Tiberio, pubblicate le motivazioni che hanno portato alla condanna per corruzione il sindaco sospeso di Sperlonga, Armando Cusani
332 pagine di sentenza che certifica, almeno per il primo grado di giudizio, il cosiddetto sistema corruttivo di Sperlonga e altri enti pontini. Si tratta delle motivazioni con cui il secondo collegio del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Elena Nadile, a latere le colleghe Francesca Zani e Clara Trapuzzano Molinaro, lo scorso 17 marzo, dopo una camera di consiglio fiume di oltre nove ore, ha pronunciato la sentenza a carico degli imputati alla sbarra per corruzione nel processo “Tiberio”. Di seguito le condanne: l’allora sindaco Armando Cusani, subito dopo sospeso per 18 mesi dal Prefetto di Latina per via della Legge Severino, 6 anni di reclusione; Isidoro Masi 7 anni; Nicola Volpe 8 anni e Antonio Avellino 6 anni. Condannati all’interdizione durante la pena e incapaci in perpetuo a contrattare con la pubblica amministrazione, oltreché al risarcimento delle parti civili. Prescritti Massimo Pacini e Antonio Fabrizio.
L’ex presidente della Provincia di Latina, Armando cusani era presente in aula alla lettura del dispositivo di condanna.
È durato nove anni il processo scaturito dall’indagine Tiberio. A maggio 2017 c’è stata la prima udienza per il procedimento penale che ha trattato diverse ipotesi di corruzione e turbativa d’asta tra Sperlonga, la Provincia di Latina e altri comuni pontini. Il collegio difensivo è stato composto dagli avvocati Angelo Palmieri, Luigi Panella, Vincenzo Macari, Gianni Lauretti Gaetano Marino, Gianmarco Conca e Roberto Fusco. Parte civile il cittadino confinante con l’hotel abusivo Tiberio, Carmine Tursi, assistito dall’avvocato Francesco Di Ciollo, da cui sono partite le prime denunce che hanno dato il via alle indagini. A costituirsi parti civili anche, l’associazione Caponnetto e i Comuni di Sperlonga, Prossedi e Priverno, oltreché ad ex consiglieri comunali e consiglieri comunali in carica: Alfredo Rossi, Marco Toscano, Alessandro Zorzi e Carla Di Girolamo.
Titolare dell’indagine Tiberio e autore della requisitoria che ha chiesto le condanne di Cusani e degli altri imputati è stato il pubblico Valerio De Luca, ora in servizio alla Procura di Roma dopo anni a Latina. Richiesta di condanne che, all’esito della camera di consiglio, sono state confermate. Nelle more della sentenza di marzo, era arrivata, al contempo, la nuova ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, che ha messo in luce le nuove indagini sul Comune di Sperlonga e che coinvolgono Armando Cusani, graziato dalla misura cautelare sebbene il Gip abbia scritto che non era commisurata la mera misura dell’obbligo di firma: in sostanza, sarebbe stata necessaria una richiesta più restrittiva per le nuove ipotesi di corruzione.
Nell’ultima indagine, peraltro, sono emerse le ingerenze che sarebbero state messe in atto da Cusani e da un collaboratore rispetto ad alcuni testimoni del processo Tiberio.
Come noto, il processo ruota attorno alla vicenda dell’Hotel Grotta di Tiberio e di alcuni appalti, tra cui quello più importante riferibile, per l’appunto, al complesso archeologico di Villa Prato a Sperlonga per un importo di 700mila euro. A sedere sul banco degli imputati, oltreché al sindaco di Sperlonga Armando Cusani (ex DC e Forza Italia, al momento esponente della Lega), l’architetto Isidoro Masi, all’epoca dei fatti contestati in comando dalla Provincia presso il Comune di Sperlonga come Responsabile dell’Ufficio Tecnico, l’ex dirigente comunale Massimo Pacini e gli imprenditori Andrea Fabrizio, Antonio Avellino e Nicola Volpe. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Macari, Conca, Panella, Palmieri, Fusco, Lauretti, Pucci e Marino.
L’attuale dirigente del settore Ambiente del Comune di Latina, Gian Pietro De Biaggio, aveva già patteggiato a 1 anno e 3 mesi nel procedimento “Tiberio”, coinvolto come responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Prossedi.
Tutti sono accusati, a vario titolo, di aver messo in piedi un sistema illecito volto a favorire l’attività imprenditoriale del primo cittadino e a pilotare gare d’appalto a discapito della collettività. Turbativa d’asta e corruzione, i reati più gravi contestati dall’indagine che è stata portata avanti dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Sperlonga. Uno degli imputati è deceduto: si trattava dell’imprenditore di Nettuno che fu condannato in abbreviato.
Una inchiesta che si era allargata successivamente a un sistema di appalti considerati truccati tra cui il suddetto complesso archeologico di Villa Prato, da 700mila euro; la ristrutturazione del Comune di Prossedi, da 230mila; l’affidamento del servizio di pulizia delle strade extraurbane di Priverno, da 40mila; il restauro della scuola “Santoro” di Priverno, appalto da 35mila euro. Sia Masi che Pacini, secondo l’accusa, avrebbero garantito gli interessi di Cusani per l’hotel.
La sentenza compendiale ripercorre tutte le accuse mosse a carico degli imputati, capo d’imputazione per capo d’imputazione, riportando e dando largo spazio alle intercettazioni elette a prova delle condotte d malcostume e alle testimonianze rese in sede di istruttoria per un processo durato otto anni.
Nel capo di imputazione che condanna Cusani per la corruzione, i giudici rivelano che “giova, quindi, mettere in evidenza che il contenuto delle captazioni (e del resto anche le circostanze già sopra esposte in ordine allo svolgimento dei fatti principali, emergenti per via documentale), dal contenuto talmente chiaro ed incontrovertibile da consentire già da sole una nitida ricostruzione degli accadimenti, smentisce in modo piuttosto netto la versione dei fatti fornita dall’imputato Cusani in sede di esame, nella parte in cui quest’ultimo ha negato di aver “imposto” al Faiola la nomina a responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Sperlonga, proprio del Masi”.
A conclusione della sentenza “monstre”, il Tribunale osserva che “non è emerso alcun elemento concreto che possa condurre al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, anche in considerazione del fatto che Cusani, Masi, Volpe e Avellino non hanno posto in essere alcuna condotta sintomatica di una presa di coscienza del disvalore delle loro azioni, che appaiono di rilevante gravità”.
