In questi giorni, al porto commerciale di Gaeta è arrivato dagli Stati Uniti un nuovo carico di petcoke, circa 20.000 tonnellate. Nel 2025 il porto ha movimentato 1.786.317 tonnellate complessive; nelle rinfuse solide la voce “carbone” arriva a 190.784 tonnellate. Siamo di fronte a quantità da grande infrastruttura. Solo che qui non c’è un grande sistema intorno: c’è un comprensorio già fragile, con strade insufficienti.
“Ed è qui che l’Autorità di Sistema Portuale ha una responsabilità politica enorme. Non è accettabile che un’infrastruttura di questa scala continui ad aumentare carichi e tipologie di merci senza un coordinamento stabile con le Amministrazioni del comprensorio e senza un piano di sostenibilità territoriale: in questi anni nessun investimento strutturale sulla viabilità, nessuna regia sui flussi, nessuna trasparenza sulle procedure e sui controlli. Si macinano merci e traffici e il tema della sostenibilità complessiva del Golfo resta fuori dall’agenda, come se riguardasse qualcun altro. A fronte di questi numeri imponenti, le amministrazioni di centrodestra del Sud Pontino non hanno ancora fatto sentire la propria voce.
Nel frattempo, nello scalo di Gaeta passano da anni rinfuse e materiali “sporchi” che richiederebbero cautele: fertilizzanti, ecoballe di rifiuti, rinfuse delicate e ora un petcoke che torna ciclicamente a occupare banchine e piazzali. Su quest’ultimo il nodo è sempre lo stesso: come viene gestito davvero dentro il porto, perché se la filiera non è tenuta “chiusa” lungo tutte le fasi – scarico, trasferimenti, piazzali, acque – i dubbi diventano fatti. E a rendere tutto più concreto c’è un episodio inaccettabile: il video della nave Ocean Jubilee, in cui durante un acquazzone si vedono colature scure lungo lo scafo e un dilavamento che finisce in mare. Episodi come questo non possono essere liquidati come incidenti isolati: sono il sintomo di una filiera che necessita di regole stringenti e controlli rigorosi, oggi assenti o non pervenuti.
Una volta sbarcato, il materiale viene poi trasportato su gomma attraversando anche Formia e Minturno verso il deposito Intergroup a Sessa Aurunca: questo significa che il porto scarica sul comprensorio un impatto reale e quotidiano, saturando strade già fragili nell’assoluto silenzio di chi dovrebbe tutelare la salute pubblica. A questo punto la domanda è inevitabile: chi ha scelto che il Golfo diventasse la retrovia di questi traffici, senza regole condivise, senza investimenti, senza una responsabilità politica visibile?
Come Circoli del Sud Pontino chiediamo alle amministrazioni del territorio di assumersi una responsabilità comune e di aprire subito un’interlocuzione formale con l’Autorità di Sistema Portuale: servono atti, dati, verifiche e regole chiare, perché i traffici del porto devono essere organizzati in modo compatibile con strade e città del comprensorio. Noi continueremo a portare la questione in tutte le sedi opportune, affinché le amministrazioni impongano all’Autorità portuale di programmare e gestire le proprie attività tenendo conto della salute e della vivibilità del comprensorio”.
Così, in una nota, i Segretari dei Circoli PD del Sud Pontino.
