FORMIA. IL SINDACO VILLA DENUNCIATA PER DIFFAMAZIONE DA ASCIONE

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Formia
Formia

È una delle condotte più radicate nel territorio e nel tempo, la denuncia per diffamazione: solo che stavolta non è un giornalista ad essere nel mirino ma il sindaco della quarta città della provincia per numero di abitanti

VILLA
Paola Villa

Tenera non è mai stata tenera Paola Villa con gli imprenditori Ascione. E sempre ci aveva messo la faccia, come quando, l’anno scorso, in Commissione Antimafia regionale, praticamente e sconsolatamente da sola, denunciò i problemi annosi della sua città: Formia, inzuppata tra reinvestimenti di capitali di chissà quale provenienza e camorra. Clan e pezzi di clan che non sparano ma che pensano agli affari. Tanti. E che continuano ad assoggettare il territorio, dopo essersi trasferiti dai territori campani in cerca di un buen retiro con l’occhio sempre puntato al lucro, ormai nutrito da cospicue rendite, e il desiderio di stare bene mettendo da parte scocciatori e lingue lunghe. 

Gli Ascione, a Formia, non sono un clan e non rientrano neanche nelle varie relazioni che l’Antimafia rilascia ogni sei mesi, a differenza dei Bardellino definiti come “una famiglia” e le cui gesta sono narrate da anni in quei rapporti, a tal punto che, nell’ultima semestrale che riassume i mesi gennaio-giugno 2019, la Direzione Investigativa Antimafia, nella sezione dedicata alla provincia di Latina, ci ha tenuto a ricordare l’esecuzione di un arresto per estorsione di Angelo Bardellino avvenuto l’1 giugno scorso in ragione di una sentenza di Cassazione (derivante dall’imponente inchiesta Formia Connection di cui rimase ben poco).
E sì che, di solito, in quelle relazioni dell’Antimafia, vengono citate le operazioni, gli arresti, ma difficilmente un terzo grado di giudizio di vicende molto lontane nel tempo. Evidentemente, però, per l’Antimafia l’episodio era importante e andava rimarcato.

sindaci sud pontino
Nell’immagine i sindaci convocati dalla Commissione antimafia della Regione Lazio

Paola Villa, sindaco di Formia, è stata denunciata per diffamazione da Luigi Ascione, imprenditore, che molto probabilmente si è sentito diffamato per le dichiarazioni del primo cittadino, in seno alla I Commissione – Affari costituzionali e statutari, affari istituzionali, partecipazione, risorse umane, enti locali, sicurezza, lotta alla criminalità, antimafia, nel febbraio 2019. Un’assise che non ha i poteri della Commissione bicamerale antimafia del Parlamento ma che vedeva, un anno fa, quasi come due anni prima, chiamati a raccolta nove sindaci, tutti del sud pontino tranne il sindaco di Anzio, una città che di problemi ne ha tanti, sopratutto sul fronte legalità.
Ad ogni modo, se ne presentarono tre su nove di primi cittadini: Paola Villa, Giancarlo Cardillo di Castelforte e Antonio Fargiorgio di Itri, più Gennaro Orlandi, giovane consigliere comunale di “Minturno cambia”, per quell’occasione delegato del Sindaco di Minturno Gerardo Stefanelli, che lesse una nota piuttosto sintetica. Presente anche, in quella commissione, il Presidente dell’Osservatorio Antimafia regionale Gianpiero Cioffredi il quale, come Villa, utilizzò parole inequivocabili: il sud pontino come un laboratorio criminale che produce cellule autoctone di criminalità organizzata.

commissione antimafia Regione Lazio
Commissione antimafia Regione Lazio

Di camorra, però, tra gli amministratori presenti, parlò solo il sindaco Villa (“A Formia abbiamo 12 famiglie riferibili ai casalesi e altri e una presenza crescente nell’economia” – fu una delle dichiarazioni più importanti del sindaco formiano quel giorno), mentre gli altri due amministratori (a cui almeno va riconosciuto il merito di essersi presentati a differenza degli altri sei) si limitarono a discorrere di video-sorveglianza e disagi giurisdizionali (sic!).
Tuttavia, piaccia o meno, Paola Villa parlò di ciò per cui era stata convocata, anche perché, uno si domanderà, che cosa si chiamano a fare i sindaci del sud pontino – Terracina, Fondi, Gaeta, Santi Cosma e Damiano, Formia, Castelforte, Itri Minturno – con l’aggiunta di Anzio, in una commissione che vuole trattare di mafia? A sviolinare serenate sull’acqua azzurra del Golfo di Gaeta o a illustrare cartoline di quanto sia bello il sud pontino? Bello è bello, per carità, ma per quello ci sono le veline sui giornali, i video sui social e i nostri occhi di cittadini. 

