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CAMBIAMENTI CLIMATICI, ANNO 2092: UN ARTICOLO DAL FUTURO CI SVELA COME SARÀ IL MONDO

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È notizia di oggi, 19 settembre 2092, che continueranno ad arrivare flussi di capitale dal potente Stato PanAfricano nello stabilimento di biofarmaceutica BioLife™ di Aprilia. Annunciati finanziamenti dalla casa madre africana BioMama™ per implementare la produzione di pasti in pillole, cibo destinato all’alimentazione umana privo di qualsiasi forma di inquinante. La BioMama™ da mesi è sotto la lente del giornalismo internazionale per i recenti  investimenti sull’imbottigliamento dell’acqua dei ghiacci dell’Antartide ormai avviati verso il completo scioglimento. La biofarmaceutica africana aveva, infatti, arpionato fino all’ultimo iceberg artico nei decenni passati privatizzando, di fatto, una risorsa mondiale libera da proprietà e sulla vicenda si è chiuso un occhio per l’emergenza idrica che attanaglia il mondo da molto tempo.

La credibilità trasversale concessa dalle istituzioni alla postbiotica in vitro è derivata dalla sconfitta delle cosiddette “malattie autoimmuni” che hanno funestato l’umanità dall’inizio del secolo scorso, disfunzioni legate alla contaminazione ambientale e alimentare. Artrite reumatoide, malattia Crohn, psoriasi, epatite C, lucemia linfatica cronica, mieloma multiplo, glioblastoma, Sclerosi Multipla, Parkinson, Schizofrenia e Alzheimer sono state combattute e vinte sul lungo periodo tramite la rigenerazione dei quello che è stato nomenclato sistema neuronale gastroenterico, conosciuto anche come microbiota intestinale.

All’inizio del millennio, questo tipo di patologie sono state definite a partire dall’effetto invece che dalla causa scatenante e proprio questa fu una grande responsabilità della comunità scientifica che allontanò troppo la ricerca dalle vere ragioni scatenanti. Nei primi decenni del secolo, infatti, i pochi ricercatori rimasti sul campo hanno tentato di avvertire il mondo scientifico dell’influenza ambientale, e alimentare, sul DNA; quindi non sono solo i geni a determinare la salute complessiva di un individuo. Accettare questo punto di vista avrebbe comportato una serie di ricadute economiche non sostenibili per una società degli inizi del secolo costruita sull’inquinamento sistemico, insito nella produzione di massa con ricadute ambientali che ancora, ahinoi, si scontano al giorno d’oggi.  

Il sempre maggiore caldo torrido e il graduale innalzamento dei mari iniziato nel 2031 hanno sottratto, pian piano, terre all’agricoltura, rendendo l’acqua dolce un bene preziosissimo, soprattutto, laddove non si è riusciti a operare adeguati interventi di ingegneria ambientale sulla costa o, comunque, in corrispondenza di falde non ancora del tutto prosciugate. Sebbene siano stati costruiti molti dissalatori, anche le acque salmastre furono pesantemente contaminate dal dilavamento di inquinanti presenti nei luoghi antropizzati finiti sott’acqua un’onda alla volta. Basti pensare a quello che nel 2063 successe in uno stabilimento utilizzato nel secolo scorso per produrre energia, la ex centrale nucleare sita in una piccola frazione ad oggi disabitata della città di Latina Bassa

Chi è costretto a partire dal proprio luogo di residenza a causa di eventi climatici estremi può essere considerato un migrante climatico

Gli individui rimasti nel fu Agro Pontino si trasferirono sulla terra a semiluna ribattezzata Corona Pontina e fondarono piccoli nuclei abitativi al di fuori delle mura delle città Lepine. Negli anni, queste piccole comunità assai innovative hanno sviluppato metodi agricoli simbiotici, zootecnici (con specie autoctone), tessili e manifatturieri nonostante il gap di know how a seguito sia del grande esodo dei migranti climatici del 2065 verso l’entroterra continentale, sia a causa della perdita della conoscenza virtuale conservata – con troppa fiducia – nei server alimentati con la vecchia tecnologia dei cavi elettrici. Sulle colline questi sistemi avanzati di imprenditorialità tecno-simbiotica, oltre alla tutela di micro ecosistemi naturali superstiti, riescono a garantire la sussistenza del nucleo produttivo e delle zone artigiane limitrofe, ma non di più.

La sostenibilità di queste comunità che autoproducono anche l’energia elettrica a partire dalla elettrificazione a contatto delle foglie mosse dal vento, è un risultato straordinario ma che non è stato sufficiente a convincere i governi mondiali ad investire e replicare organizzazioni sociali di questo genere. La BioLife™ ha da sempre riconosciuto la validità imprendi-ambientale di queste oasi della Corona Pontina, tanto da studiare campioni di tessuti degli individui che vivono in queste aree per cogliere le interconnessioni tra mucose gastriche e il microbioma, che in effetti, è presente in grandi quantità negli intestini di questi individui i quali generalmente godono di un colorito roseo molto più confortante della tonalità grigiastra degli individui di città. 

