLINEE A PIAZZA DELLA LIBERTÀ LA MALAVITA A LATINA NON CAMBIA: VIOLENZA E AFFARI SILENZIOSI

in Attualità/Cronaca

La violenta aggressione di tre affiliati del clan Cuomo ai danni di alcuni agenti di Polizia del Commissariato di Formia, anticipata da Latina Tu ieri pomeriggio, ha rappresentato un altro affronto al vivere civile da parte della camorra – a poche settimane dal tracotante sfregio alla Questura, alla Prefettura di Latina, e al Ministero degli Interni, operato dalla produzione cinematografica di Angelo Bardellino.

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Il parcheggio multipiano Aldo Moro a Formia

In un momento storico dove addirittura si torna a sparare in pieno centro a Milano o si ammazza un carabiniere a Foggia, il ferimento degli agenti a Formia è grave di per sé e ha offuscato, giustamente per gerarchia di cronaca, i piccoli episodi di quotidianità criminale che avvengono non nel sud pontino, bastione acquisito di numerosi clan di camorra, ma a Latina, quel capoluogo di una provincia che, pur contenendo amministrativamente il Golfo di Gaeta, presenta problemi di diversa natura (pur sempre connessi). Oggi, possiamo dire, che Latina è una città dove, anche da apparentemente marginali ma esiziali accadimenti, alcuni corsi criminali non mutano e, anzi, si consolidano attorno al patto sporco tra il più forte e il più debole. E a non mancare, come per l’episodio accaduto al Parcheggio Multipiano di Formia, è la violenza. Orribile, rossa come il sangue di una faccia tumefatta, ma sopratutto chiassosa. Come, da sempre, vogliono i clan di Latina città. A latere dell’evento debordante, che fa rumore e parlare di sé, ci sono gli affari che scorrono, sotterranei o meno, ma che non devono fermarsi mai, sopratutto in ragione del fatto che a Latina si è formata e si sta incarnendo sempre più una delle piazze di spiaccio più grosse del Lazio: la zona Nicolosi/Autolinee. Da lì, da questo conglomerato di case popolari della fondazione che si fonde per osmosi alla desiderata e mai raggiunta modernità (le autolinee nuove avrebbero dovuto costituire un centro direzionale di mobilità all’avanguardia rimasto solo nei sogni), è passata anche la giovane vita di Desirèe Mariottini, poi defunta in un covo di disperazione e morte a San Lorenzo, altro quartiere popolare di Roma. Tanto per rimanere alla cronaca che è andata in televisione, e non è rimasta nella catacomba di un mattinale locale.
A tal proposito, ieri, i carabinieri della sezione radiomobile, nel corso di un servizio di controllo del territorio, hanno tratto in arresto nella flagranza del reato di “detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacentiun 19enne di origini egiziane ma residente a Latina. 

Il giovane si trovava in una delle zone, per l’appunto, più ambite dal punto di vista dello spaccio di Latina: le autolinee che, come noto, sono solitamente frequentate da pusher e consumatori di sostanze stupefacenti. Alla vista della pattuglia dei militari, il 19enne ha gettato in terra un involucro poi risultato contenere 11 stecchette di sostanza stupefacente tipo hashish del peso complessivo di 17 grammi. In seguito alla perquisizione personale, i Carabinieri hanno scovato ulteriori 4 stecchette della medesima sostanza, per un peso complessivo di 6,4 grammi. Tutto il “fumo” rinvenuto è stato sottoposto a sequestro mentre l’arrestato è stato associato alla locale casa circondariale di Via Aspromonte.

Via Corridoni, Quartiere Nicolosi
Via Corridoni, Quartiere Nicolosi. Qui e nella zona adiacente delle autolinee è gestito lo spaccio che, indipendentemente dagli ultimi arresti di Alba Pontina, continua

Continua così, con questo ennesimo episodio, la “saga” dei piccoli spacciatori sfruttati dal mercato della droga. Non è un caso che sia ancora un egiziano ad essere coinvolto. E qui il razzismo non c’entra niente. Sono infatti i giovani nordafricani ad essere spesso utilizzati dalle consorterie nostrane per lo smercio della droga al dettaglio, come dimostra l’inchiesta Alba Pontina: il clan Di Silvio di Campo Boario obbligò lo spaccio nordafricano dell’area Nicolosi/Autolinee ad acquistare gli stupefacenti da loro (vedi approfondimento). E non è solo il clan sinti a usufruire del lavoro da strada dei giovani immigrati.

Per comprendere quanto queste dinamiche sono radicate nel nostro territorio, è di aiuto la storia di due egiziani, uno dei quali titolare di uno degli autolavaggi gestiti dai medesimi egiziani a Latina (più di una decina), che sono stati utilizzati da un malavitoso di Nettuno per un attentato alla Guardia di Finanza della città del baseball.

Come emerse dalle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Velletri, l’incendio fu commissionato da un noto pregiudicato, Pasquale Iovinella, come ritorsione per l’arresto effettuato nei suoi confronti dai militari della Compagnia di Nettuno il 13 settembre 2017.