Villa, in quel febbraio 2019, citò vari episodi, fece nomi e cognomi di suoi concittadini, come difficilmente si sentono fare dai politici, che, secondo lei, andavano menzionati. E sì che in queste commissioni, si è chiamati a parlare di fatti noti e meno noti, altrimenti si demanda tutto alla magistratura e alle forze dell’ordine che hanno i loro tempi. Spesso lunghi, se non lunghissimi. Le commissioni servono a questo, altrimenti è meglio chiuderle e limitarsi ad altre attività istituzionali meno scomode.

Katia Bidognetti

Il sindaco di Formia, come raccontava Latina Tu che ne riportò la testimonianza, elencò quelli che erano vicende ed episodi che comprendevano varie famiglie, dagli Esposito-Giuliano a uno dei suoi componenti Pasquale Vastarella, dalle case confiscate ai Bardellino alle amicizie scomode tra la politica e Katia Bidognetti di cui recentemente è stata confermata in Appello la condanna. Per finire, poi, alle operazioni di polizia nei confronti di De Angelis, dei fratelli Dell’Aquila e, in ultimo, proprio degli Ascione citando, peraltro, un caso che era accaduto da poco: l’investimento e l’uccisione brutali di Cristiano Campanale fidanzato con una figlia di Luigi Ascione, la persona che legittimamente ha sentito il bisogno di querelare il sindaco di Formia. Legittimamente, lo sottolineiamo, da un punto di vista del diritto di ciascuna persona di sentirsi diffamato e chiedere conto allo Stato, in questo caso alla magistratura. Seguì a quelle dichiarazioni di Paola Villa, una lettera indignata della famiglia Campanale che stigmatizzò alcuni passaggi, evidenziando l’estraneità del figlio dai cosiddetti strani giri. Una missiva pubblica in cui si accusò Villa di voler ottenere visibilità.

Eppure, uno si domanderà, per quale motivo, tra i parenti diretti del fondatore del Clan dei Casalesi, i beni confiscati alla deceduta Anna Mazza già vedova di Gaetano Moccia e i parenti di Luigi Giuliano re e figlio dell’aristocrazia della camorra napoletana, Villa citò i meno noti Ascione?

UNA STORIA GIUDIZIARIA CONTROVERSA FINITA CON ASSOLUZIONI E CONFISCHE REVOCATE

Premesso che nessuno di loro ha una condanna per associazione mafiosa, gli imprenditori Ascione sono ormai a Formia da tempo. Nel dicembre 2011, Giuliano, Michele e Luigi Ascione furono arrestati per i reati di associazione a delinquere di stampo camorristico e intestazione fittizia di beni aggravata dalle modalità mafiose. L’operazione “Tahiti” condotta dai finanzieri del comando provinciale di Roma nel sud pontino considerava gli Ascione vicini alla “storica” famiglia camorrista dei Mallardo. Ci furono sequestri ingenti, come riportano le cronache dell’epoca: terreni, fabbricati, aziende, stabilimenti balneari (l’operazione prendeva il nome da uno di quelli molto conosciuto a Fondi). Il business degli Ascione a cui gli investigatori arrivarono, seguendo il filo che legava i Mallardo ai Dell’Aquila, portava a operazioni nel campo del commercio di autoveicoli e nel settore edilizio-immobiliare.
Le indagini della Guardia di Finanza di Formia consentirono di appurare che nei conti degli Ascione transitò una somma vicina ai 18 milioni di euro negli anni tra il 2002 ed il 2005.

Poi, tre mesi dopo, a febbraio 2012, arrivarono altri sequestri della Finanza di Roma, su richiesta della DDA partenopea: un’imbarcazione da diporto ed altri 41 immobili di pregio (6 terreni e 35 fabbricati) ubicati in provincia di Latina e di Napoli, oltre che ad essere rinvenuti, presso diversi istituti di credito, svariati conti bancari, sui quali erano depositati circa 6 milioni di euro. Un patrimonio di 25 milioni di euro che, insieme a quello già oggetto del provvedimento di sequestro eseguito il 15 dicembre 2011, non trovava, a detta degli investigatori, alcuna giustificazione negli esigui redditi dichiarati dagli Ascione e dalle loro società.

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Corte di Appello di Napoli

Tre anni dopo, nel 2015, la Corte d’Appello di Napoli assolse per “non aver commesso il fatto” Giuliano Ascione, imputato per concorso esterno in associazione camorristica nell’ambito del processo relativo ai presunti legami tra la sua famiglia e il clan Mallardo di Giugliano.
Il collegio dispose il ritorno in libertà di Ascione e revocò la confisca per svariati milioni di euro di tutti i suoi beni, tra cui numerose concessionarie d’auto, disposta al termine del processo di primo grado. Ascione era stato condannato dal Tribunale di Napoli a 6 anni e 8 mesi di carcere, mentre gli altri dieci imputati, tra cui i due fratelli Michele e Luigi e altri parenti ritenuti dalla Dda intestatari fittizi dei suoi beni, erano stati assolti. Nella requisitoria d’appello, il sostituto della Procura Generale Giovanni Cilenti chiese persino un aumento di pena per Ascione (10 anni) e la condanna a 6 anni e otto mesi per i fratelli contestando l’associazione mafiosa e non il concorso esterno. Invano perché tutti e tre furono scagionati.

