Prosegue il processo per i due imputati accusati di essere mandante e autore materiale dell’omicidio avvenuto a Latina nel 2010
È proseguito oggi, 6 novembre, con l’escussione di altri testimoni dei pubblici ministeri Martina Taglione e Giuseppe Miliano – titolari dell’indagine condotta dalla Squadra Mobile di Latina – nel processo che vede al centro l’omicidio di Paolo Celani, il cui ferimento è avvenuto a Latina l’11 gennaio 2010 in viale Petrarca 81, a Latina e la morte è sopraggiunta sei mesi dopo, a giugno 2010. Un ferimento e un omicidio avvenuti in un particolare periodo a Latina, dove si consumava la guerra criminale tra i clan rom e la malavita non rom del capoluogo.

Il processo si tiene dinanzi alla Corte d’Assise, presieduta dal giudice Mario La Rosa, a latere la collega Eugenia Sinigallia e la giuria popolare. Sul banco degli imputati, accusati di essere stata la mandante, la 52enne pluri-pregiudicata Giulia De Rosa detta “Cipolla e colui che è ritenuto l’esecutore materiale, il 60enne, anche lui pluri-pregiudicato Marco Ranieri, arrestati nella primavera 2025 per il delitto di Celani avvenuto 16 anni fa. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Oreste Palmieri, Marco Nardecchia, Giancarlo Vitelli e Alessia Righi. Entrambi, Ranieri e De Rosa, sono detenuti. Dopo l’arresto, sia Ranieri che De Rosa si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia che si è svolto davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli.
Dopo l’escussione del pentito Andrea Pradissitto, oggi ha testimoniato il collaboratore di giustizia Agostino Riccardo escusso dai pubblici ministeri Martina Taglione e Giuseppe Miliano.
Agostino Riccardo, ex affiliato ai clan Travali e Di Silvio, ha riferito degli affari di Giulia De Rosa: “Ha sempre venduto la droga insieme ai figli nella zona del cimitero di Latina. Lei è la moglie di Alessandro De Rosa detto lo Zingaro. La frequentavo, ero suo compare, frequentavo i palazzi bianchi tra Via Londra, Via Helsinky e Viale Kennedy”. Riccardo ha spiegato che Giulia De Rosa gestiva la piazza di spaccio delle case popolari in Via Londra e l’approvvigionamento della sostanza arrivava da Roma, tramite la famiglia della De Rosa di stanza nella Capitale. “In due occasioni, le portai un carico di droga a lei. Ero insieme a Renato Pugliese, nel 2016, e rubammo la droga al clan Gallace ad Anzio e poi anche a Tor Bella Monaca in una tornata nel 2016. Giulia De Rosa mi pagò la droga”. Ad ogni modo, secondo il collaboratore, la conoscenza era sempre stata stretta: “Io li ho cresciuti i figli di Giulia De Rosa. Si chiamano Christian e Cesare De Rosa e già da piccoli facevano rapine e vendevano droga, già sparavano: lo fecero contro l’auto di Federico Arcieri, il genero di Armando Di Silvio detto “Lallà”. Spararono contro anche un’auto di un uomo al Villaggio Trieste per un debito di droga. Christian era un bel catalitico perché non si drogava, invece Cesare si faceva di cocaina. La famiglia De Rosa aveva anche le armi alle case popolari in Viale Kennedy”.
Dopodiché, Riccardo approfondisce meglio altre dinamiche criminali, riferendo che Giulia De Rosa, in quegli anni, ossia almeno fino al 2016, gestiva le case popolari della zona cimitero. In pratica, secondo il pentito, le graduatorie non valevano, era De Rosa a decidere chi doveva occupare una casa dietro un pagamento. “Conosco tutta la famiglia Ranieri: Marco, la moglie, Mirco e Manuel. Loro. I coniugi Ranieri si rifornivano da Giulia De Rosa. Ho visto più volte la moglie di Marco Ranieri parlare con Giulia De Rosa per l’acquisto della droga e gli incontri avvenivano ai palazzi bianchi. Ho visto scambio di soldi, ma non di droga”. Secondo Riccardo, “Giulia De Rosa diede alla madre dei Ranieri una casa popolare in via Helsinky, era un appartamento degli alloggi popolari. Era lei che gestiva le assegnazioni popolari dietro pagamento”.

