CLAN CIARELLI, NEL PROCESSO “PUROSANGUE” PARLANO TRE COLLABORATORI DI GIUSTIZIA. E DUE VITTIME CHIEDONO IL SEPARÈ

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Il profilo Facebook Purosangue Ciarelli con cui Carmine detto Prochettone avrebbe inviato messaggi intimidatori alle vittime di usura ed estorsione

Clan Ciarelli: udienza fiume oggi al Tribunale di Latina. Ascoltati tre collaboratori di giustizia e due vittime di estorsione

È ripreso il processo scaturito dall’operazione denominata “Purosangue” in cui si contestano reati aggravati dal metodo mafioso ai principali componenti del clan di origine rom Ciarelli. L’indagine, come noto, è stata finalizzata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e dalla Squadra Mobile di Latina, portando ad arrestare i vertici della famiglia a giugno 2022.

Il processo vede alla sbarra i capi, tranne Luigi Ciarelli (il numero tre del sodalizio, processato nell’altro processo antimafia sui clan rom denominato “Reset), di quello che tutti a Latina conoscono come il clan Ciarelli, la famiglia che aveva eletto la propria base nel quartiere Pantanaccio, alla periferia di Latina.

Nella scorsa udienza, è stato esaminato il primo collaboratore di giustizia, Agostino Riccardo, negli ambienti criminali di Latina per un ventennio, che aveva parlato dei Ciarelli sostanzialmente in quattro verbali resi alla DDA.

Oggi, invece, davanti davanti al collegio del Tribunale presieduta dal giudice Gian Luca Soana, sono stati esaminati cinque testimoni dell’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Luigia Spinelli: tra di loro i tre collaboratori di giustizia Renato Pugliese, Maurizio Zuppardo e Emilio Pietrobono. Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Montini, Forte, Carradori, Vittori, Vasaturo, Farau, Nardecchia e Coronella.

Sul banco degli imputati, ci sono personaggi di rilevante caratura criminale come Carmine Ciarelli detto “Porchettone” e suo fratello Ferdinando Ciarelli detto “Furt”. Tra i reati più importanti, varie vicende di estorsione, violenza privata, danneggiamento, usura. Dieci in tutto gli episodi estorsivi raccolti dagli investigatori e finiti nel processo.

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Il primo a parlare in aula è stato Renato Pugliese, ex affiliato ai clan Travali e Di Silvio, per anni nel crimine pontino. Il figlio di Costantino “Cha Cha” Di Silvio ha confermato di conoscere tutti i Ciarelli, dai capi ai figli, oltreché ad essere imparentato con una delle imputate: Rosaria Di Silvio, sorella di Armando “Lallà” Di Silvio (boss di Campo Boario condannato in due gradi di giudizio per associazione mafiosa) e moglie di Ferdinando “Furt” Ciarelli, il numero due del sodalizio. “Per loro indole – spiega Pugliese – i Ciarelli erano usurai e dediti alle estorsioni, poi, vista la quantità di soldi accumulati, si sono allargati alla droga. Da sempre, è una vita che lo fanno“.

Eppure, come già spiegato in diverse occasioni giudiziarie, Pugliese ha confermato che tra i clan rom della città sono sempre state storie tese. “Ci separava un canale, a Campo Boario i Di Silvio; a Pantanaccio i Ciarelli. La famiglia di Lallà odiava i Ciarelli, ma c’era quieto vivere. Non ci siamo mai potuti vedere, nonostante qualche parentela. I Ciarelli e i Di Silvio si sono uniti solo per la guerra criminale del 2010, anche se non correva buon sangue e credo che anche adesso sia così”. Nessuno invadeva il campo e gli affari degli altri, una vera e propria suddivisione di territorio e crimine: “Un Ciarelli non poteva entrare a campo boario, né un Di Silvio a Pantanaccio, a meno che non ci fosse consenso“.

In pratica, le famiglie rom non si pestavano i piedi negli affari di droga e estorsioni. “Se c’era Carmine Ciarelli in un contesto – dice Pugliese – non ci si entrava. Se qualcuno aveva problemi con Carmine, anche Armando non poteva fare niente”.

