ALBA PONTINA: LE SOFFIATE DI ZI’ MARCELLO CHE AIUTARONO MASSIMILIANO MORO

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Processo Alba Pontina. Durante l’udienza odierna, il particolare che non ti aspetti rivelato da uno degli investigatori: le soffiate di Antonio Fusco detto Zi’ Marcello alla mala non sono una novità

A parlare, nella deposizione presso l’Aula della Corte d’Assise del Tribunale di Latina, è il vice Commissario della Squadra Mobile di Latina Elio Beneduce. Il processo, come noto, è quello per associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga e alle estorsioni che vede alla sbarra Armando “Lallà” Di Silvio, la moglie Sabina De Rosa, le figlie Angela detta “Stella”, Sara Genoveffa e Giulia Di Silvio, Francesca De Rosa, Tiziano Cesari e Federico Arcieri (marito di Sara Genoveffa).

Una deposizione che ripercorre alcune vicende cristallizate già in altre fasi del processo come l’estorsione ai danni di una commessa di Latina che, per inciso, quando riceve la visita delle donne dei Di Silvio, insieme al nipote minorenne di Armando Di Silvio, era anche incinta e, pertanto, vieppiù terrorizzata dalle richieste estorsive di persone che non volevano pagare quanto dovuto.

E, ancora, lo spaccio a Piazza del Quadrato e al quartiere Nicolosi che continua imperterrito da anni, controllato dai maghrebini e da Valentina Travali soggiogati, in quel periodo (tra la fine del 2015, quando arrestano i fratelli Travali e quelli di Don’t touch, e il 2018, quando scattano i provvedimenti cautelari di Alba Pontina), dai Di Silvio che li mettono a loro servizio. Fino all’episodio, entrato di diritto in questo processo più volte, che vede protagonisti Pugliese e Riccardo che si recano fino a Roma, a Tor Bella Monaca, e riescono a sottrarre sotto il naso di affiliati dei Moccia di Afragola (da anni di stanza a Roma) un carico di cocaina, riportando solo una ferita dovuta a un calcio alla schiena che il figlio di Cha Cha ricevette durante la colluttazione prima della fuga a Latina.

Ma quello che garantisce al processo un vecchio/nuovo spunto su cui riflettere è quando si parla della figura più misteriosa dell’intera inchiesta della Squadra Mobile di Latina: si tratta di Antonio Fusco detto Zì Marcello, il personaggio di cui Latina Tu ha approfondito svariate volte i contorni, già menzionato in altre udienze del processo, anche dai due collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Agostino Riccardo, indagato per favoreggiamento e destinatario di un avviso di garanzia arrivato durante il lockdown (ad aprile) da parte dei sostituti procuratori di Roma (pool Antimafia) Luigia Spinelli e Barbara Zuin.

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Per chi non lo ricordasse, Antonio Fusco è colui che soffiò notizie d’indagine al clan Di Silvio, in particolare alla persona di Agostino Riccardo all’epoca affiliato al sodalizio, telefonando al numero di Gianluca “Bruno” Di Silvio da un luogo insolito e dai riverberi inquietanti: il centralino del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Latina.

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Fusco diede notizie al clan rivelando loro che gli investigatori erano sulle tracce dell’estorsione che avrebbe poi costituito l’atto criminoso da cui tutta l’inchiesta Alba Pontina ha preso il via, compreso il definitivo pentimento di Renato Pugliese il figlio di Cha Cha: ci riferiamo all’estorsione ai danni di un ex ristoratore di Sermoneta Scalo, Davide Malfetta (un tempo legato anche al Latina Calcio di Pasquale Maietta e all’ex candidato sindaco Davide Lemma), nel settembre di quattro anni fa (2016).

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Fu a causa di quell’intervento che gli arresti della Squadra Mobile nei confronti di Riccardo, Pugliese, e dei due figli di Lallà, Ferdinando “Pupetto” e Samuele Di Silvio rischiarono di slittare così da compromettere un’indagine importantissima per la storia criminale della città di Latina.

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Tuttavia, oggi 29 settembre, si viene a scoprire che Antonio Fusco detto Zi’ Marcello – il quale, come detto dai pentiti, ha avuto rapporti con più soggetti criminali di Latina e provincia (dai Ciarelli a Gangemi per arrivare ai Di Silvio) e avrebbe interessi in Kenya – quel “vizietto” di mandare all’aria indagini e arresti pare l’abbia sempre avuto. È proprio il vice Commissario Beneduce a ricordarlo in Aula quando, parlando dell’estorsione a Davide Malfetta, ricorda di aver riconosciuto la voce inconfondibile di Fusco.

I funerali di Massimiliano Moro (foto da Leggo.it)
Anno 2010: i funerali di Massimiliano Moro (foto da Leggo.it)

Un timbro che il vice-commissario ricordava da tempi antichi, riconducibili a più di 10 anni fa, quando Fusco avvertì Massimiliano Moro, all’epoca punto di riferimento per i Travali e Pugliese, che la Squadra Mobile gli stava alle calcagna per interrompere i suoi “affari”, arrestarlo e, chissà, per evitargli la sua fine: morto ammazzato in un gelido giorno del gennaio di più di dieci anni fa. Anno di grazia 2010.

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Per quelle soffiate Fusco fu indagato, anche se non vi sono tracce di condanne esemplari o che comunque lo abbiano richiamato all’ordine tant’è che, a distanza di qualche anno, la Squadra Mobile lo ritrova intento a corrompere un’altra indagine.

Uno spaccato sicuramente inquietante che apre squarci sulla credibilità di alcune inchieste che forse potevano essere e forse non sono state a causa di talpe e soffiatori. Perché Fusco è descritto, già nell’ordinanza di custodia cautelare di Alba Pontina nel 2018, come un uomo dalle concrete aderenze nelle Forze dell’Ordine. Che si sia trattato di leggerezza di qualcuno non è ancora chiaro (probabilmente il processo di Roma a carico di Fusco potrà offrire un quadro più trasparente), fatto sta che si tratta di un uomo che poteva soffiare le indagini di investigatori esperti dal centralino della Finanza di Palazzo M. Non proprio rassicurante, tanto più che fu l’attuale Capo della Procura di Roma, Michele Prestipino, a dichiarare nel gennaio scorso, presso la Commissione Antimafia del Parlamento, di come a Latina e provincia ci fosse una forte territorializzazione del personale degli organi investigativi: un aspetto che, secondo il magistrato, si mostrava deficitario nel compimento delle indagini rivelando condotte non proprio edificanti da parte di appartenenti alle forze dell’ordine, a tal punto da far prendere provvedimenti in sede amministrativa e disciplinare.

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Un passato che ritorna, quello di Fusco e Moro, e che solo apparentemente rimane un pezzetto di un’udienza di un processo per mafia. È molto di più: una traccia per comprendere la palude pontina popolata da personaggi che si ripetono, che possono avere rapporti sia con le “guardie” che con i “ladri” e deviare il corso della storia.

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