ALBA PONTINA. RICCARDO: “NEL 2013 MINACCIAMMO FABIO RAMPELLI PER FARLO DIMETTERE”

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Fabio Rampelli
Fabio Rampelli, vice Presidente della Camera dei Deputati
Agostino Riccardo ha ripercorso parte della storia criminale che lo ha coinvolto prima col clan Cha Cha/Travali poi con i Di Silvio di Campo Boario
 
Armando Cusani
Nell’udienza del processo Alba Pontina, oltre alle rivelazioni potenzialmente esplosive su Cusani e Calandrini, oggi è stata la volta di alcune imprescindibili conferme su cosa è (è stato) e come si muove (si muoveva) il clan Di Silvio del boss Armando detto “Lallà” e dei suoi figli: Gianluca, Samuele e Ferdinando “Pupetto”, con una menzione non trascurabile sul quarto figlio, in carcere ai tempi in cui si verificavano i fatti contestati nel processo, Giuseppe Pasquale chiamato da Agostino “Pasqualino” e citato perché con lui “non si scherzava”.
Il processo, come si sarà capito, è quello che vede imputati Armando Lallà Di Silvio, la moglie Sabina De Rosa, le figlie Angela, Sara Genoveffa e Giulia Di Silvio, Francesca De Rosa, Tiziano Cesari e Federico Arcieri.
 
Renato Pugliese
Renato Pugliese
Dopo il collaboratore di giustizia Renato Pugliese, che ha sviscerato la sua ascesa e la sua caduta criminale nelle udienze di novembre e dicembre, oggi la palla è passata ad Agostino Riccardo preceduto, in udienza, da due personaggi collaterali, chiamati come testimoni: un assuntore di eroina di Amaseno interrogato per spiegare lo spaccio nella zona di Piazza del Quadrato (Latina) da parte di tal Hassan (spacciatore nordafricano) e un imprenditore nel ramo florovivaistico, con l’azienda ad Aprilia e la residenza a Nettuno, colpito dalle estorsioni di Riccardo, Samuele Di Silvio e il padre Armando. E persino, a suo dire, colto da amnesia temporanea a causa dello stress.
 
Ferdinando Pupetto Di Silvio e Samuele Di silvio
Ferdinando Pupetto Di Silvio e Samuele Di Silvio
Soliti spaccati miserabili quelli raccontati dai due testimoni con due pensieri che si irrobustiscono: è nel carcere che spesso avvengono gli incontri più pericolosi – l’assuntore di Amaseno e Hassan si sono conosciuti nel penitenziario di Cassino; è l’assenza di denuncia da parte di chi è estorto a generare il potere esponenziale dei clan: l’imprenditore di Aprilia/Nettuno, pur subendo tutta una serie di intimidazioni ed estorsioni (lui sostiene di aver dato a Riccardo e Samuele 1800 euro; Riccardo dice di aver ottenuto quasi 6000 euro), non ha denunciato cosa subiva: ricatti, blitz nella sua azienda da parte di Riccardo/Samuele Di Silvio, persino, a quanto dichiarato dal pentito, colpi di pistola sparati in aria nei pressi della sua ditta da parte del figlio di Lallà. Insomma, un quadro horror in cui si ha un imprenditore che non denuncia per umana paura, che reagisce esasperato insultando e (pare) spintonando Samuele Di Silvio ma che, poi, terrorizzato da una pistola che Samuele gli mostra sotto la maglia, si rivolge a un carrozziere pregiudicato di Nettuno per placare la sete da estorsione dei Di Silvio. Alla fine paga, con la beffa del doppio gioco effettuato da Armando “Lallà” che si para di fronte a lui come paciere ma che, invece, non batte ciglio quando il figlio Samuele e Agostino gli comunicano che sarebbero tornati dall’imprenditore a prendere altri soldi.
 
Tribunale di Latina
Tribunale di Latina
Prima che inizi la deposizione di Agostino Riccardo, il Presidente del collegio, il giudice Gianluca Soana, non ha potuto far altro che constatare l’assenza di due testimoni chiamati a deporre in aula: un “banconista” del “mercato del martedì” di Latina estorto e un giovane operante nel mondo dei manifesti elettorali, entrambi di Terracina.
 
L’avvocato Ferrone che difende Agostino non è presente, senza che ci siano motivi spiegabili, sostituito dall’avvocato Mecozzi.
Alla domanda, oramai di rito, sul perché si è pentito, Agostino ripete dall’inizio ciò che aveva già detto: “Ero stufo di crimini, abusi, prepotenze del clan a Latina“, per tale motivo ha deciso di iniziare a collaborare nel 2018. Ormai solo e senza un clan di riferimento, dopo aver perso i Travali arrestati nel 2015 con l’operazione Don’t Touch, e il gruppo di Lallà terremotato dalle misure in carcere eseguite a giugno 2018.
 
