PENNACCHI CI RICASCA: RENATO PUGLIESE E IL CLAN CIARELLI VITTIME DI RAZZISMO

Dopo aver letto del confronto tra il direttore di Latina Oggi, Alessandro Panigutti, e lo scrittore di Canale Mussolini, Antonio Pennacchi, suggeriamo di apporre in effige sui cartelli di “Benvenuto”, magari al posto del gemellaggio con Palos de la Frontera, un messaggio: “Latina, città del sottosopra”. Dove il bianco è nero, il nero è bianco, e Renato Pugliese, i Ciarelli e l’immancabile Maietta vittime sacrificali di razzismo e ipocrisia.
L’occasione di pensieri così alti ci è stata concessa grazie alle pagine del primo numero di “Qui”, il nuovo “magazine delle Quiprovince di Frosinone e Latina”, con tanto di copertina adattabile all’abitacolo di un camion.

Ci scuseranno i protagonisti del simposio, Alessandro Panigutti e Antonio Pennacchi, ma noi non ci arriviamo proprio, e ci scusiamo con i due con la testa sotto i loro piediE possono pure muoversi.

Nell’intervista rilasciata a Panigutti, il Premio Strega ricorda i bei tempi di Pasquale Maietta e del Latina in serie B (no, non è una nuova canzone di Calcutta), incappati per colpa del destino cinico e baro in arresti e fallimenti, con assoluzione di Pasquale il Presidente in quanto “a me pare”, dice Pennacchi, “che tante delle cose che leggo e che vengono imputate a Maietta possono essere attribuite a qualsiasi commercialista italiano. Non facessero le verginelle”.

A Panigutti, che non è da meno, in pura trans agonistica, come in un’epifania joyciana, sovviene un aneddoto e lo rammenta allo scrittore. “Ricordo di averti presentato Renato Pugliese, il figlio di Cha Cha, sotto la redazione del giornale, perché eri curioso di conoscerlo, di capire, di toccare con mano la personalità e la mentalità del figlio di una famiglia nomade. E mi pare che ti avesse fatto anche una bella impressione, lo stesso ragazzo che adesso è collaboratore di giustizia…”. Pennacchi, rincuorato dopo le pernacchie subite quando definì a novembre 2017 Maietta e Cha Cha vittime di razzismo, risponde: “Mi intriga capire invece di etichettare facile”, e non se la prendano quei commercialisti che, poco prima, si saranno incazzati ad essere etichettati “facile” dallo scrittore come riciclatori, maghi Silvan di fatturazioni false e amici di narcotrafficanti a cui destinare ruoli di manager occulti in società sportive. Come direbbe Totò: pinzillacchere!

A parte quella razza ipocrita e birbante dei commercialisti, il Premio Strega si fa serio e racconta del suo senso di giustizia alla Spiderman: “Quando ero ragazzino, a Piazza Dante o all’oratorio dei Salesiani, qualche volta mi scappava di parlare o di scrivere in veneto, e i miei compagni mi prendevano per il culo e mi davano del colono. Non è che questa cosa mi riempisse di piacere, anzi, mi faceva stare male. Ecco perché le situazioni come quella mi infastidiscono, ecco perché mi viene istintivo schierarmi con i più deboli”. Non pago, e stimolato dal giornalista che gli presenta quel ragazzo di Pugliese, debole tra i deboli (con un curriculum criminale lungo quanto un editoriale di Eugenio Scalfari ai tempi d’oro, ma che vuoi farci? So’ ragazzi!), il Premio Strega, per rafforzare la nostra idea che guardare Latina nei cinegiornali significhi renderla con il grammofono e la macchina da scrivere, scodella un altro piatto da Masterchef: “…è razzismo quando leggo su un giornale che non è il tuo “la famigerata famiglia Ciarelli”. Qualcuno di loro sarà pure criminale e sta in galera, ma tutti gli altri Ciarelli che c’entrano, e mi pare siano circa 135 persone, compresi quelli appena nati. Famigerati anche loro? Questo è razzismo”.

