Dopo l’esecuzione degli arresti, si era svolta la discussione al Riesame di Roma per Alessandro Agresti e la moglie
Lo scorso 6 febbraio, il Tribunale del Riesame di Roma aveva accolto il ricorso di Alessandro Agresti, scarcerandolo. Il ricorso era stato presentato da Alessandro Agresti e la moglie Mery Teresina De Paolis, difesi dagli avvocati Gaetano Marino, Massimo Frisetti, Marco Nardecchia e Luigi Angelucci. Anche alla moglie era stata revocata la misura dei domiciliari.
La difesa aveva rilevato l’assenza di gravi indizi di colpevolezza su entrambi i reati contestati, anche perché le misure contestavano gli stessi reati dell’ordinanza del 2021 derivante dall’operazione “Crazy Cars”: l’intestazione fittizia dei e l’autoriciclaggio, oltreché alla circostanza per cui il sequestro già eseguito, per un ammontare di circa 9 milioni di euro, sarebbe già sufficiente. Per Agresti, la difesa aveva chiesto la revoca della misura o la sostituzione del carcere con i domiciliari; per De Paolis, la revoca o una misura più gradata, dai domiciliari agli obblighi di firma. In serata era arrivata la pronuncia del Riesame che aveva accolto il ricorso della difesa, liberando da ogni misura l’imprenditore quarantenne di Latina e la moglie.
Ora, sono state depositate le motivazione del collegio del Riesame romano, composto dai giudici Maria Viscito, Annalisa Pacifici e Maria Teresa Moretti che hanno ritenuto fondata l’impugnazione, escludendo però la motivazione della difesa per i due procedimenti – quello per cui sono scattare le misure a fine gennaio e quello derivante dall’operazione “Crazy Cars” – siano fotocopie. Infatti, è vero che vi è il reato identico del trasferimento fraudolento di bene, ma in questo ultimo caso viene contestato anche l’autoriciclaggio. “È di tutta evidenza – scrive il Riesame – che il quadro indiziario, in esame, si fonda su risultanze investigative, ulteriori rispetto a quelle poste a base dell’altro procedimento indicato, rappresentate, in particolare, da intercettazioni telefoniche autorizzate nell’anno 2025 e da nuovi accertamenti”.
Ad ogni modo, Il Tribunale del Riesame non reputa sussistenti i gravi indizi di colpevolezza sia per l’intestazione fittizia di beni che per l’autoriciclaggio. Lo stesso Agresti, in sede di interrogatorio preventivo, ha ammesso di gestire in via esclusiva le società intestate a moglie, padre e all’operaio Cristian Di Nuzzo, spiegando di aver dismesso la carica di titolare “per questioni meramente fiscali perché purtroppo mi sono arrivati degli aggravi di Equitalia nel 2014 e il commercialista ci ha consigliato di ricollocare tutte le società a mio padre che non aveva queste pendenze”.
Il Riesame non condivide la tesi della Procura di Latina per cui Agresti avrebbe intestato le società per eludere le misure di prevenzione patrimoniali. Secondo i giudici capitolini, Agresti ha un solo precedente penale (riferibile ad una estorsione con tanto di ricatto “hard” ai danni due donne risarcite dall’imprenditore pontino), la cui pena è stata dichiarata estinta dal giudice per l’udienza preliminare di Latina, non avendo più commesso delitti della stessa specie.
Né risultano rilevanti i carichi pendenti di Agresti, ossia un procedimento penale di riciclaggio per un’alterazione del numero di telaio di un’auto, per cui è stato assolto. Non hanno rilievo neanche le frequentazioni con personaggi con pregiudicati perché risalenti nel tempo.
In sostanza, Agresti, secondo il Riesame, non avrebbe intestato le società perché timoroso di interventi della magistratura (come subire un sequestro): “Non risulta dimostrata la finalità elusiva contestata dal PM”.
L’INDAGINE – Lo scorso 23 gennaio, con l’ordinanza eseguita il 29 dello stesso mese, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Barbara Cortegiano, ha sciolto la riserva e disposto gli arresti in carcere per Alessandro Agresti. Il provvedimento è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina, guidati dal tenente colonnello Antonio De Lise. Disposti i domiciliari per la moglie 36enne Mery Teresina De Paolis e il 40enne Cristiano Di Nuzzo, obblighi di firma per il padre Maurizio Agresti. Esiste un “pericolo attuale e concreto di reiterazione dei reati…tenuto conto che Alessandro Agresti mantiene la disponibilità di ingenti risorse economiche e che l’intestazione fittizia delle società ha costituito e costituisce tutt’ora il modus operandi degli indagati, consentendo ancora ad oggi l’occultamento, di fatto, di beni sostanzialmente riconducibili ad Alessandro Agresti, con contestuale loro sottrazione a possibili misure reali in favore dello Stato”.
Non vale per il Gip che, dal momento che il patrimonio è stato sequestrato, gli indagati non possono reiterare il reato, in quanto “data la scaltrezza e pervicacia degli indagati, nonché, la loro accertata vicinanza a esponenti di spicco della criminalità organizzata, si ritiene che gli stessi siano perfettamente in grado di reperire ulteriori mezzi e beni per perseverare nell’attività delinquenziale”. C’è di più. Secondo il Gip, è possibile ipotizzare che “gli indagati abbiano negli anni utilizzato altri prestanome (le indagini sono ancora in corso) e possono disporre di beni o mezzi ad altri formalmente intestati”. Nin vi è invece, a differenza di quanto sostiene la Procura, il pericolo di inquinamento probatorio. La misura dei domiciliari scatta per la moglie di Agresti e Di Nuzzo perché sono prestanome consapevoli, mentre il padre Maurizio Agresti “appare concorrente esclusivamente del reato di intestazione fittizia” e ha un “apporto marginale”.
Dopo la richiesta di arresto da parte del pubblico ministero Giuseppe Miliano, gli indagati, nella giornata di venerdì 16 gennaio, si erano avvalsi della facoltà di non rispondere nell’ambito dell’interrogatorio preventivo, svoltosi davanti al gip Barbara Cortegiano. Alessandro Agresti, considerato il dominus dell’imperio milionario, secondo gli inquirenti, ha costruito la sua fortuna con l’intestazione fittizia dei beni ai famigliari e all’operaio Cristian Di Nuzzo e l’autoriciclaggio.
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