Sorpreso dai Carabinieri a Sezze con una pistola calibro 22: concluso il rito abbreviato con una condanna per un uomo già noto alle cronache
Marius Octavian Nedelcu, 44 anni, rumeno e residente a Sezze, non è nuovo alle cronache giudiziarie. Pregiudicato, è stato recentemente rinviato a giudizio per la famigerata rivolta in carcere a Latina, che ha visto come capi banda il “bombarolo” Mattia Spinelli e il violento Matteo Baldascini.
Fratello di Tiberiu Nedelcu, il fratello minore appartenente alla gang rumena autrice di diverse rapine tra Latina e provincia e responsabile dello sparo che per poco non lasciava a terra una ragazzina di venti anni a Sezze, il 44enne era stato arrestato nel 2024 con quasi un etto di marijuana.
Oggi, 7 maggio, invece, l’uomo, difeso dall’avvocato Adriana Anzeloni, doveva rispondere dinanzi al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, del reato di detenzione abusiva di arma.
Il 10 ottobre 2025, infatti, Nedelcu è stato controllato davanti alla sua casa a Sezze dai Carabinieri della locale Stazione ai quali aveva rivolto minacce piuttosto pesanti: “Guarda che ti sparo se mi dai incazzare”. Dopodiché, nel momento in cui tentava di chiudere il cancello di casa impedendo ai Carabinieri di controllarlo, dalle tasche dei pantaloni gli era caduta una pistola marco “Boxer” calibro 22, priva di matricola e con evidenti abrasioni sui fianchi e sotto il calcio così da non rendere leggibile il numero identificativo.
I Carabinieri lo avevano così tratto in arresto, ricevendo da Nedelcu anche diversi strattoni. Gli stessi militari dell’arma avevano trovato nella sua disponibilità ben cinque cartucce e una slitta per fucile: nello specifico, una slitta per fucile, una cartuccia calibro 12 a pallini, una cartuccia calibro 12,7, un’ogiva calibro 5.56, due bossoli rispettivamente calibro 12.7 e 5.56, tutto sottoposto a sequestro.
Al termine della camera di consiglio, il Gup Morselli ha condannato l’uomo alla pena di 3 anni e 8 mesi di reclusione, oltreché all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Una pena più lieve rispetto alla richiesta del pubblico ministero Antonio Priamo che aveva invocato una condanna a 4 ani e 8 mesi.