LA BREVE STORIA DI AGOSTINO – “Voglio cambiare vita“, dice con la sua voce che a Latina tutti conoscono: un po’ tracotante e caciarone come sempre.
Agostino Riccardo
Agostino Riccardo
Alla domanda anch’essa di rito, al fine di spiegare il suo cursus criminale, Agostino rivive la sua vicenda umana e malavitosa: crimini dall’età di 16 annifurti, rapine, incendi ed estorsioni – più volte detenuto (fu lontano da Latina dal 2007 al 2011 quando si trovava in provincia di Caserta; infine definitivamente in carcere dal 2016 per aver aggredito allo Stadio di Latina, anni prima, un Carabiniere) e nel 2006, una volta uscito dal carcere, gambizzato da Massimiliano Moro al Centro dell’Orologio, quando il locale “I Gufi” era un luogo frequentatissimo dalla Latina bene e non.
La furia di Moro si abbatte su di lui in seguito a un furto che Agostino, poco tempo prima, aveva commesso ai danni del nipote dell’uomo successivamente ucciso nell’ambito della Guerra Criminale del 2010 tra i clan rom e la banda autoctona capitanata da Mario Nardone.
A fare da paciere, in quel caso, fu Ermanno D’Arienzo, detto Topolino, padre naturale di Angelo “Palletta” Travali, che mise allo stesso tavolo, nella sua casa di Sabaudia, Moro e Agostino all’epoca affiliato al clan di Cha Cha/Travali, insieme ai Morelli. Da quale pulpito D’Arienzo poteva placare una lite finita a pistolettate nel centro di Latina? Lo spiega Agostino: “Era uno dei sette uomini d’oro“, quel gruppo che nei primissimi anni Novanta fu artefice di rapine milionarie a banche e portavalori, e per tale motivo rispettato negli ambienti criminali. Per quale ragione Agostino non denunciò Moro? È sempre Riccardo a dare una risposta ovvia quanto lapidaria se pronunciata in una Corte d’Assise: “In mezzo alla strada non se faceva l’infame“.
 
Armando Di Silvio, detto Lallà
Come Renato Pugliese, anche Agostino Riccardo è ingaggiato nel 2015 appena dopo che la Squadra Mobile di Latina e la Procura fecero scattare gli arresti per i Travali, Cha Cha, Tuma e gli altri. Rimasti fuori dai giri, ma con in dote conoscenze nel ramo dello spaccio (Pugliese) e in quello delle estorsioni (Agostino che era contatto con mezza Latina, tra professionisti e politici), i due vengono assoldati da Lallà.
 
In Aula, Agostino è chiamato a spiegare come avvenivano i fatti criminosi operati dai Di Silvio: molte volte fa riferimento a un cosiddetto tavolo centrale nella casa di Armando in via Muzio Scevola, a Campo Boario, dove lui sedeva alla destra di Lallà. Era lì che si decideva chi estorcere, come e dove. Sulle estorsioni Agostino sostiene di aver avuto l’ultima parola, esclusa quella di Lallà che esercitava l’ok o il niet finale a ogni azione e stabiliva quale dei figli o chi della banda dovesse partecipare alla determinata estorsione. “Stecca para per tutti quanti“, ripete Agostino in aula e lo fa più volte, spiegando che i proventi di estorsioni e droga erano divisi tra tutti i componenti del sodalizio a cui viene contestato il 416bis.

LE PAROLE DI AGOSTINO CONFERMANO QUELLE DI RENATO PUGLIESE 

Lo spaccio di Latina era (è?) divisa in zone. Quando coesistevano in città, prima degli arresti, sia il gruppo Travali che il gruppo di Campo Boario, ai primi spettava il controllo di Palazzoni, Q4/Q5, Villaggio Trieste, ai secondi Campo Boario e il Quartiere Nicolosi (specialmente Via Corridoni). Eppure i due gruppi si fronteggiavano e di certo non si amavano.
 