Iovinella, con la collaborazione di una guardia giurata, commissionò, per poche centinaia di euro, l’atto intimidatorio ai due cittadini egiziani (uno dei due era minorenne) i quali danneggiarono un’autovettura di servizio della Compagnia di Nettuno, data alle fiamme proprio nel parcheggio antistante la caserma, in Piazza Mazzini (al centro di Nettuno). Il fuoco fu appiccato dal minorenne, residente, all’epoca dei fatti, presso una casa famiglia della provincia pontina.

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Un’immagine dal quartiere di San Basilio a Roma (foto di commonfare.net)

Iovinella non è uno qualunque. Nel mese di marzo del 2018 è stato di nuovo arrestato dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma nell’ambito dell’operazione “Gallardo”, quale componente di un’associazione a delinquere dedita al traffico di sostanze stupefacenti, operante nel quartiere San Basilio di Roma e nella città di Nettuno, e diretta dai figli di un boss storico del clan camorristico dei Licciardi (i fratelli Salvatore e Genny Esposito, figli di Luigi detto ‘Nacchella’), reucci del Rione Berlingieri (Napoli), componenti dell’Alleanza di Secondigliano insieme alla famiglia Mallardo di Giugliano in Campania e in grado di gestire i flussi di droga direttamente con i narcos messicani.

Nell’operazione condotta dalla DDA di Roma, è stata individuata un’altra cosca, parimenti armata e dedita al narcotraffico, che lavorava in stretta sinergia con gli Esposito, e con a capo Vincenzo Polito, che si avvaleva della collaborazione di esponenti dei clan di ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria, le famiglie Filippone e Gallico.

Scrive Edoardo Levantini, su articolo21, che per il fatto incendiario contro la GdF di Nettuno è tutto scritto in un verbale di confessione, quella resa da Elsayed A., sedici anni appena, egiziano. Il 23 maggio scorso (ndr: anno 2018) questo ragazzino, tremante, ha ammesso ai finanzieri che sono andati a cercarlo nella casa famiglia di Latina in cui è ospite, ha riferito di essere stato lui ad appiccare l’incendio che il 2 febbraio 2018 e ha distrutto un’auto di servizio della Guardia di Finanza di Nettuno e danneggiato in modo grave anche un’altra auto dello stesso corpo. Lo aveva fatto su mandato di Pasquale Iovinella, 36 anni, napoletano, arrestato a marzo 2018 perché coinvolto in una maxirete di trafficanti di droga legati alla camorra (inchiesta Gallardo). E i contatti per l’agguato li aveva tenuti un amico di Iovinella, Luigi Carlino, 34 anni, guardia giurata di Torre del Greco.

sede GdF di Nettuno
La sede della GdF di Nettuno (foto da inliberauscita.it)

“Nel mese di ottobre 2017 – raccontò Elsayed – sono stato avvicinato da due napoletani che avevo conosciuto ad agosto, i quali mi hanno chiesto di bruciare due autovetture della Guardia di Finanza e in cambio mi avrebbero pagato 200 euro. Mi hanno comunicato che volevano vendicarsi di un sequestro del valore di 25mila euro eseguito in loro danno da parte vostra (ndr: della Finanza). In quel momento ho rifiutato di farlo ma poi ho accettato per paura che si vendicassero“. Pasquale Iovinella, poi, si rifiutò di pagare 200 euro poiché il patto era per due macchine e siccome ne fu bruciata solo una, al ragazzino venne consegnata una semplice banconota da cento euro.

Prima della fatidica sera del 2 febbraio – scrive sempre Levantini – scelta per l’attentato, il ragazzo aveva incontrato Iovinella e Carlino, i quali gli avevano fornito indicazioni su come muoversi per arrivare al parcheggio della caserma delle Fiamme Gialle e cosa avrebbe dovuto fare. Ossia «apporre una felpa sulla ruota anteriore, versare la benzina nelle prese d’aria di plastica poste sotto il parabrezza». Elsayed ha eseguito alla lettera – concludeva l’articolo di Articolo21 – le indicazioni grazie alla disponibilità di un suo amico, Elghazouly Ahmed, 26 anni, anch’egli egiziano, che lo ha accompagnato in auto mentre lui teneva stretta la busta con dentro la felpa e la bottiglia contenente la benzina per l’incendio“.
Alcune telecamere di negozi della zona consentirono ai Finanzieri di risalire ai due ragazzi egiziani e ricostruire il fatto delittuoso che, per spudoratezza e meschinità, rimane inquietante.

Eppure, l’approfondimento conoscitivo di questo tipo di legami tra clan radicati e sodalizi derivanti da comunità di un’unica nazionalità è, sicuramente, la nuova sfida di tutti coloro che hanno a cuore la lotta al crimine organizzato. Sono tanti ormai i casi di questo genere, dovuti anche al fatto che, come dimostra la storia del crimine, sono proprio le fasce più deboli ed emarginate ad avere, con più facilità, la tentazione di intraprendere, per una forma di riscatto sociale, la strada della malavita.

