OMICIDIO ALL’IMMACOLATA, LE CONFERME DELLA COMPAGNA SULL’AUTO DEI DI SILVIO

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Il killer sedicenne e Ferdinando (Pescio) Di Silvio, entrambi accusati dell'omicidio di Ibrahim Dibba

Ucciso in via XXIV Maggio, vicino alla chiesa dell’Immacolata: si è svolto l’incidente probatorio per il delitto di Ibrahim Dibba

Si è svolto ieri, 26 ottobre, l’atteso incidente probatorio chiesto dalla Procura minorile in ordine al delitto di Ibrahim Dibba, il 27enne gambiano ucciso con tre colpi di pistola lo scorso 16 settembre a Latina. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale dei Minorenni di Roma, Federico Falzone, infatti, aveva concesso altri giorni di tempo all’avvocato Sandro Marcheselli, che difende il sedicenne Di Silvio, autore materiale degli spari, poiché non aveva avuto a disposizione tutto il materiale video e audio. In particolare, l’avvocato aveva chiesto di poter scandagliare meglio le immagini delle quattro telecamere che hanno immortalato l’auto che da Villaggio Trieste si è spostata in Viale XXIV Maggio da Villaggio Trieste, per poi tornare a Campo Boario. Chiesta dal difensore anche la registrazione audio-video in cui la compagna di Dibba risponde alle domande dei magistrati che conducono l’indagine: il procuratore capo di Latina, Gregorio Capasso, e la procuratrice aggiunta, Luigia Spinelli.

La scorso 21 ottobre, la compagna di Dibba si era presentata al Tribunale dei Minorenni scortata dai poliziotti della Squadra Mobile di Latina, mentre l’algerino Hamza Meghrabi, testimone oculare dell’omicidio, è emerso essere scomparso. L’uomo, condotto qualche giorno dopo l’omicidio in una località protetta, è diventato uccel di bosco: ha lasciato la struttura dove era stato portato e, secondo un’annotazione di polizia giudiziaria, è stato segnalato a Bardonecchia dove ha passato la frontiera per recarsi in Francia. Un fatto piuttosto impattante ai fini del futuribile processo, se si considera che Hamza sarebbe stato il testimone chiave, colui che ha visto il sedicenne Di Silvio, accompagnato da Ferdinando Di Silvio detto Pescio e Gaetano Mattiuzzo, sparare contro Dibba nei pressi della Chiesa dell’Immacolata di Latina.

L’immigrato algerino, ascoltato a sommarie informazioni dagli inquirenti, giurava di aver visto sparare il sedicenne Di Silvio, avvicinatosi al 27enne gambiano mentre l’auto Kia Picanto lo aspettava sulla circonvallazione. Per quanto riguarda l’incidente probatorio che si dovrebbe tenere a Latina, il giudice per le indagini preliminari non lo ha ancora fissato. La ragione è che l’inchiesta per i due maggiorenni indagati – “Pescio” Di Silvio e Gaetano Mattiuzzo – sarebbe passata sotto la competenza del sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia, Margherita Pinto. A loro due, infatti, è probabile che venga contestato l’omicidio in concorso aggravato dal metodo mafioso. Ecco perché non sarà il giudice per le indagini preliminari pontino a fissare l’incidente probatorio, piuttosto uno capitolino, competente per materia. “Pescio” Di Silvio è figlio di Costantino “Patatone” Di Silvio e nipote di Giuseppe “Romolo” Di Silvio, così come ne è imparentato Gaetano Mattiuzzo. “Patatone” e “Romolo”, in carcere per l’omicidio volontario di Fabio Buonamano commesso nel 2010, fanno parte del cosiddetto clan Di Silvio del Gionchetto, coinvolto più volte in inchiesta antimafia.

Incidenti probatori che servono per cristallizzare le testimonianze contro coloro che sono ritenuti responsabili del delitto. Peraltro, l’uomo di origine algerino si trovava al momento in una struttura protetta, in considerazione delle dichiarazioni accusatorie rivolte verso i componenti del clan Di Silvio sponda Gionchetto. La compagna di Dibba, invece, è libera, seppur vigilata dalla Polizia di Stato. La scomparsa di Hamza segna un passaggio pesante per la tenuta dell’inchiesta, seppur vi siano le dichiarazioni della compagna di Dibba, a questo punto l’unica a dover essere ascoltata in incidente probatorio, e i “frame” delle telecamere.

La donna, ieri, ha confermato quanto detto in sede di sommarie informazioni agli inquirenti pontini. È stata interrogatata dal sostituto procuratore della Procura dei Minorenni, Giulia Bisello, e dall’avvocato difensore Sandro Marcheselli.

Ovviamente, il procedimento odierno, presso il Tribunale di Roma, riguarda solo il sedicenne considerato l’autore materiale dell’omicidio. Come noto, ad essere arrestati per l’omicidio Dibba sono il sedicenne Di Silvio, difeso dall’avvocato Sandro Marcheselli, il 25enne Ferdinando Di Silvio detto “Pescio”, difeso dall’avvocato Luca Melegari e il 21enne Gaetano Mattiuzzo, difeso dagli avvocati Gaetano Marino e Massimo Frisetti. Tutti e tre si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

A fornire un impulso decisivo alle indagini era stata la compagna di Dibba. Si tratta di una 36enne rumena che ha rilasciato le sue dichiarazioni anche alla Rai, peraltro spiegando di aspettare un bambino dal gambiano.