Salvatore e Angelo Travali
Salvatore e Angelo Travali (foto da Facebook)
Anche Agostino parla della fuitina della figlia di Armando, Sara Genoveffa Di Silvio, con Alessandro Anzovino (fratello dei Travali), di cui aveva diffusamente spiegato anche Renato Pugliese, che fu all’origine di spari e minacce da parte di Lallà e dei suoi famigliari ai Travali. Ne deriva un quadro in cui i Travali sono terrorizzati da Lallà e dai suoi figli che avevano persino osato sparare a casa della nonna dei fratelli, figli di Maria Grazia Di Silvio: la Vera Casamoneco (un errore all’anagrafe che cambiò la “i” in “e”) sorella del “Re di Roma” Vittorio Casamonica, quello dei petali sulla Capitale, gli elicotteri e i parenti invitati da Bruno Vespa a “Porta a Porta”.
 
Ai Travali, secondo quanto ricostruito da Agostino, furono riservati proiettili da parte di LallàandCo inducendo i due fratelli a fuggire da Latina.
 
ERAVAMO TRADITORI – Per spiegare l’approccio alla politica, Agostino parte dagli arresti di Don’t Touch. Fino al 2015, le campagne elettorali e i voti di scambio erano ad appannaggio del gruppo Travali/Cha Cha che gestivano la campagna elettorale di molti politici: da Pasquale Maietta a cui erano legati anche attraverso il Latina Calcio di cui gestivano curva e bar allo Stadio, a Gina Cetrone menzionata a più riprese.
 
Fabio Rampelli
Fabio Rampelli
Dopo lo scandalo derivante da Don’t Touch e la retata degli inquirenti, il campo della politica rimane scoperto. Ecco perché Lallà, fino ad allora a secco in questo ambito, si prende tutto tramite Agostino che aveva rapporti decennali con la politica pontina. Ai Travali, però, ristretti in carcere, non piace perdere un affare così remunerativo come quello delle affissioni elettorali e della compravendita dei voti. Per tale motivo, mandano un’ambasciata ai Di Silvio che si incontrano allo Stadio Francioni con Sabatino “Manolo” Morelli il quale, però, considerata la posizione di minoranza deve soprassedere al nuovo stato di cose: ai Di Silvio vanno Noi Con Salvini e la lista “La Tua Voce per Latina” con candidato sindaco Davide Lemma (ex collaboratore di Maietta) a Latina, più Gina Cetrone a Terracina; a lui, in particolare al fratello Angelo “Calo” Morelli, la campagna elettorale di Angelo Orlando Tripodi, attuale consigliere regionale della Lega. 
 
Prendemmo in mano tutto noi su Latina e Terracina“, dichiara Agostino. E altro aspetto inquietante, fino ad oggi voce di popolo, è che anche prima pare avessero tutto loro “in mano”. Persino quando, nel 2013 (all’epoca Agostino era con i Travali, Viola ecc.), Pasquale Maietta non sarebbe rientrato alla Camera dei Deputati se chi lo precedeva nella lista, Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia e attuale Vicepresidente della Camera dei deputati nella XVIII Legislatura, non si fosse dimesso insieme a Giorgia Meloni. Sia la leader “Giorgia” che Rampelli optarono per un’altra circoscrizione al fine di permettere a Maietta di entrare alla Camera dei Deputati da terzo nella lista (all’epoca vigeva la legge elettorale Porcellum). “Rampelli fu minacciato“, ha detto oggi Agostino Riccardo in aula, talché Maietta divenne parlamentare.
 
TERRACINA, ACCUSE CHE IMBARAZZANO IL CENTRODESTRA – Ciò che colpisce dai racconti di Agostino è il non detto. A Terracina, per le Comunali 2016, dove i Di Silvio trovarono più difficoltà ad affiggere i manifesti elettorali per militarizzare la visuale degli elettori, Agostino dichiara che, considerato che la faccia e la lista di Gina Cetrone venivano sistematicamente coperte da quelle dei candidati sindaco Nicola Procaccini e Gianluca Corradini, il gruppo rom si rivolse alla concorrenza.
Per farlo Agostino contatta Genny Marano, trapiantato a Terracina, ma figlio di una Licciardi, il clan di camorra della Masseria Cardone facente parte della temutissima Alleanza di Secondigliano. A Marano, Agostino e i Di Silvio, in un incontro tenutosi a cena al “Caminetto”, chiedono che i suoi “scagnozzi” non coprano più i manifesti di Cetrone. Marano si muove e organizza un incontro tra i “suoi attacchini di manifesti” e Agostino.
 