Non mancavano i contrasti in ambito criminale. “La famiglia Travali non si parlava con i De Rosa perché Shara Travali aveva avuto nel 2010 una storia con Cesare De Rosa e Giulia De Rosa aveva mai accettato questa cosa. Infattim la famiglia romana dei De Rosa venne a sparare nell’androne del condominio dove abitava Angelo Travali. Furono Giulia De Rosa e il marito a commissionare questa azione nel 2010”.
Il pentito ha parlato naturalmente che di Celani e dell’omicidio, vero oggetto del processo. “Paolo Celani è il padre biologico di Valentina Travali, in quanto la madre di Valentina ha avuto sette figli con sette uomini diversi. Celani era intimo della famiglia Ciarelli ed era specializzato nella vendita di hashish e cocaina, tanto che Paolo Celani e Ferdinando “Furt” Ciarelli estorsero insieme un imprenditore di Cisterna”. Per quanto riguarda gli spari di Via Petrarca, Riccardo spiega: “Io so che c’era un debito di droga da parte di Celani nei confronti di Cesare De Rosa, però non so chi ha sparato. Io sono tornato a fine 2010 a Latina e me lo hanno raccontato. Me lo disse Angelo Travali e mi riferì che spararono con una pistola 357. Angelo Travali mi disse che Marco Ranieri aveva sparato per vendetta, ma non so se ha sparato. So che c’era un debito di droga da 20-30mila euro”. Secondo Riccardo, gli spari contro Celani furono commissionati da Giulia De Rosa alla famiglia Ranieri: “I Ranieri avevano a disposizione tante armi. Secondo Angelo Travali, la mandante è stata Giulia De Rosa e a sparare è stato Marco Ranieri”.
Riccardo, però, spiega che Angelo Travali gli riferì che Ranieri fu sparato da Anzovino: “Invece, era stato Christian Solito a sparare a Ranieri. Io questo già lo sapevo”. Un circostanza smentita dalla verità giudiziaria in quanto Solito è stato assolto per tali fatti. Tuttavia, Riccardo è molto netto sul passato criminale e sull’attendibilità delle sue parole nel momento in cui lo interrogano gli avvocati difensori: “Abbiamo raso al suo una città, non difendiamo l’indifendibile”.
Il processo riprenderà il prossimo 15 dicembre con il contro-esame di Agostino Riccardo da parte dell’avvocato Palmierie e l’esame di Renato Pugliese, l’altro collaboratore di giustizia chiamato a riferire sui fatti.
IL CASO – La Polizia di Stato, il 24 marzo 2025, ha proceduto all’arresto dei due imputati: il pluripregiudicato Marco Ranieri e Giulia De Rosa, appartenente alla nota famiglia di etnia rom stanziale sul territorio di Latina e legata al clan Di Silvio. I due sono gravemente indiziati di essere rispettivamente esecutore (Ranieri) e mandante (De Rosa) dell’omicidio di Paolo Celani, avvenuto nel 2010 a Latina.
Il delitto è avvenuto l’11 gennaio 2010, verso le 4 di notte, quando, all’interno della sua abitazione di Viale Petrarca, il pregiudicato Paolo Celani è stato attinto con colpi d’arma da fuoco da persona ignota, rimanendo gravemente ferito e successivamente trasportato presso il locale ospedale civile. All’interno dell’appartamento il personale della Squadra Mobile, intervenuto nell’immediatezza dei fatti, aveva trovato 2 bossoli per pistola calibro 45.
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Il 25 giugno successivo, a causa delle complicazioni insorte conseguentemente all’attentato subito, Celani morì presso l’ospedale civile di Latina “Santa Maria Goretti” ed il suo omicidio rimase irrisolto.

Il cold case è stato riaperto a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto, ex affiliato al clan Ciarelli e genero del boss Ferdinando “Furt” Ciarelli, rese ai Pubblici Ministeri della DDA Luigia Spinelli e Giuseppe Gualtieri. Il fascicolo è stato poi trasferito per competenza alla Procura di Latina e assegnato ai sostituti procuratori Giuseppe Miliano e Martina Taglione.