Un ragionamento, chiaramente, che non vuole indulgere in nessuna forma di razzismo, anzi. Una spinta alla xenofobia che è, invero, la politica ad operare. Sono, sovente, i politici, a fini propagandistici, a spostare l’attenzione sul piccolo spacciatore che crea problemi più diretti e visibili di sicurezza sociale, tralasciando colpevolmente e deliberatamente le radici delle questioni che si originano senza dubbio negli interessi dei clan strutturati o, comunque, di appartenenti alla malavita del luogo i quali, oltre a conoscere il territorio così da sapere dove andare a pescare, godono di un enorme potere di ricatto verso le fasce deboli a causa di una fama criminale che, per strada, corre più veloce rispetto alle cronache o alle indagini.

A Latina città, tuttavia, immigrati o non immigrati, i nodi rimangono sempre gli stessi e a comandare, nel mondo di sotto, non sono né gli spacciatori nordafricani né i giovani attentatori egiziani utilizzati alla bisogna.

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Nell’area di Piazza della Libertà a Latina ci sono importanti istituzioni del territorio: la Prefettura (nella foto), la Provincia di Latina, il Comando Provinciale dei Carabinieri e, fino a poco tempo fa, la Banca D’Italia

Due giorni fa, un episodio di cronaca, all’apparenza uno dei tanti e poco significativo, lo dimostra. Intorno alla mezzanotte, tra venerdì e sabato in pieno centro, nella zona di piazza della Libertà, c’è stata un’aggressione piuttosto efferata contro due giovani di 18 e 21 anni da parte di un tizio incappucciato che è venuto sul luogo, pare, accompagnato (le prime voci dicono che a “scortarlo” ci fosse un appartenente al clan Di Silvio).
Il più piccolo dei due è finito con una mandibola fratturata, l’altro ha riportato meno conseguenze. Molte cronache locali parlano di misteriosa aggressione, ma di misterioso non c’è proprio niente. Saranno ancora i dettagli ad esserlo sicuramente, e saranno le indagini affidate ai carabinieri a fare eventualmente luce sulla logica degli eventi, eppure, già da un piccolo particolare, si può capire che il clima nelle strade della sera, uguali a quelle di venti o trenta anni fa, è identico. Che sia primavera o inverno inoltrato: le due giovani vittime (ce ne è anche una terza coinvolta nel pestaggio), pestate a sangue da un unico aggressore, avrebbero riferito di non conoscere chi li ha aggrediti. Il che, senza girare attorno alle parole, è comprensibile ma inverosimile. Non parlano, come non si parlava venti o trenta anni fa, per paura perché la cappa dei clan cittadini è molto soffocante e influenza, sopratutto, i giovani che vivono la sera. Senza contare che una delle vittime aveva finito di scontare una piccola pena per spaccio, e l’altro pare sia legato a un personaggio gravitante nella mala.
E non è un semplice e trascurabile particolare che le botte siano state inferte ai due in un piazza centrale, frequentata dai giovani, vicino per di più a luoghi simboli dello Stato (Prefettura e Carabinieri). Avrebbero potuto andarli a prendere a casa, portarli in qualche campagna di un borgo qualunque e lasciarli tramortiti lontano dagli occhi. Invece no. Li hanno pestati in modo che tutti potessero vedere, riportare, parlare, ma mai fino in fondo. Così chi doveva sapere ha saputo, chi doveva scrivere ha scritto (quando accadono questi episodi, chi li commette gode a vederli riportati nero su bianco, come si fa anche nel presente scritto), chi anche non c’entra niente sa chi comanda. E domani tra gli adolescenti, nelle scuole della città, dove certe cose arrivano prima che nei commissariati, non si parlerà di altro.

L’ennesimo arresto per traffico di droga alle Autolinee e l’aggressione di venerdì notte sono figlie di una città che non cambia. Questo va detto. Persino a costo di essere appellati a iettatori che non amano Latina o a mafiologi radical chic dai minimizzatori compulsivi. E anche i luoghi rimangono sempre uguali perché ciclicamente si ripresentano come quelli più frequentati, secondo i rigidi schemi giovanili delle ondate della moda. Nella notte di venerdì scorso Piazza della Libertà, nei pressi dove si è consumata la ritorsione con il messaggio da kickboxing malavitoso, era la stessa dove anni fa avvenivano le risse davanti al Bar Di Russo quando i giovani di allora erano Federico Berlioz, Ferdinando il Bello, Gianluca Tuma, Cha Cha Di Silvio, Carmine Ciarelli ecc. o dove, in un’altra notte di quasi undici anni fa, quella tra il 19 e il 20 luglio del 2009, fu ucciso come un cane per un debito Giorgio Soldi per mano di Paolo Baldascini, appartenente all’omonima famiglia di Casal di Principe che una ventina di anni fa era stata mandata qui a rappresentare in città i Casalesi, con il rispetto e la sudditanza criminale imposti ai clan Ciarelli e Di Silvio.

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