Gina Cetrone
Nella foto, Gina Cetrone con Armando Cusani, coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari, da ultimo nell’inchiesta Tiberio. Di lui, nell’estate del 2017, Gina Cetrone diceva: “L’UNICO PRESIDENTE CHE HA FATTO GLI INTERESSI DELLA NOSTRA PROVINCIA E DEI CITTADINI.
FORZA E CORAGGIO PRESIDENTE E AVANTI TUTTA SENZA ALCUN TIMORE!”
Ma se su chi conducesse la campagna elettorale, almeno sul lato dei manifesti e della compravendita dei voti, per conto dei politici di Latina e di Cetrone a Terracina si sa tutto, almeno a quanto riportano i pentiti di Alba Pontina, una domanda, come diceva quel tale, sorge spontanea. Se gli scagnozzi di Marano occupavano gli spazi di Cetrone con i manifesti degli altri due candidati sindaco Corradini e Procaccini, vuol dire che questi ultimi si erano affidati ai “bravi ragazzi” di Marano? Non è dato sapere, anche se la logica non è una fumisteria.
 
SOLDI, SOLDI, SOLDI – Ad ogni modo, secondo Riccardo, l’imprenditore dei rifiuti Raffaele Del Prete, per la campagna elettorale di Latina 2016, diede per “Noi Con Salvini” (“Adinolfi era il nostro candidato” – ha detto in aula Riccardo) quasi 40mila euro, mentre Gina Cetrone (“Cetrone fu presentata a me e Francesco Viola da Di Giorgi“: ndr, ex sindaco di Latina Giovanni Di Giorgi), tra cambiali e soldi, circa 25mila euro.
 
 
ESTORSIONI E INTRECCI
 
Per le estorsioni, pare che Agostino avesse una particolare qualità: i contatti, quelli col mondo di avvocati, commercialisti, imprenditori. La sua persona di fiducia che gli passava le cosiddette storie era Bernardino Franzese, pregiudicato con una condanna definitiva per rapina che, a quanto pare, sapeva dove si trovasse il “pollo da spennare”.
 
Alla stessa maniera di Renato Pugliese, anche Agostino
Luciano Iannotta (da sinistra)
Luciano Iannotta (da sinistra)
parla di Gianluca La Starza, Presidente della squadra di calcio a 5, la Lynx Latina, che secondo loro, era stato estorto a più riprese, sia dai Travali che dai Di Silvio, evitando sempre di denunciare: “La Starza pagava“.
 
Non poteva non essere citata, anche da Agostino, la storia del ristoratore di Sermoneta, Davide Malfetta, quella che abbiamo definito da sempre l’estorsione madre da cui è partita l’indagine “Alba Pontina” e il definitivo pentimento di Renato Pugliese. A fare ombra a tutto, la posizione a metà, tra l’oscuro e l’inquietante, di Antonio Fusco, detto Marcello, l’imprenditore, definito truffatore da Agostino, che avvertì i Di Silvio della retata della Polizia di Latina prima che affondassero il colpo su Malfetta (leggi qui approfondimento).  
Eppoi, ancora, le estorsioni, originate da una richiesta di Giuseppe “O Marocchino” D’Alterio, a ben tre banconisti del mercato a Latina, per abbassare i prezzi della merce; quelle ai danni degli avvocati, tra cui Stefano Trotta, la cui casa fu persino violata da Agostino e i Di Silvio con la scoperta di un parco macchine di tutto rispetto, molte delle quali non intestate a lui; e, infine, la figura che si riconferma di Luciano Iannotta, il presidente di Confartigianato Imprese e del Terracina calcio, che si mise in mezzo per evitare alla sua “testa di legno” De Gregoris (così lo ha definito Agostino Riccardo) di finire strozzato in una complessa vicenda di un triplice recupero crediti che coinvolse un uomo di Sonnino e due imprenditori di Monterotondo.

 

PAROLE COME PIETRE SU ALESSANDRO ZOF

Pungolato dalle domande del pm Luigia Spinelli, Agostino racconta anche della figura di Alessandro Zof, più volte coinvolto in fatti criminosi, e persino gambizzato nel 2010 da Ferdinando “Pupetto” Di Silvio e Cristian Liuzzi a causa di una donna contesa (per quanto riportato da Agostino Riccardo). Secondo Riccardo, Zof era un affiliato al clan Travali ma con uno spessore criminale da non sottovalutare. Non solo per gli spari all’American Bar del Circeo per cui, ad oggi, si trova sotto processo per tentato omicidio, ma anche per i colpi all’indirizzo di Luca Parlapiano, poi fuggito in Spagna, e del Già Sai, il locale sul lungomare di Latina effettivamente raggiunto, ad agosto 2014, da una serie di pallottole.
 
I prossimi appuntamenti per il processo Alba Pontina riserveranno altre sorprese, c’è da scommetterci. Già fissate le due future udienze: 24 marzo quando Agostino Riccardo finirà la sua deposizione e 28 aprile.
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