CLAN CIARELLI, LA BARISTA SENZA TIMORE: “AVEVO PAURA, MA NON HO ABBASSATO LA TESTA”

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Zona pub, Latina (FOTO D'ARCHIVIO)

Clan Ciarelli: altre testimonianze in Tribunale, ad essere ascoltati diverse vittime del sodalizio di origine rom

Tra tanti fatti negati, minimizzazioni, giravolte illogiche e sospette false testimonianze, nel processo derivante dall’operazione denominata “Purosangue”, eseguita da Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e Squadra Mobile di Latina, spunta una luce. A rappresentare questa luce, a 24 ore dalla Giornata contro la violenza sulle donne (25 novembre), è proprio una donna la cui testimonianza è stata chiara, con la giusta tensione e di personalità.

Il processo è iniziato da tempo e vede alla sbarra i capi, tranne Luigi Ciarelli (il numero tre del sodalizio, processato nell’altro processo antimafia sui clan rom denominato “Reset), di quello che tutti a Latina conoscono come il clan Ciarelli, la famiglia che aveva eletto la propria base nel quartiere Pantanaccio, alla periferia di Latina.

Archiviato il rito abbreviato che si è celebrato davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma che ha emesso la condanna a 9 anni per il giovane rampollo più violento del clan, Roberto Ciarelli, figlio di Ferdinando detto “Furt”, a Latina sono sfilati diversi testimoni interrogati dal Pubblico Ministero Valentina Giammaria (in sostituzione temporanea del Pm Luigia Spinelli) e contro-esaminati dal collegio difensivo composto dagli avvocati Montini, Melegari, Forte, Carradori, Vittori, Vasaturo, Farau, Nardecchia, Coronella e Palmiero.

Il processo, come noto, è quello derivante dall’operazione finalizzata a giugno 2022, che contesta al clan Ciarelli (e ad altri soggetti slegati dal sodalizio rom o comunque membri di altre congreghe mafiose) reati aggravati dall’associazione mafiosa. Sul banco degli imputati, ci sono personaggi di rilevante caratura criminale come Carmine Ciarelli detto “Porchettone” e suo fratello Ferdinando Ciarelli detto “Furt”. Tra i reati più importanti varie vicende di estorsione, violenza privata, danneggiamento, usura. Dieci in tutto gli episodi estorsivi raccolti dagli investigatori e finiti nel processo.

È stata sicuramente una lezione di lucidità e coraggio quella fornita da una donna, che di mestiere fa la barista nei locali notturni della movida di Latina, ascoltata quest’oggi, 24 novembre, davanti al collegio del Tribunale di Latina composto dai giudici Soana-Velardi-Coculo. Unico neo: la donna, ritenuta parte offesa per aver ricevuto minacce da parte di Roberto Ciarelli – il sunnominato rampollo del clan, già condannato a 9 anni col rito abbreviato e quindi estraneo a questo processo – non si è costituita parte civile a Roma dove il giovane violento è stato posto a giudizio.

La donna, all’epoca dei fatti intercorsi, ossia il 14 febbraio 2021, lavorava come barista in uno dei locali della movida in Via Battisti a Latina. Si era al tempo delle restrizioni anti-Covid e i locali non potevano rimanere aperti dopo le 18,30. È così che Roberto Ciarelli, il cui caso serve a poco nel processo odierno dal punto di vista delle imputazioni, ma restituisce il quadro del potere intimidatorio dei Ciarelli nella città di Latina, entra dentro il locale con altri due soggetti: “Erano tutti drogatissimi – spiega la barista – lo so perché a Latina, la maggior parte delle persone dai 20 ai 60 anni che frequentano i locali fanno uso di sostanze stupefacenti”.

Ciarelli junior pretende da bere e si dirige verso il bancone del bar ordinando alla donna un drink. Al che la barlady fa notare che ci sono le restrizioni anti-Covid e non si possono più servire i cocktail dopo un certo orario. Pronta la risposta di Ciarelli: “Schiava, famme ‘sto cocktail e zitta”.

“Mi hanno insultato – ha spiegato la donna in aula, esaminata dal Pm Valentina Giammaria – quando parli con me devi stare zitta, mi dice. Roberto Ciarelli mi si era avvicinato ed era con la bava alla bocca. Poi ho cercato di offrirgli il drink per farli andare via ma continuavano a insultarmi e mi lanciavano oggetti contro. Ho dovuto schivarli e abbassarmi per evitare che mi colpissero. Sbraitavano e quando gli ho detto che avremmo chiamato i poliziotti, mi ha detto che quelli fanno i bocchini”.