Le capillari indagini condotte dalla Squadra Mobile tra maggio e agosto 2023 avevano consentito di appurare il movente del delitto, da determinarsi nella mancata restituzione di un orologio di pregio di cui l’odierna indagata, Giulia De Rosa, aveva chiesto la restituzione a Celani, in quanto il figlio della donna lo aveva consegnato a quest’ultimo a sua insaputa, per l’acquisto di un modico quantitativo di sostanza stupefacente.
Gli indizi assunti hanno portato a ritenere che la donna avesse incaricato dell’atto punitivo l’uomo destinatario della misura cautelare, Marco Ranieri.
I gravi indizi di colpevolezza acquisiti nel corso delle indagini hanno consentito ai Pubblici Ministeri di richiedere al giudice per le indagini preliminari Mara Mattioli una misura cautelare che è stata concessa ed eseguita in data odierna. Alla donna l’ordinanza è stata notificata presso il carcere dove si trova reclusa per altro procedimento (spaccio di sostanze stupefacenti), mentre l’uomo è stato rintracciato a Latina, attualmente ricoverato all’ospedale di Latina.
Marco Ranieri è padre dei fratelli Manuele e Mirko Ranieri, pluripregiudicati anche loro e in carcere per l’omicidio di Nicolas Giuroiu. “Cipolla” De Rosa, invece, recentemente condannata col rito abbreviato a 16 anni di reclusione per spaccio, è da sempre una spacciatrice conclamata nel capoluogo pontino. La sua roccaforte, insieme alla famiglia, è il quartiere popolare in zona Cimitero, a Latina.
Il nome di Celani era rimbombato in un’aula della Corte d’Assise del Tribunale di Latina ad aprile 2023 nel corso di un’udienza del processo sull’omicidio di Massimiliano Moro, avvenuto il 25 gennaio 2010. Paolo Celani fu ferito nella notte dell’11 gennaio 2010 e morì presso l’ospedale Santa Maria Goretti il 28 giugno 2010, a causa dell’attentato subito in Via Petrarca, a Latina, a due passi dal Tribunale. Celani sarebbe morto in seguito a una delle operazioni chirurgiche dovute a quell’attentato.
Già 15 anni fa fu indagato per l’episodio Marco Ranieri, trovato in possesso di un arsenale di armi riposto in una cantina riconducibile a un altro abitante del condominio. C’era di tutto, da fucili a canne mozze a pistole, oltreché a tante munizioni. Ranieri, peraltro, fu anche destinatario dopo gli spari a Celani, di diversi attentati: un’auto bruciata, una bomba rudimentale piazza vicino la sua abitazione e alcune scritte minacciose. Per quanto riguarda le armi, invece, è noto che anche i figli, Manuel e Mirko, condannati per l’omicidio Giuroiu, sono conosciuti negli ambienti criminali come in grado di avere reperibilità di armi. Questo è almeno ciò che emerge anche dal processo che si è svolto e che ha visto imputati, per concorso nell’omicidio Giuroiu, i fratelli Angelo e Salvatore Travali al cui clan i due fratelli, secondo la DDA, sarebbero stati legati. Alla fine, i due fratelli Travali sono stati assolti.

L’inchiesta sugli spari a Celani, ad ogni modo, fu archiviata dalla Procura di Latina in ragione di uno scarso quadro indiziario. All’epoca, Ranieri, che abitava vicino alla casa in cui è stato attinto Celani, fu anche arrestato, anche se venne rilasciato in assenza di piste solide da battere.
A gennaio 2010, ad ogni modo, Celani fu attinto da tre proiettili calibro 45 a notte fonda. La Polizia non identificò mai gli attentatori, né tantomeno i mandanti. Poi, a giugno 2010, già sofferente per alcuni problemi di salute, l’allora 46enne fu ricoverato nel nosocomio pontino fino al peggioramento delle sue condizioni e alla morte. Nel mezzo, a maggio 2010, Celani e Ferdinando Ciarelli detto “Furt” (appartenente all’omonimo clan) furono arrestati dalla Squadra Mobile di Latina per usura e estorsione.
Secondo le indagini dell’epoca condotte dalla Polizia di Stato, i colpi contro Celani furono esplosi mentre lui si trovava a casa. Celani fu svegliato nella notte da rumori provenienti dall’esterno e, dopo essersi affacciato dalla finestra della camera da letto, fu ferito da alcuni colpi d’arma da fuoco che lo raggiunsero all’addome e a un braccio. La notte degli spari, la Polizia ritrovò anche una Fiat Uno rubata, data alle fiamme e lasciata a Borgo Faiti: secondo le indagini dell’epoca, l’auto sarebbe stata utilizzata per compiere l’attentato a Celani in Via Petrarca.
