PETCOKE AL PORTO DI GAETA TRA PROPAGANDA E ACCONDISCENDENZA DEI SINDACATI, LA DENUNCIA DI VILLA

“Ci risiamo. Tutte le volte che la famiglia Di Sarno con la Intergroup sono in seria difficoltà sulla questione irrisolta dello scarico e carico al porto commerciale di Gaeta di petcoke, intervengono i loro operai”, inizia così la denuncia della consigliera comunale di Formia, Paola Villa (Un’Altra Città).

“Era già successo nel 2015. Quando al termine di una riunione convocata presso il Comune di Sessa Aurunca, nel cui territorio ricade quell’abominio ambientale costituito dal deposito di petcoke, quello rimasto fino al 18 dicembre 2015 con un’autorizzazione non conforme alla norma ( praticamente stoccava petcoke ed era autorizzato per stoccare cibi e bevande), la sottoscritta all’uscita fu lasciata sola e costretta a sfilare tra due ali di lavoratori “presunti o tali” di intergoup e vigliaccamente ricoperta d’insulti, intimidazioni e minacce.

Ciò che stavolta più mi lascia sconcertata e preoccupata è il coinvolgimento dei sindacati. Nelle persone del Segretario Generale prov.le Filt Cgil Davide Guidi e della coordinatrice dell’area contrattuale porti Fit-Cisl Anita Fantozzi. Quest’ultima mi risulta anche essere responsabile dell’ufficio lavoro portuale presso la Sede dell’Autorità di Sistema Portuale di Gaeta.

Nella società civile come è naturale che sia, le posizioni sindacali normalmente sono sempre differenziate, più o meno nettamente, da quelle datoriali, in questo caso invece esse sono allineate esattamente sulle stesse posizioni dell’azienda. Al punto che la nota scaturita dalla assemblea dei lavoratori portuali (probabilmente tutti appartenenti quasi esclusivamente alla Intergroup) è quasi sovrapponibile ad un comunicato stampa, dai toni propagandistici e rassicuranti della stessa azienda Di Sarno, reso pubblico appena qualche settimana fa.

Contrariamente a quanto giustamente successo nel caso Ilva a Taranto, qui i sindacati intervenuti anziché preoccuparsi dell’interesse primario della salute dei lavoratori e della cittadinanza, sottoscrivono una nota con cui oltre ad elencare la solita, ed oramai evidentemente insufficiente, serie di misure intraprese circa quindici anni fa per cercare di mitigare la dispersione delle polveri del porto in atmosfera, si intende apertamente delegittimare l’operato della sottoscritta e di tutti quelli che denunciano lo stato delle cose nel porto commerciale di Gaeta. Arrivando a parlare, in maniera grave ed irresponsabile per un Sindacato dei lavoratori, di: “Notizie fuorvianti o prive di fondamento diffuse tramite blog. Spesso corredate da immagini non attinenti, datate o generate artificialmente. Una campagna di disinformazione che ha alimentato un ingiustificato allarme nell’opinione pubblica, distorcendo la realtà de fatti”.

Che il petcoke sia un sottoprodotto della raffinazione del petrolio nocivo alla salute non lo dico io, ma già da anni lo affermano innumerevoli rapporti medici e scientifici internazionali.

Tutte le immagini, foto e video pubblicati sono reali e prodotte negli ultimi due anni, tanto è vero che non è pervenuta alcuna denuncia e soprattutto sono state tutte fornite all’autorità giudiziaria, pronta in qualsiasi momento a dimostrarne la veridicità.

A tal proposito oggi voglio mostrarvene un’altra di queste foto che da sola basta a distruggere la loro spudorata propaganda che parla di: controlli costanti, standard operativi d’eccellenza e tecnologie di sicurezza.

Siamo nel mese di febbraio 2026 al centro di una delle banchine del porto di Gaeta, durante lo sbarco di petcoke dalla nave New Acacia. L’area nera che vedete sulla destra, dove spicca la tramoggia e la gru della Intergroup, è l’area di cantiere delimitata dai paracarri gialli e neri dove sono avvenute le operazioni di scarico del petcoke e quello che vedete è un tappeto nero, tutta polvere di petcoke disperso nell’ambiente. In quel gruppetto di persone sulla sinistra, appena al di fuori dell’area dovrebbero esserci rappresentanti dell’Autorità di Sistema portuale e qualcun altro deputato ai controlli o alle maestranze sindacali. Sembrano guardare tutti altrove però, girati dall’altra parte perché nessuno con un briciolo di onestà intellettuale, con un briciolo di dignità del proprio ruolo, fa notare a chi fa milioni di euro scaricando petcoke, che il prodotto va scaricato a circuito chiuso o all’interno di big bags e in completa sicurezza per chi è in porto, per chi ci lavora, per chi sta su strada e per chi ci vive. Quel giorno nessuna multa, nessun verbale è stato fatto.

Avverto quel gruppetto lì sulla sinistra: “attenzione la polvere di petcoke è cancerogena, comporta serie patologie respiratorie. Attenzione. Evitate di stare in porto quando sono in atto operazioni di scarico e imbarco del petcoke. Frequentate le banchine solo quando sono linde e pinte per le puntate-marchetta che vanno in onda sulla Rai”.

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