Così, queste imprese ambientali sono state costrette alla dimensione rurale esclusivamente per scelte politiche emergenziali e dalla conseguente mancanza di finanziamenti centrali, nonostante la sostenibilità anche sanitaria dimostrata: non ha giovato senz’altro la congiuntura economica disastrosa del Paese Australe, perciò questo tipo di sostegno economico è stato giudicato dalla UCPA – Unità di Crisi del Paese Australe – come provvedimento non prioritario. Sono molti decenni che va avanti la battaglia sui provvedimenti da prendere per proteggere gli ecosistemi dal cambiamento climatico, e oggi viene portata avanti da Iwo James, il nipote di una storica attivista di inizio secolo: Greta Thunberg. Sin dalla tenera età di 15 anni, già nel lontano 2019, la Thunberg avvertì le potenze mondiali dell’epoca di attuare provvedimenti radicali, moniti rimasti inevasi e incredibilmente minimizzati, nonostante il mondo scientifico sapesse a cosa si sarebbe andati incontro. Il mondo scientifico, troppo preso dalle emergenze del breve periodo, anche oggi sembra taciturno su indicazioni programmatiche da destinare al lungo periodo.

Negli anni ‘30, infatti, a seguito dell’innalzamento delle temperature globali e un clima genericamente più secco, si estinsero molte piante utilizzate nell’alimentazione mondiale in anticipo rispetto a quanto previsto dal mondo accademico, tra cui quelle di caffè e cacao. Ispirata da queste piante, nel 2037 la BioLife™ procedette con la sintetizzazione dei principi attivi ora presenti nelle capsule Biocoffee™ e Biococoa™, prodotti di successo ancora molto venduti dopo 60 anni. Sostanzialmente, queste pastiglie ricalcano la sensazione di eccitamento e conforto di cui probabilmente giovavano corpo e mente con l’assunzione di una bevanda scura chiamata espresso o nel mangiare tavolette o piccole sfere di “cioccolato” di cui gli individui erano molto ghiotti. Le confezioni di Biocoffee™ e Biococoa™ al principio contenevano anche una sorta di pasticca antagonista, come un pulsante off per resettare l’eventuale abuso e iper-eccitazione per poter tranquillamente ricominciarne daccapo l’assunzione, senza accusare disturbi da intossicazione. Nel 2039 la vendita associata delle due pasticche complementari fu giudicata dalla Corte Eurasiatica come pratica commerciale scorretta, perché assoggettava il consumatore ad una sempre maggiore dipendenza psicologica, effetto di cui la biofarmaceutica ne era a conoscenza col fine esclusivo di un maggiore profitto aziendale. Determinanti furono anche le pressioni dell’altra biofarmaceutica di punta su panorama globale, la BioCalm™, produttrice di biotranquillanti tra cui BioGoodNit™, bevanda tipica delle città del mondo che hanno deciso di svilupparsi nel sottosuolo, una su tutte la città di Catacumbia.

Derinkuyu è la più grande città sotterranea della Turchia, composta di 11 livelli, sebbene molti piani non siano ancora stati scavati. Ha un’area di 650 metri quadrati e ogni piano esistente potrebbe essere stato creato in momenti differenti. La città era connessa con altre città sotterranee, attraverso chilometri di lunghi tunnel. La città poteva ospitare da 3.000 a 50.000 persone. Come le altre città sotterranee della Cappadocia, anche Derinkuyu aveva un certo numero di locali atti a fungere da deposito di alimenti, da cucine, chiese, stalle, stanze per la preparazione del vino e dell’olio e camini di ventilazione. La città sotterranea di Derinkuyu si estende per una profondità di 85 metri.

Una sconfitta presso la massima corte australe orientale non ha comunque scalfito la scorza della biogenetica: nonostante non abbiano mai smesso di comprare Biocoffee™ e Biococoa™, i consumatori si sono sentiti comunque traditi nella loro buonafede (tra l’altro aumentando proporzionalmente i consumi di BioGoodNit™), ma cavalcando la postbiotica, la BioLife™ ha potuto riscattare pubblicamente la propria immagine. Tutto viene dimenticato quando, infatti, negli anni ‘40 la biofarmaceutica BioLife™ riesce a sconfiggere le malattie autoimmuni a cui si faceva riferimento al principio dell’articolo con capsule di pre, pro e post biotici, le BioAll™. Pillole che negli anni hanno salvato, sì, milioni di vite umane – vista anche l’alta percentuale (oltre il 75%) di malati cronici risultati dall’ultimo censimento del 2038 -, ma hanno al contempo ingenerato una co-dipendenza indissolubile tra soluzione ed effetto, non tra la soluzione e la causa: il carattere autoimmune delle malattie sconfitte non recede, rimane semplicemente dormiente fin quando il microbiota presente nell’intestino rimane diversificato. Vale a dire BioAll™ a vita non solo per i malati accertati ma anche per tutta la restante popolazione, a seguito della delibera della UCPA – Unità di Crisi del Paese Australe che ha inserito le pillole nella lista dei farmaci obbligatori di prevenzione, senza che, ancora una volta, fossero presi provvedimenti contro le cause che scatenano queste malattie (azione programmatica giudicata non prioritaria dalla UCPA con determina del 2043).