L’omicidio, benché non sia mai stato risolto, è stato inserito nel contesto della cosiddetta guerra criminale pontina. Vicino al clan Ciarelli, Celani avrebbe pagato con la vita nell’ambito di quella che ormai tutti ricordano come la mattanza di Latina tra gruppi rom (Ciarelli e Di Silvio) e malavita latinense (Moro, Nardone, Maricca) contrapposti tra di loro. Tuttavia, c’è da fare un distinguo: l’attentato a Celani avviene 14 giorni prima di quello ai danni di Carmine Ciarelli detto Porchettone avvenuto la mattina del 25 gennaio davanti al bar Sicuranza del Pantanaccio (la roccaforte di Porchettone), da cui, come noto, scaturì la reazione dei clan rom e l’alleanza vendicatrice tra il clan Ciarelli e i due rami del clan Di Silvio (Campo Boario e Gionchetto).
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E proprio il contesto di quella guerra, per cui sono stati uccisi Fabio Buonamano detto Bistecca (condannati con sentenza passata in giudicato Costantino Di Silvio detto “Patatone” e Giuseppe Di Silvio detto “Romolo”) e Massimiliano Moro, oltreché al consumarsi di diverse gambizzazioni, ferimenti e dell’usura violenta di personaggi messi sotto strozzo, è stato ripercorso dal collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto.
Il 35enne di Latina, ex affiliato al clan Ciarelli poiché marito di Valentina Ciarelli, figlia del boss Ferdinando Ciarelli detto “Furt”, ha parlato di Paolo Celani. Il collaboratore di giustizia ha spiegato che, dopo il matrimonio, preceduto da fuitina con l’attuale moglie, fu accettato dal clan Ciarelli, in particolare, ovviamente, dal suocero “Furt”, descritto da Pradissitto stesso come il vero leader del sodalizio rom del Pantanaccio. “Di lì a breve – ha detto in Aula Pradissitto, interrogato dal Pm della Procura/Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Luigia Spinelli – decisi di far parte del suo mondo e mi fece incontrare con Paolo Celani, padre di Valentina Travali, che era persona vicino a Furt e spacciava con la sua protezione. Cominciai l’attività con Celani nello spaccio, mio suocero mi diede la casa a Santa Maria Goretti, poi il giro di spaccio si è allargato e vendevo all’ingrosso”.
Un passaggio che conferma di come Celani fosse un uomo fidato del clan Ciarelli. In quei mesi caldi del 2010, quando si sparò e si uccise, il clan del Pantanaccio aveva subito, quindi, non solo l’attentato contro Carmine Ciarelli, ma anche il ferimento di un affiliato di peso come il medesimo Celani.
Senza contare che Paolo Celani aveva avuto da Maria Grazia Di Silvio, la figlia Valentina Travali. È in uno dei verbali resi alla DDA di Roma che Pradissitto aveva parlato di Celani, padre biologico di Valentina Travali, anche lei nota a cronache e forze dell’ordine e tuttora sotto processo per mafia nel procedimento denominato “Reset”. Il 13 ottobre 2021, nel periodo dei sei mesi previsti dalla legge nel quale Pradissitto ha parlato agli inquirenti dopo la scelta di collaborare con lo Stato, il 33enne spiega che “quando sono uscito in semilibertà o per permessi io e Valentina ci sentivamo sempre su Facebook o Messenger. Io mi informavo su come stessero i fratelli, ma non parlavamo di attività criminali. Poi lei è la vera figlia di Paolo Celani e lei sa che io volevo vendicare la morte del padre anche se poi non è stato possibile, quindi i rapporti tra noi sono sempre stati buoni”.
L’inchiesta sul delitto Celani ha preso le mosse da ulteriori dichiarazioni di Pradissitto che gli investigatori hanno riscontrato, ascoltando persone che possono sapere i fatti dell’epoca. Interrogatori e la valorizzazione di intercettazioni hanno portato agli arresti di “Cipolla” e Ranieri.
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