SPARI AL CORTEO DEL 25 APRILE: CONDANNATO EITAN BONDÌ

Eitan Bondì, il 22enne che lo scorso 25 aprile aveva sparato contro due persone usando una pistola ad aria compressa durante la manifestazione per la Festa della Liberazione a Roma, è stato condannato a quattro mesi per percosse. Ad essere colpiti Rossana Gabrieli, attivista dell’Anpi ed esponente di Sinistra Italiana ad Aprilia, e il compagno.

Il giudice per l’udienza preliminare ha deciso di ridimensionare il reato di cui era accusato, ovvero tentate lesioni pluriaggravate dalla premeditazione, e lo ha assolto dall’accusa di porto d’armi illegale.

Il processo si è svolto con rito abbreviato, che garantisce uno sconto di un terzo della pena in caso di condanna. La procura aveva chiesto per Bondì due anni di carcere. Inizialmente era stato detenuto nel carcere di Regina Coeli, a Roma, poi era stato messo agli arresti domiciliari e da qualche settimana era tornato libero. Il giudice ha disposto la sospensione condizionale della pena: Bondì non dovrà quindi scontare i quattro mesi di carcere.

Il 25 aprile Bondì aveva raggiunto la manifestazione nella zona del parco Schuster, nel quartiere Ostiense, su uno scooter Honda SH bianco. Si era fermato in via delle Sette Chiese, aveva puntato una pistola contro i manifestanti e poi aveva sparato a pochi metri di distanza: erano state colpite due persone, un uomo e una donna che avevano al collo un fazzoletto dell’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia (ANPI). I due erano stati feriti in modo lieve ed erano stati medicati sul posto. A terra erano stati trovati alcuni pallini bianchi, proiettili di una pistola ad aria compressa.

Le indagini hanno ricostruito che dopo aver sparato Bondì era andato a lavorare, completando i giri di consegne per la società Glovo, e poi era tornato a casa. Anche per questo la giudice per le indagini preliminari Paola Della Monica aveva insistito sul fatto che le azioni di Bondì fossero programmate e non estemporanee, e che quindi lui fosse una persona pericolosa.

Gli investigatori erano risaliti a Bondì grazie ai video di alcune telecamere di sorveglianza della zona. Lo avevano arrestato il 29 aprile, accusandolo di tentato omicidio e porto d’armi illegale. Lui non aveva spiegato perché aveva sparato, si era limitato a dire che non lo aveva fatto per ragioni politiche o ideologiche e che non intendeva uccidere nessuno.

All’inizio alla polizia Bondì aveva detto di far parte della Brigata ebraica, l’associazione che si richiama al corpo militare che partecipò sia alla liberazione italiana che alla costruzione di quello che sarebbe diventato lo stato di Israele. L’associazione aveva però smentito che Bondì fosse un loro iscritto. In seguito Bondì aveva cambiato la sua versione e detto di non avere legami con la Brigata ebraica. Era poi stato accertato che facesse parte della comunità ebraica della sua zona.

A casa sua erano state trovate numerose armi, tutte detenute legalmente: quattro pistole, tre fucili, munizioni, caricatori e coltelli. Non è mai stata trovata invece la pistola ad aria compressa che aveva usato il 25 aprile: durante le udienze aveva detto di averla buttata ma di non ricordare dove.

Nei mesi scorsi Bondì si era scusato in una lettera con le due persone che aveva ferito e durante le udienze aveva definito quello che aveva fatto “un gesto vergognoso”.

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