PALAZZO MALVASO: 90 GIORNI PER DEMOLIRLO. ARRIVA L’ORDINANZA DEL COMUNE

Palazzo "Malvaso" a Borgo Piave
Palazzo "Malvaso" a Borgo Piave

Palazzo Malvaso, dopo l’annullamento del permesso a costruire del 2013 arriva l’ordinanza di demolizione da parte del Comune

È un atto previsto, considerato l’annullamento del permesso a costruire dello scorso 20 luglio, ma ora è ufficiale: il cosiddetto palazzo Malvaso alle porte della città nord, a Borgo Piave, va abbattuto. Il Dipartimento Edilizia del Comune di Latina, con una ordinanza firmata dal dirigente Patrizia Marchetto, ha disposto la demolizione di tutte le opere edilizie che si estendo su 992 metri quadrati.

Vincenzo Malvaso
Vincenzo Malvaso

L’atto ricorda non solo il primo dei sequestri preventivi del 2015, ma anche che “l’illegittimità accertata in sede giurisdizionale amministrativa del piano attuativo di Borgo Piave, ad oggi definitiva, ha comportato la conseguente reviviscenza del PPE antecedente e pertanto le mutate condizioni urbanistiche impresse sull’area di sedime devono essere riportate nell’alveo della disciplina previgente e, in ogni caso, nel rispetto di un quadro di legalità sostanziale”.

A seguito dell’annullamento del piano particolareggiato esecutivo di Borgo Piave (ribadito da una sentenza del Consiglio di Stato nel 2019), l’edificio Malvaso risulta essere stato privato di legittimità urbanistico edilizia poiché in contrasto con le previsioni del vigente P.P.E. le quali avevano impresso all’area dove ricade l’immobile una destinazione parte edificabile, parte a Verde Pubblico Attrezzato, parte ad Attrezzature Stradali e Verde e parte a Viabilità.

Leggi anche:
PALAZZO MALVASO, COMUNE DI LATINA ANNULLA PERMESSO A COSTRUIRE

L’ordinanza del Dipartimento Edilizia ricostruire il tortuoso iter giudiziario, sia penale che amministrativo, affrontato dall’immobile edificato dalla Piave Costruzioni srl riconducibile all’ex consigliere comunale di Forza Italia, Vincenzo Malvaso, già vice presidente della commissione urbanistica nella consiliatura dell’amministrazione Di Giorgi (2011-2014).

Come noto, una sentenza del TAR Lazio, depositata il 17 luglio 2023, ha accolto il ricorso proposto dalla Paive Costruzioni srl, annullando la precedente ordinanza di demolizione, figlia del primo sequestro preventivo revocato nel 2018, precisando che l’annullamento del piano attuativo non determina automaticamente la caducazione del permesso di costruire, essendo necessario un autonomo procedimento di annullamento d’ufficio.

Dopodiché, il 4 febbraio 2025, è intervenuta la sentenza penale emessa dalla Corte di Appello di Roma che ha definitivamente accertato fatti penalmente rilevanti concernenti la formazione del titolo edilizio, rafforzando i presupposti di fatto e di diritto posti a fondamento dell’esercizio del potere di autotutela
successivamente esercitato dall’Amministrazione.

È arrivato così l’ordine di demolizione emesso in data 18 marzo 2026 da parte dell’Ufficio Esecuzioni Penali della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Roma. Dagli accertamenti compiuti in sede penale è emersa la falsità della documentazione posta a fondamento del rilascio del titolo edilizio, circostanza definitivamente accertata con sentenza passata in giudicato, nella quale è stato evidenziato che la domanda di permesso di costruire risultava fondata su documentazione infedele. Tale accertamento integra l’ipotesi di falsa rappresentazione dei fatti e comporta l’insussistenza di un affidamento giuridicamente tutelabile in capo al beneficiario del titolo.

Senza contare che il Consiglio di Stato, con sentenza del 2019, ha inoltre escluso la configurabilità di un
affidamento incolpevole della società titolare del permesso di costruire, evidenziando: l’avvio del procedimento penale ed il sequestro del titolo edilizio già in epoca prossima al rilascio del permesso; la qualità di operatore professionale del settore edilizio; la manifesta rilevanza delle violazioni urbanistiche; l’avvio del procedimento penale ed il sequestro del titolo edilizio già in epoca prossima al rilascio del permesso.

Infine, essendo venuto meno il titolo edilizio a seguito dell’annullamento disposto con Determinazione
Dirigenziale lo scorso 20 luglio, le opere devono qualificarsi prive di valido titolo abilitativo.

Il Comune ordina così alla Piave Costruzioni srl di provvedere con decorrenza immediata e non oltre novanta giorni dalla data di notifica dell’ordinanza disposta il 28 luglio, alla demolizione a proprie cure e spese delle opere edilizie abusivamente realizzate e alla rimessa in pristino dello stato dei luoghi.