Eppure, nel 2016, gli Ascione furono di nuovo investiti da un procedimento: una confisca per un valore complessivo di 49 milioni di euro, di cui circa una metà nel territorio formiano, che fu il seguito dei sequestri eseguiti anni prima. “Nei confronti degli Ascione, ai fini di prevenzione, sono stati raccolti concreti indizi di appartenenza al sodalizio camorristico, qualificanti una spiccata pericolosità sociale, anche alla luce di plurime dichiarazioni di importanti collaboratori di giustizia appartenenti al medesimo clan camorrista dei Mallardo. Tutti e tre i fratelli hanno intrattenuto e trattengono “rapporti costanti con i fratelli Dell’Aquila, con la famiglia Mallardo e con esponenti del loro clan”, relazioni d’affari aventi natura “illecita” e finalizzati al perseguimento dei “principali obiettivi del gruppo camorristico”: il riciclaggio di denaro. Così scrivevano gli investigatori i quali, però, nel 2018, due anni dopo, furono smentiti o comunque diminuiti nella loro azione dal fatto che agli Ascione furono restituiti quasi tutti i beni confiscati in ragione proprio delle assoluzioni incassate in primo grado e in Corte d’Appello a Napoli tre anni prima. La Corte d’Appello di Roma, infatti, accolse il ricorso di Giuliano, Michele e Luigi Ascione, considerati dagli inquirenti legati al clan camorristico Mallardo, con l’accusa di averne costituto una cellula economica a Formia, revocando vieppiù la sorveglianza speciale inflitta dal Tribunale di Latina nel 2016. E per farsi difendere i fratelli chiamarono anche un pezzo da novanta dell’avvocatura nazionale, Franco Coppi.

Il 5 ottobre 2017, i Carabinieri arrestarono per i reati di “violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno”, Michele, Luigi e Giuliano Giuliano, residenti a Formia e all’epoca sottoposti alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno (foto da internapoli.it).

Insomma, dopo anni di arresti, sequestri, sequestri bis e confische, conditi pure da un’elusione di un divieto di avvicinarsi a un loro bene all’epoca confiscato, gli Ascione furono dichiarati non più “socialmente pericolosi”.

Forse, in ragione di questo e altro, dopo le dichiarazioni del sindaco Villa che subì, in seguito a quella Commissione in Regione Lazio, anche la lettera durissima della famiglia Campanale, Luigi Ascione ha querelato per diffamazione.

COSÌ I SINDACI VENGONO LASCIATI SOLI

Cristiano Tatarelli

Ma la domanda è molto semplice: un sindaco deve limitarsi a leggere le ordinanze di arresto, le sentenze della magistratura, i provvedimenti delle forze dell’ordine, o può esprimere cosa sente e vede rispetto alla città che amministra? Di quella lettera dei Campanale, umanamente comprensibile, c’era qualcosa che profondamente stonava, ossia attribuire a Villa la ricerca di visibilità. No, questo, proprio no. A un sindaco che va in una Commissione disertata da amministratori importanti come Cosmo Mitrano di Gaeta e Nicola Procaccini di Terracina (prima di volare a Bruxelles), impoverita da alcune dichiarazioni che inquadravano il problema del sud pontino nel giudice di pace e nella penuria di telecamere per prevenire ladri di polli, si deve riconoscere il merito di dire con forza che sì, la camorra, con tanto di circostanze e riferimenti, c’è e va combattuta. Altro che visibilità, anche perché quelle dichiarazioni, a giudicare da lettere e querele, hanno portato solo rogne. Senza contare che il sindaco non ebbe timore a rimarcare la sua presa di posizione in un evento pubblico che si è tenuto nel giugno scorso alla presenza dell’ex vicario del Questore di Latina, Cristiano Tatarelli, che non andò anche lui per il sottile. Nel silenzio più assoluto di altre istituzioni o corpi rappresentativi. Lasciati sostanzialmente soli

E allora, lo domandiamo di nuovo, cosa deve fare un sindaco che non ha l’insindacabilità delle sue opinioni? Inviare delegati, non presentarsi o peggio ancora parlare di quanto è bello il sud pontino, oppure può avanzare le sue preoccupazioni, circostanziando, dichiarando pubblicamente, senza generici e insopportabili “contro tutte le mafie”? Perché se tutto è mafia, niente è mafia. Sopratutto qui da noi.

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