Al che, dopo questo scambio non proprio oxfordiano, Roberto Ciarelli ha aggredito il titolare fuori dal locale malmenandolo. “Conoscevo già Roberto Ciarelli – ha detto la barlady – non era la prima volta che accadevano fatti violenti con lui e la sua famiglia. Una volta all’Ombelico (nda: nota discoteca di Latina) aveva provato a rimorchiarmi e al mio rifiuto è diventato violento e aggressivo. Dopo quell’episodio sui social fui minacciata dalla famiglia Ciarelli e altre persone vicine a loro mi dissero di stare calma”.

E sul clan Ciarelli cosa pensa? “Li conosco di nomina, sono noti in città perché sono persone violente, aggrediscono e infrangono la legge”. E quando Ciarelli junior era lì con la bava alla bocca? “Chi non avrebbe avuto paura? Certo che ho avuto paura ma non ho abbassato la testa, anche se nessuno mi aiutò”. Purtroppo la donna, come racconta in aula, ha dovuto affrontare Ciarelli e gli altri due ceffi (così li chiama), senza che nessuno intervenisse e nonostante la presenza di due camerieri e del titolare. “Me li sono mangiati vivi il titolare e i colleghi, mi hanno lasciata da sola. Il collega si era rinchiuso nel locale del bagno. Successivamente ho dovuto esporre denuncia e alla Squadra mobile ho detto che il collega mi disse di ritirare la denuncia perché era stato minacciato”. Senza contare che lei era proprio il bersaglio di Ciarelli junior: “Durante l’aggressione, Ciarelli mi disse: mi ricordo di te, riferendosi all’episodio dell’Ombelico. E mi disse anche stai attenta a quello che fai perché ti vengo a prendere sotto casa. Ero intimorita, tremavo, ma ho reagito”. E se non le fosse stato detto di denunciare: “Sarei andata a casa e avrei dimenticato – ammette – perché tanto non finisce mai come vorresti”.

E dal momento che il coraggio uno non se lo può dare, arriva la testimonianza del collega presente nel locale, subito dopo quello della donna. Anche lui è un giovane e quando la donna veniva aggredita si trovava dentro il bagno. Ripete più volte che “non sono cose che mi riguardano”, tanto da far perdere la pazienza anche al Presidente del collegio del Tribunale di Latina, Gian Luca Soana. Minimizza, il ragazzo, e praticamente non ricorda niente. Un de profundis di dignità.

Prima della testimonianza più lucida dell’intero processo resa dalla barista, era stata la volta di Monir Dridi, lo spesino (ossia il detenuto che ha la mansione di aiutare con la spesa dentro il carcere), già noto alle cronache giudiziarie per essere stato coinvolto nell’indagine dei Carabinieri denominata “Masterchef”. Il giovane, legato per parentela a Maria Grazia Di Silvio, fu costretto, secondo gli inquirenti, a fare due bonifici a Carmine “Porchettone” Ciarelli e al figlio Pasquale Ciarelli, all’epoca detenuto con lui. Soldi estorti, visti dalla famiglia come una sorta di pedaggio. “In carcere gestivo lo spaccio di droga”, ammette Dridi, ma quanto ad ammettere i bonifici neanche per idea. Il giovane arriva a dire che, in realtà, ha fornito una versione falsa alla Squadra Mobile, vale a dire che avrebbe fatto credere alla sua ex ragazza, coinvolta anche lei nell’inchiesta Masterchef, debitrice con lui di 1200 euro, di dover dare i soldi ai Ciarelli. In poche parole, Dridi avrebbe speso il nome dei Ciarelli in modo tale da accelerare la restituzione dei soldi da parte dell’ex ragazza. Al contempo, Dridi non ha potuto fare a meno di ammettere di aver fatto un pensiero al figlio di Pasquale Ciarelli: “Ma nessuna minaccia – ha spiegato – era un mio desiderio”.

Non hanno fornito versioni contraddittorie quanto Dridi, eppure anche i vigilantes di un altro locale della movida pontina in zona pub, in cui Roberto Ciarelli ha compiuto una delle sue razzie, hanno minimizzato la portata dell’aggressione a uno dei colleghi preso a pugni. “Cose che succedono”, questo è il senso delle testimonianze dei buttafuori.

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