SEQUESTRATO E BASTONATO PER 80MILA EURO, LE AMNESIE DELLA VITTIMA CHE SI INNERVOSISCE: “RICORDO MALE PERCHÈ HO IL DIABETE”

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Un caso di sequestro di persona a scopo estorsivo accaduto a Terracina: prosegue il processo presso la Corte d’Assise di Latina

È ripreso oggi, 6 novembre, dinanzi alla Corte d’Assise di Latina – presidente Mario La Rosa, a latere la collega Eugenia Sinigallia e la giuria popolare – il processo che vede sul banco degli imputati il 36enne albanese Marsel Barjamo (tuttora ristretto ai domiciliari), difeso dall’avvocato Aurelio Cannatelli e accusato di sequestro di persona a scopo di estorsione in concorso con la connazionale Paula Narcisa Bita.

Un processo nato da una indagine della Direzione Distrettuale Antimafia e coordinata dal sostituto Lorenzo Del Giudice, oggi presenta in aula a rappresentare l’accusa. I fatti, avvenuti a Terracina lo scorso 21 ottobre 2025, si riferiscono a un sequestro di un cittadino di Terracina, classe 1969, che, difeso dall’avvocato Domenico Bianchi, non si è costituito parte civile. Non proprio un nome qualunque la vittima: si tratta, infatti, di R.G., classe 1969, l’uomo che, con il nipote, fu ferito a colpi d’arma da fuoco nel 2016, davanti all’American Bar, da Alessandro Zof. Per quell’episodio, Zof è stato condannato in via definitiva per tentato omicidio. R.G. è stato coinvolto in passato anche nell’operazione anti-droga denominata “Melody”

Barjamo e Bita, insieme a un terzo soggetto non identificato, secondo l’accusa, avrebbero sequestrato il terracinese al fine di estorcergli la somma di 80mila euro, sottraendogli il telefono cellulare e immobilizzandolo a casa della donna.

La vittima sarebbe stata legata mani e piedi con del nastro adesivo e, dopo averlo obbligato a consegnare le chiavi dell’autovettura, lo avrebbero costretto a salire sul medesimo mezzo per recarsi nel luogo dove recuperare la somma. Una storia cruda rimasta sotto traccia. La donna, Paula Narcisa Bita, è a processo a Roma ed è difesa dall’avvocato Ruggero Thermes.

Il processo è entrato nel vivo oggi con l’escussione di un testimone che è stato interrogato dalla Polizia. Nella scorsa udienza, aveva testimoniato un poliziotto del Commissariato di Polizia di Terracina che ha partecipato alle indagini. Ascoltata anche una vicina di casa di Bajarmo e Bita la quale aveva spiegato di aver visto che la donna aveva un ecchimosi sotto l’occhio, probabilmente segno di una violenza subita.

Il pubblico ministero Del Giudice ha interrogato il gestore di un locale che il giorno del sequestro vide la vittima. In una testimonianza molto difficile e intrisa di timore, tanto che il pm gli ha chiesto di non essere reticente, l’uomo ha spiegato di aver visto R.G. quel giorno: “Mi aveva detto che lo avevano sequestrato e picchiato e che volevano ammazzarlo. Me lo lasciò intendere. Io gli diedi il cellulare, ma non chiamai la Polizia perché volevo evitare problemi”. Interrogato dalla Polizia, l’uomo aveva detto di “avere avuto timore”. In quella circostanza, il gestore del locale vide una macchina arrivare, per poi prelevare l’uomo.

“Dopo dieci giorni – ha detto il testimone – vidi R.G. e mi disse che le cose andavano meglio, ma non mi raccontò cosa fosse successe, né io glielo chiesi”.

A testimoniare quest’oggi, anche la vittima stessa, R.G. il quale, ad ottobre dell’anno scorso, aveva allertato la Polizia della vicenda del sequestro. Il 57enne ha raccontato di aver visto Paula Bita e di essere andato a cena con lei a Roma: “Dopo che avevamo fatto l’amore, la donna è andata in escandescenze e voleva buttarsi fuori dalla macchina”. L’uomo ha raccontato di una colluttazione tra i due che è durata qualche minuto: “Ad un certo punto, siamo scesi dalla macchina e ha buttato la borsa per terra. Mi sono innervosito e gli ho tirato degli schiaffi ed è uscito dal sangue. Poi l’ho caricata con la forza dentro la macchina e dopo l’ho condotta al pronto soccorso. Lei, però, ha denunciato persone ignote. Dopodiché l’ho portata a casa”.