Non solo affari e droga, anche legami. È lo stesso Pugliese a raccontare di come aiutò la famiglia di Ferdinando “Furt” Ciarelli quando questi e il genero Andrea Pradissitto erano finiti in carcere. “Conosco Roberto Ciarelli (nda: condannato col rito abbreviato per questo stesso procedimento denominato “Purosangue”), veniva anche da Lallà perché era lo zio, lo ricordo sin da bambino. A maggio 2013, dopo la mia scarcerazione, andai dalla madre Rosaria Di Silvio, li aiutavo economicamente mandando soldi a Furt e Pradissitto in quel momento carcerati. A Roberto davo soldi e erba da vendere che però non mi pagava, circa mezzo chilo. Roberto frequentava Manuel Agresti e Matteo Ciaravino, cominciava a inserirsi nella strada. Agresti accompagnava Rosaria e Roberto a trovare il padre in carcere”.

“Anche Ciaravino l’ho visto crescere in mezzo alla strada, fu coinvolto nell’omicidio Vaccaro. Dopo quell’episodio si era fatto un nome. Ciaravino aveva acquisito forza nella zona pub, dove si vantava e cercava di spacciare. Non stava solo con Roberto Ciarelli, per un momento l’ho visto anche a Campo Boario da Lallà che però lo fece cacciare perché secondo lui era un ubriacone”. Fa menzione, Pugliese, anche di un’auto che perse a carte con uno degli imputati odierni, Ferdinado Ciarelli detto “Macù”, accusato di essere il mandante dell’omicidio di Massimiliano Moro, il criminale ucciso nel 2010 e che per Pugliese “era come un padre”. Non solo. Anche Luigi Ciarelli gli chiese 30mila euro che Angelo Travali gli doveva: “In quanto affiliato ai Travali, quando furono arrestati, Luigi Ciarelli venne subito da me. Lui aveva imposto ad Angelo Travali di comprare l’hashish da lui”.

L’alone criminale dei Ciarelli, però, non era solo determinato dagli affari. A scoprirlo è lo stesso Pugliese quando dovette fermarsi di fronte al titolare di un noto bar del centro di Latina (oggi non più esistente) che aveva truffato per 20mila euro un suo conoscente. Lo stesso Pugliese avrebbe voluto chiedergli conto dei soldi truffati e riscuotere il credito, ma dovette abbozzare perché il truffatore era un protetto di Luigi Ciarelli.

Più veloce la testimonianza di Pietrobono che ha ripercorso la sua vicenda di vittima di estorsione da parte di Marco Ciarelli, figlio di Luigi Ciarelli.

Tutto nasce dal fatto che Pietrobono aveva il ruolo di prestanome della Gdo Service srl, una società riconducibile a Simone Di Marcantonio. Siamo nel 2019, Emilio Pietrobono, anche corriere della droga per conto di Fabio Di Stefano, vero reggente del clan del Gionchetto di Romolo Di Silvio. Pietrobono utilizza dei soldi dal conto della Gdo service srl per consegnarli a Di Stefano: 12mila e 500. Istigato da Di Stefano, non in buoni rapporti con Di Marcantonio (secondo Pietrobono “lo aveva fatto arrestare tre o quattro anni prima”), Pietrobono preleva la somma per acquistare sostanza stupefacente e poi rivenderla. Scoperto il prelievo, Di Marcantonio, per recuperare i soldi, si rivolge a una delle figure più emergenti del Clan Ciarelli: Marco Ciarelli. Da qui l’intervento dei capi famiglia – Luigi Ciarelli e Salvatore Di Stefano – che tamponano una vicenda in cui non mancano armi, minacce e situazioni pericolose (leggi approfondimento di seguito).