Considerati i problemi delle città nell’approvvigionamento dell’acqua e delle derrate alimentari, e la scarsa qualità del cibo che arriva direttamente via mare dalle coltivazioni della bioagrichimica BioChem™ del nord dell’Amazzonia, alimentarsi con pasticche e capsule non sembra più così inaccettabile o fantascientifico, perché al momento è l’unica possibilità degli abitanti delle città di conservare la propria salute. La definitiva egemonia economico-politica di BioLife™ e BioMama™ è dunque segnata da questo passaggio, dall’alimentazione vera e propria a quella in pillole. In questi opercoli, che pare si chiameranno BioFood™ (il suffisso bio- ha da sempre tranquillizzato gli animi dei consumatori di questo millennio e “squadra che vince non si cambia”), saranno presenti i classici nutrienti di sintesi insieme a pre, pro e post biotici. Insomma, un superamento delle cugine BioAll™. Si vocifera che il Governo Centrale sia in procinto di vietare qualsiasi prodotto alimentare inteso in senso classico all’interno delle città, limitando il soddisfacimento del bisogno alimentare esclusivamente tramite le pillole da pasto. “Lo facciamo per voi” è lo slogan della campagna di comunicazione in favore della difesa del precario stante di salute, cugino assai cagionevole dello stato di salute dei tempi andati. Insieme ai capitali africani in arrivo alla BioLife™, pare che si aggiungeranno presto anche quelli del Principato Siberiano, il quale, dopo alcune missioni nello spazio per raggiungere il pianeta B individuato nel 2062 a 45 triliardi di anni luce dalla Terra, vorrebbe fare scorte di BioFood™ da destinare ai primi insediamenti umani sul pianeta ribattezzato Arret.

Neanche a dirlo, la città di Aprilia è divenuta quello che fino a sessant’anni fa era Hong Kong prima di essere fagocitata definitivamente dai flutti oceanici come, d’altronde, successe a New York e Shangai. Ora è la volta della Corona Pontina, di Aprilia, del nuovo riassetto geopolitico e della biofarmaceutica BioLife™, l’unica rimasta a queste latitudini dopo che altri stabilimenti farmaceutici chiusero i battenti nel ‘35 a seguito dei sempre più frequenti allagamenti della pianura pontina.

È notizia di pochi giorni fa quella del ritrovamento di una ricerca condotta nel lontano 2012 presso l’Università di Cagliari, una città anch’essa oggi sommersa, che sorgeva a sud della Sardegna. Lo spostamento della documentazione cartacea in altre sedi universitarie montane aveva seppellito la ricerca tra le migliaia di faldoni, mentre le copie della ricerca virtualizzate sono andate perse con il primo blackout mondiale del 1° maggio 2045, quando settimane a 35° gradi hanno determinato nelle città di tutto l’emisfero australe un consumo di energia maggiore rispetto al livello contemporaneamente prodotto a livello globale. Tornando allo studio, i ricercatori del dipartimento di Scienze biomediche di Cagliari appurarono che alcuni formaggi di pecora lavorati con latte munto da bestiame alimentato col pascolo brado contribuiscono all’abbassamento della ipercolesterolemia, una delle malattie ad oggi trattate con BioAll™: “Dagli studi abbiamo riscontrato – diceva il professor Banni, a capo di questo studio – che con l’assunzione di pecorino “Cla” (acido linoleico coniugato) è migliorata l’azione metabolica nei pazienti ipercolesterolemici e, addirittura, si è registrata anche una riduzione del colesterolo “cattivo. Comunità dei Lepini della Corona Pontina hanno già annunciato l’intenzione di voler riprendere la ricerca del Prof. Banni ed arricchirla dei numerosi riscontri positivi sul corpo umano verificati scientificamente nel corso dei decenni nelle loro comunità imprenditoriali tecno-simbiotiche, e ripartire soprattutto dalla ormai scomparsa tecnica di lavorazione a latte crudo con strumenti di legno sui quali in ambiente controllato nascono comunità batteriche “buone”, che contribuiscono a dare sapore al prodotto caseario e potenziano la proliferazione di ulteriore microbiota intestinale.

Dalla corrispondente di LatinaAlta Tu è tutto.

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