Il giorno successivo, il 57enne racconta di aver ricevuto una telefonata da lei che gli ha detto di venire a casa: “Una volta che sono entrato c’era questo albanese e abbiamo iniziato a discutere. Mi disse che l’avevo picchiata e poi mi ha menato dopo che mi ha buttato sul divano. Mi tirava cazzotti sull’orecchio. Dopo, sono stato colpito da alcune bastonate da lui e da un altro uomo sullo stomaco”.

Dopo essere stato picchiato, R.G. racconta: “Ero bloccato dalla paura e non sono scappato. Mi hanno chiesto dei soldi. Tutti e due mi hanno minacciato con un coltello e mi hanno detto che avevano una pistola. Mi dicevano di non strillare”. A sommarie informazioni, l’uomo aveva però riferito di averlo legato mani e piedi, oltreché ad essere minacciato che lo avrebbero strozzato. “Gli dissi che avrei dato loro dei soldi perché avevo paura e volevo andare via. Uno di loro era mascherato e non l’ho riconosciuto”. L’uomo aveva riferito alla Polizia che “Paola diceva ai due uomini che io avevo 80mila euro e incitava loro due a chiedermi i soldi. Ero terrorizzato e per farli smettere ho detto che se mi lasciavano in casa, avrei dato tutto. I miei aggressori, convinti dal fatto che gli avrei dato gli 80mila euro, tagliarono il nastro adesivo e mi liberarono mani e piedi. Mi inventai questa cosa dei soldi perché avevo paura e volevo salvarmi”.

Oggi, però, l’uomo ha cambiato versione più volte giustificandosi in tal modo: “Io ho il diabete e quando ho parlato con la Polizia avevo un’alterazione alta che mi fa dimenticare le cose”. Una versione che non convince la Corte d’Assise, tanto che il presidente La Rosa ricorda all’uomo se si rende conto che le due versioni sono molto differenti.

Ad ogni modo, l’uomo continua a raccontare di essere stato riaccompagnato a Terracina: “Pensai di farmi portare dal gestore del locale a San Vito. Gli chiesi di darmi il telefono. Oggi, non mi ricordo cosa ho detto. Non ricordo di aver detto a lui di essere stato sequestrato, picchiato e che avevo paura di essere ammazzato. Ricordo di aver detto ai due albanesi di fermarsi alla trattoria di San Vito perché lì avrei potuto recuperare le chiavi della proprietà del terreno dove dicevo di aver sotterrato i soldi”. Una volta arrivato in trattoria, l’uomo scende dall’auto dei suoi sequestratori e segnala la circostanza alla Polizia: “Non ho più chiesto niente a Paula di quello che è successo, né ho più rivisto i due uomini che mi avevano portato in auto a San Vito”.

Una testimonianza molto complessa, tanto che, ad un certo punto, il testimone si è lamentato insistentemente con il presidente della Corte d’Assise Mario La Rosa, alzandosi e interrompendo la testimonianza: “Non potete dirmi che mi mangio le parole. La pazienza ha un limite”. È stato il presidente La Rosa a ricordare all’uomo di essere in un’aula di Tribunale e di assumere un atteggiamento consono.

Una volta calmatosi, l’uomo racconta che nel tragitto da Roma a Terracina, i due aggressori gli avevano tolto il cellulare. Il soggetto mascherato si è messo alla guida dell’auto della vittima e in macchina c’era anche l’albanese: “Paula non c’era”.

A margine dell’udienza, l’avvocato difensore chiede la sostituzione della misura dei domiciliari con misura più lieve per l’imputato in quanto, come emerso in testimonianza, la vittima non è stata più ricontattata dai fatti accaduti a ottobre scorso. Secondo la difesa, è venuto meno l’inquinamento probatorio e la reiterazione del reato. Anche il pubblico ministero ha espresso parere favorevole. Al contempo l’avvocato della vittima ha chiesto il dissequestro del cellulare. Dopo una breve camera di consiglio, la Corte d’Assise ha accolto l’istanza della difesa e ha disposto l’obbligo di dimora a Guidonia per Marsel Barjamo, revocando i domiciliari. Accolta anche la richiesta di restituzione del cellulare alla vittima.

Il processo riprende il prossimo 26 gennaio con la discussione delle parti e la sentenza finale.

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