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Le testimonianze più pesanti, però, sono quelle di un marito e di una moglie, estorti per migliaia di euro da Carmine Ciarelli detto Porchettone, il capo famiglia del sodalizio. Entrambi hanno preteso di essere ascoltati in aula con il separé di legno, in modo da non incrociare gli sguardi dei famigliari dei Ciarelli. “Perché lo fanno?”, chiede un avvocato del collegio difensivo. Lapidaria la risposta del Presidente dle Collegio del Tribunale Gian Luca Soana: “Per paura”.

E di paura vera si tratta dal momento che si parla di un uomo che chiese un prestito a Carmine Ciarelli per 3mila e che, in breve tempo, lievitò a un debito di 75mila euro: “Mi disse che gli dovevo 500mila euro, ma che mi faceva un prezzo di favore a 75“. Un incubo iniziato nel 2008 e finito solo nel 2021 quando si è deciso a denunciare tutto. Dopo essere stato estorto per anni, nel 2019 l’uomo si sente male e finisce in ospedale: è qui che rivela alla moglie ciò che gli era capitato. E proprio la moglie fu contattata nel 2021 col profilo Facebook “Purosangue” da Carmine Ciarelli. Il boss, tramite Messenger, non pago di avere spolpato per anni il marito, chiedeva alla moglie altro denaro. Non solo richieste di soldi, ma anni di ansie e intimidazioni: “Carmine mi disse che mi avrebbe trovato ovunque sarei andato. Avevo paura di loro“. Una paura che fece sì che l’uomo, talmente spaventato, iniziò a fare dei lavori edili a casa di Ferdinando “Macù” Ciarelli (figlio di Carmine), senza pattuire un compenso. Lavori che non furono mai pagati.

A finire una giornata intensa, per un processo che è stato rinviato al prossimo 22 marzo (dovrà essere ascoltato l’ex affiliato al clan, ora collaboratore di giustizia, Andrea Pradissitto), è stato l’esame di Maurizio Zuppardo. “Fagiolo”, così come è conosciuto a Latina, ha dato conto della prepotenza subita da Roberto Ciarelli, il quale impedì che gli fossero pagati alcuni lavori per dei tendaggi applicati in un pub di Latina sotto la sua protezione.

Ma Zuppardo ha parlato anche di una vicenda che non è oggetto di contestazione, ma che è servita a far capire da parte dell’accusa il clima mafioso che i Ciarelli facevano respirare. Zuppardo, circa 20 anni fa, acquistò un’auto in un noto autosalone di lusso che si trovava nella zona pub di Latina. Un acquisto fittizio, in quanto mai pagato da Zuppardo che, invece, vendette subito il mezzo per intascarsi i soldi.

A contattarlo, in seguito, fu Massimo Cavallaro, noto pregiudicato di Latina, che gli propose un recupero crediti a Nettuno. “Era un agguato in realtà” – ha detto Zuppardo. Secondo il pentito, Cavallaro, in debito a sua volta con Carmine e Luigi Ciarelli, si rivolse a lui per recuperare i soldi dovuti all’autosalone. Quest’ultimo, infatti, era sotto la protezione dei Ciarelli. Un azzardo per Zuppardo non pagare un’auto a un venditore protetto dal clan rom: “Ma io non lo sapevo, sennò non lo avrei fatto”.

“Quando stavamo in macchina verso Nettuno, capii che Cavallaro doveva portarmi dai Ciarelli e allora ho cercato di scappare tanto che finimmo nel canale a seguito di una colluttazione. Cavallaro si è buttato fuori dalla macchina ed è scappato, mentre io mi sono fatto male e sono finito al pronto soccorso di Anzio. Una voltà lì, ho firmato e sono andato via perché avevo paura di stare dentro l’ospedale. E che facevo, rimanevo lì? Pe’ famme ammazza’? O portavo indietro la macchina che avevo già venduto o davo i soldi, sennò avrei fatto una brutta fine”.

“Cavallaro – ha spiegato Zuppardo – lo fece perché lui stesso aveva debiti e per pagarsi parte di quel debito doveva portarmi da loro oppure farmi la festa. Il concessionario che avevo truffato vendeva auto di lusso, e i Ciarelli gestivano l’attività del recupero crediti dell’autosalone”.

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