Clan Ciarelli, diventano definitive le condanne dei tre imputati condannati nel processo “Purosangue” che ha messo alla sbarra alcuni tra i membri più significati del sodalizio latinense
La Corte di Cassazione ha giudicato inammissibili i ricorsi dei tre imputati condannati in primo e secondo grado nel processo derivante dall’operazione “Purosangue”. Si tratta del boss Ferdinando Ciarelli detto Furt, del nipote Pasquale Ciarelli (figlio di Carmine Ciarelli detto Porchettone) e di Matteo Ciaravino, condannato per reati commessi in concorso con il figlio del medesimo Furt, Roberto Ciarelli. I tre imputati sono difesi dagli avvocati Francesco Vasaturo, Maurizio Forte, Luca Pallotta e Andrea Palmiero.
A gennaio 2026, in Corte d’Appello, avevano retto le aggravanti col metodo mafioso per tutti e tre gli imputati, ma i giudici avevano ridotto le pene. Era stato questo l’esito del giudizio di secondo grado nei confronti dei tre imputati. Ciaravino è stato condannato per il delitto di violenza privata con aggravante mafiosa; Ferdinando Ciarelli per il delitto di tentata estorsione mafiosa; Pasquale Ciarelli per i delitti di estorsione aggravata e tentata estorsione, aggravati sempre dal metodo mafioso.

Matteo Ciaravino si è visto ridurre la pena a 3 anni e 6 mesi. Al 37enne, in appello, ora confermato dalla Cassazione, è stato anche revocato il divieto di dimora a Latina. Ferdinando Ciarelli detto “Furt”, dopo la morte del fratello Carmine, numero uno dell’omonima famiglia, è stato condannato alla pena di 4 anni. Il 63enne è tuttora detenuto in carcere. Infine, Pasquale Ciarelli è stato condannato alla pena di 8 anni e 6 mesi. Condanne che, come detto, dopo il niet ai ricorsi, sono definitive.
Si conclude così il processo derivante dall’indagine della DDA di Roma e della Squadra Mobile di Latina denominato “Purosangue”. A ottobre 2024, era durata quattro ore la camera di consiglio del I collegio del Tribunale di Latina composto dai giudici Gian Luca Soana, Francesca Coculo e Roberta Brenda. Alla fine i verdetti sugli imputati ridimensionarono le richieste di condanna da parte della Direzione Distrettuale Antimafia che contestava ai Ciarelli e sodali reati con l’aggravante del metodo mafioso. Il sodalizio, più radicato e temuto in città per anni, ottenne un risultato probabilmente insperato. Neanche nelle fasi di indagine, era stato contestato ai Ciarelli l’associazione mafiosa, bensì i reati con l’aggravante mafiosa.
La pena più considerevole era stata per Pasquale Ciarelli. Il figlio del boss Carmine Ciarelli aveva rimediato una condanna a 11 anni di reclusione, ma il metodo mafioso era rimasto solo per uno dei capi di imputazione contestati. Matteo Ciaravino, invece, era stato condannato a 5 anni di reclusione, per lui aveva retto l’aggravante di aver commesso il reato di cui è accusato con l’aggravante del 416 bis, in concorso al rampollo di casa Ciarelli, Roberto Ciarelli, già condannato in abbreviato e poi in Appello (pena ridotta), con sentenza irrevocabile. Condannato a 6 anni e 8 mesi, anche Ferdinando “Furt” Ciarelli. Per tutti e tre i condannati era scattata anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Oggi, la Cassazione ha stabilito anche le multe definitive: 3500 euro per “Furt” Ciarelli e 8000 per Pasquale Ciarelli.
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In primo grado, sono stati assolti Rosaria Di Silvio (moglie di “Furt” e sorella di Armando “Lallà” Di Silvio, condannato a oltre 24 anni per associazione mafiosa nel processo “Alba Pontina”), Manuel Agresti e Antoniogiorgio Ciarelli che aveva ottenuto la seconda assoluzione dopo il processo per l’omicidio di Massimiliano Moro, di cui pende il nuovo Appello. Non luogo a procedere per difetto di querela, invece, per il 28enne Ferdinando Ciarelli (per lui cadde l’aggravante della detenzione dell’arma) e per Ferdinando “Macù” Ciarelli, per il quale era maturata la prescrizione del reato imputatogli. La prescrizione era stata dichiarata a seguito dell’insussistenza dell’aggravante del metodo mafioso e della recidiva.

Il metodo mafioso aveva retto per tutti e tre i condannati – Pasquale Ciarelli, Ferdinando “Furt” Ciarelli e Matteo Ciaravino -, ma per i primi due era caduto per la maggior parte dei capi di imputazione di cui dovevano rispondere.
Tra i reati più importanti, varie vicende di estorsione, violenza privata, danneggiamento, usura. Dieci in tutto gli episodi estorsivi raccolti dagli investigatori della Squadra Mobile di Latina e finiti nel processo. L’inchiesta era stata coordinata dall’allora sostituto della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, oggi procuratore aggiunto di Latina, Luigia Spinelli. Il magistrato, come noto, è finita sotto scorta a ottobre 2024 proprio per essere stata minacciata indirettamente da Antoniogiorgio Ciarelli e due suoi parenti.
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La requisitoria dei pubblici ministeri era stata divisa in due. Al pm Valentina Giammaria era toccato il lavoro più lungo, citando capo di imputazione per capo di imputazione, ripercorrendo così tutte le vicende criminali contestate agli imputati e menzionando, quindi, nel dettaglio le estorsioni a commercianti, locali della movida, avvocati e professionisti. Estorsioni che in alcune occasioni erano state compiute nel carcere di Latina, per anni controllato dai Ciarelli.

Al Pm Luigia Spinelli, invece, il compito di sintetizzare su chi erano stati i Ciarelli a Latina. Il magistrato, da anni sulle tracce dei clan rom di Latina, aveva ribadito che il senso di inchiesta era quello di dimostrare la caratura criminale dei Ciarelli che vige da decenni nel capoluogo pontino. Estorsioni che si erano protratte negli anni contro avvocati, professionisti, detenuti.
Una vicenda criminale, quella del clan di Pantanaccio, che si è inasprita con la cosiddetta guerra criminale del 2010, quando i membri della famiglia dimostrarono la loro potenza di fuoco, colpendo a morte (Massimiliano Moro su tutti) o intimidendo con il piombo coloro che avevano osato sfidare il loro potere e attentato alla vita di Carmine Ciarelli, sparandogli davanti al Bar Sicuranza nel quartiere roccaforte.
L’indagine “Purosangue” partiva anche dalle dichiarazioni dei tre collaboratori di giustizia Renato Pugliese, Agostino Riccardo e Andrea Pradissitto. In particolare, Pradissitto, parente dei Ciarelli, avendo sposato la figlia del numero due del clan, Ferdinando Ciarelli detto Furt. Chi finiva nel mirino di un Ciarelli, finiva nel mirino di tutto il clan, senza contare che ci sono persone che hanno abbandonato le loro attività o addirittura si sono trasferiti altrove.
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