Trascorso infruttuosamente il termine, senza che sia stata eseguita la demolizione, a seguito di accertamento di non ottemperanza, verrà applicata una sanzione pecuniaria, pari ad 20mila euro.

La società ha realizzato il palazzo di Borgo Piave su 992 metri quadrati, per cui vi sono state ben tre inchieste penali, tra cui quella “maxi” denominata “Olimpia”, e una causa di natura amministrativa.

Nei mesi scorsi, la Cassazione, rigettando il ricorso presentato dagli avvocati difensori di Vincenzo Malvaso, ha reso definitiva la condanna a 6 mesi per l’imprenditore edile di Latina, coinvolto negli scorsi anni in più indagini. A febbraio, la Corte d’Appello aveva condannato alla pena di 6 mesi per le violazioni di natura urbanistica l’ex consigliere comunale di Forza Italia, Vincenzo Malvaso, il quale aveva rimediato il non doversi procedere per l’estinzione del reato di abuso d’ufficio, così come voluto dalla riforma Nordio.

L’allora esponente politico di Latina, Vincenzo Malvaso, era stato coinvolto nel maxi processo denominato “Olimpia” che portò agli arresti di politici, amministratori e imprenditori del capoluogo nel novembre 2016. Come noto, il processo si è concluso tra prescrizioni e l’abolizione del reato dell’abuso d’ufficio voluto dal Ministero della Giustizia Carlo Nordio; per Malvaso, invece, c’è stata un’assoluzione, confermata successivamente anche dalla Corte d’Appello.

Da una costola di quella maxi indagine scaturì, a carico di Malvaso e Giuseppe Di Rubbo, attuale dirigente politico di Forza Italia ed ex assessore all’urbanistica nella Giunta Di Giorgi, anche il processo per abuso d’ufficio e violazione delle norme urbanistiche in merito alla realizzazione del palazzo di via Piave a Latina, sequestrato nuovamente il 30 marzo 2024 e per il quale si svolge il terzo processo.

La vicenda del cosiddetto palazzo Malvaso è tornata all’attenzione dell’opinione pubblica non solo per il nuovo sequestro, ma anche per l’interlocuzione tra lo stesso ex esponente forzista e l’amministrazione Celentano. Malvaso, infatti, ha ottenuto dal Tar l’annullamento dell’ordine di demolizione dello stabile in Via Piave e, in cambio del mancato ricorso al Consiglio di Stato da parte del Comune, ha rinunciato a chiedere i danni all’ente di Piazza del Popolo. Un do ut des che ha fatto discutere, tanto più che nella Giunta Celentano siede il nipote di Malvaso, l’attuale assessore alle Attività Produttive, Antonio Cosentino.

Ad ogni modo, sulla condanna a 6 mesi per violazioni urbanistiche, la Corte Suprema ha messo la parola fine rigettando il ricorso presentato perché, a parere della difesa, “non si sarebbe tenuto conto della consulenza tecnica di parte attestativa della conformità alla disciplina urbanistica di quanto attestato nel permesso di costruire”, oltreché a contestare “la tesi formulata in sentenza della macroscopica illegittimità del permesso di costruire e quindi della sua inesistenza sostanziale”.

Di parere diverso gli ermellini che danno ragione alla Corte d’Appello che “in adesione anche con la conforme sentenza di primo grado, ha ripercorso le ragioni, complessive, della abusività dell’opera, in sintesi riconducibili alla assenza di un’adeguata e legittima variazione del precedente PPE, limitativo e impeditivo della edificazione concretamente realizzata, nonché alla insistenza dell’opera stessa, altresì, in area di rispetto inedificabile, in violazione persino della illegittima “variante” al PPE del 1987 realizzata con delibere di giunta comunale”.

La Cassazione ritiene che i giudici “hanno valorizzato non semplicemente il dato della qualità del Malvaso quale committente dell’opera che ha firmato la richiesta del permesso di costruire corredata della falsa attestazione, bensì anche le sue particolari conoscenze in materia, tali da renderlo certamente diverso da un comune cittadino e, piuttosto, un soggetto esperto: in ragione sia dell’avvenuto espletamento, da parte sua, della funzione di Vice Presidente della Commissione urbanistica comunale che indicò le linee guida da seguire per il calcolo della volumetria nelle aree dei delineati comparti edificatori e in cui rientrò quella di cui all’opera edilizia in parola, tra cui quelle riguardanti le contestate esclusioni di volumi edificatori (statuizioni peraltro richiamate nelle 2 delibere di giunta Comunale illegittime), sia dell’esercizio della professione di costruttore edile e titolare della società di costruzione edilizia beneficiaria del permesso”.

Articolo precedente

ANTINCENDIO NEGLI OSPEDALI: SÌ ALLA PROROGA PER L’ADEGUAMENTO

Articolo successivo

LITE FURIOSA FINISCE NEL SANGUE AI PALAZZONI: ARRESTATO PER TENTATO OMICIDIO

Ultime da Cronaca