La casa confiscata dei Ciarelli/Di Silvio in Via dei Sabini
La casa dei Ciarelli/Di Silvio in Via dei Sabini è stata confiscata in seguito al processo Caronte. Per oltre 4 anni dal provvedimento è rimasta nella disponibilità di Rosaria Di Silvio, moglie di Ferdinando Furt Ciarelli (condannato in Caronte). È stata necessaria l’ennesima bravata dei figli per mettere in pratica il provvedimento della magistratura.

Lasciando da parte la filologia anagrafica dedicata alla famiglia Ciarelli, lo scrittore ignora o non vuol sapere che uno può chiamarsi anche Rossi, Brambilla o, per rimanere alle sue care assonanze veneto-pontine, Zuin, ma se ti interessi di narcotraffico, usura, estorsioni, armi, risse e regolamenti di conti con spedizioni punitive sei un criminale, e se lo fai organizzato, assoggettando un territorio, sei pure un clan. Ecco, i Ciarelli sono un clan, e nonostante ci siano anche persone con quel cognome che non hanno nulla a che vedere con questo tipo di dinamiche, parlare di razzismo per loro è uno sproposito quanto trasformare lo stadio in verde pubblico, o credere che la Lega di Latina sia composta da novizi della politica, invece che da alcuni naviganti a corrente alternata del miglior brand elettorale.

Scopriamo, ad ogni modo, leggendo il duo Panigutti/Pennacchi, che ciò che connotava Pugliese non era il fatto di essere il figlio di un narcotrafficante, amico in affari di appartenenti a clan del sud pontino, e a sua volta un mercante di soldi facili tra cocaina ed estorsioni, bensì l’emarginazione di appartenere a una famiglia nomade. Una sorta di zingarello alle prese con i morsi del freddo e in attesa della questua ogni domenica. Ma il direttore Panigutti, per fare “toccare con mano la personalità e la mentalità del figlio di una famiglia nomade” a Pennacchi, non poteva presentargli un nomade di Al Karama a Borgo Bainsizza invece di prendere un criminale figlio di criminale?
Chissà cosa avrà colpito il Premio Strega di quel ragazzo? A scelta: quando Pugliese rubava le partite di droga agli uomini di Peppe “O’ Marocchino” D’Alterio? O quando partecipava a qualche estorsione organizzata da lui e i Di Silvio?
Forse, diventare collaboratore di giustizia, sperando che lo sia fino in fondo, non sarà dovuto al fatto che non aveva altra scelta come il suo ex sodale Agostino Riccardo? Noi ce lo auguriamo, proprio perché crediamo alla serietà e non agli happy end di un Hollywood crepuscolare.

Tuttavia, Pennacchi, istintivamente come dice lui, sta con i deboli e, quindi, perbacco, Pugliese va difeso proprio come Pasquale il Presidente. E il clan Ciarelli? Ma chi sono questi cattivoni che li etichettano come famigerati? Forse si dovrà dare qualche sculacciata anche ai magistrati che hanno scritto le sentenze del processo Caronte in cui i Ciarelli/Di Silvio mettevano a ferro e fuoco la città di Latina, oppure dare uno scapaccione di riprovazione a quei razzisti della Guardia di Finanza di Livorno che si sono permessi di sequestrare oltre 80 kg di cocaina a quel piccolo fiammiferaio di Luigi Ciarelli.

Ciò che fa somigliare Pennacchi a un personaggio col monocolo di fine Ottocento è la divisione per classe sociale, per parametri razziali, omettendo che Latina e provincia hanno in loro il seme della criminalità e, ancor peggio, la sua infiltrazione nei ceti abbienti e, per di più, nelle élite politiche. Presupporre che Pugliese o i Ciarelli abbiano scontato l’emarginazione in quanto nomadi non solo è sbagliato ma è fuorviante. Nessuno ha mai pensato a loro come nomadi, piuttosto come criminali. E italianissimi per giunta. Non capendo, per di più, che gli unici ad aver emarginato Pugliese non sono stati i cittadini di Latina che taglieggiava insieme ai suoi clan (prima quello del padre, poi quello di Lallà Di Silvio), ma i suoi stessi sodali del crimine che mai lo hanno visto di buon occhio non avendo lui nel dna sangue sinti puro. Perché va così nel mondo degli italianissimi clan di origine sinti/rom. E il resto, per utilizzare le parole del Premio Strega, sono etichette. E pure molto facili.

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