La donna ha spiegato di essere una senza fissa dimora e che con Dibba venivano ospitati ogni tanto da una signora al Villaggio Trieste. In altri giorni la coppia dormiva all’aperto nei pressi del centro commerciale Le Torri. La mattina del 16 settembre, insieme al compagno, la donna ha spiegato agli inquirenti di essersi recati a Campo Boario per acquistare crack, in quanto erano assuntori abituali. La droga veniva acquista nel palazzo vicino a quello dei Vigili del Fuoco: una vera e propria piazza di spaccio, con reperibilità dei pusher h24. A reggere la piazza di spaccio è proprio il sedicenne killer che, in cambio di “lavoretti”, dà la droga a Dibba e alla compagna. Insieme a lui, la donna spiega che ci sono sempre Ferdinando Di Silvio detto “Pescio” e altri due componenti della famiglia rom.

“Due settimane fa – spiega la compagna del gambiano – il sedicenne Di Silvio aveva chiesto a me e Dibba di andare nelle discoteche a rubare le collanine, ma noi ci siamo rifiutati. Dibba accettava di fare lavoretti e loro pagavano con la droga, ma non sempre accadeva così, in quanto molte volte poi si rifiutavano di dare la droga, nonostante Dibba avesse fatto quello che loro gli avevano chiesto di fare. So che Dibba successivamente alla richiesta di rubare le collanine nelle discoteche ha invece accettato l’incarico di dare fuoco a un cavallo vivo, sempre nella zona di Campo Boario. Il fatto risale a circa due settimane fa”.

In quell’occasione, fu il sedicenne a chiedere a Dibba “di dare fuoco a un cavallo vivo per danneggiare una famiglia a loro nemica. Dibba aveva accettato e mi aveva lasciato lì come garanzia nel senso che voleva far capire che sarebbe tornato a lavoro finito”. Una volta ultimato il “lavoretto”, Dibba ha ottenuto il crack. Il giorno del 16 settembre, con 20 euro dati da Dibba, è stata la donna a comprare il crack da Pescio Di Silvio e dal cugino sedicenne, sempre nella solita piazza di spaccio di Campo Boario: “Dibba era rimasto distante perché come mi ha detto non poteva andare in quanto c’erano stati problemi la sera precedente con loro”.

È la donna a raccontare che la sera del 15 settembre, al rifiuto del sedicenne Di Silvio di pagare in soldi o in droga, Dibba aveva reagito schiaffeggiandolo in via Pionieri della Bonifica, nei pressi delle cosiddette Torri. Al che il sedicenne aveva preso una pistola per sparare. Il gambiano, però, era riuscito a fuggire. Al momento del litigio, sarebbe stato presente anche un altro immigrato di colore, amico di Dibba. Un racconto che combacia con il fatto di cronaca emerso il 16 settembre e che racconta di spari uditi alle torri di Campo Boario, di cui la Polizia non trovò riscontri.

Prima dell’omicidio, ad ogni modo, Dibba, la compagna e un altro ragazzo immigrato hanno consumato il crack nei pressi dei palazzi popolari di Via Virgilio. È lì che si è avvicinato il ragazzo algerino in bici, per poi andare via con Dibba. Dopo qualche minuto che la donna non li vedeva arrivare è andata a cercarli, percorrendo la strada dal Villaggio Trieste verso via XXIV Maggio: “Ho visto Dibba in piedi sul marciapiede vicino al benzinaio e subito dopo accasciarsi. In quello stesso momento ho visto allontanarsi la macchina scura e ho riconosciuto Ferdinando alla guida e il sedicenne lato passeggero…la stessa macchina l’avevamo notato poco prima al Villaggio Trieste”.

Poco prima dell’omicidio, la donna racconta anche cosa si sarebbero detto i Di Silvio nell’auto Picanto con Dibba e un altro immigrato. Fermi in Via Virgilio, “sono stati chiamati da Ferdinando e ha chiesto loro di fare dei “lavoretti”. Ho sentito Ferdinando (nda: Pescio) che diceva “venite a lavora’”, ma entrambi hanno detto di no”.

Dalla testimonianza della donna emerge la rivalità tra i Di Silvio di Campo Boario, capeggiati da Armando “Lallà” Di Silvio (boss detenuto e condannato per associazione mafiosa) e i Di Silvio del Gionchetto, ossia quelli del boss “Romolo” (anche lui detenuto per l’omicidio Buonamano), di cui fanno parte “Pescio” e il sedicenne. “Dibba e anche i suoi amici mi hanno detto che se compravano la droga ai palazzoni (vicino ai Vigili del Fuoco, i cosiddetti palazzi gemelli) non potevano comprarla presso la casa di Armando e viceversa, questo perché erano stati i venditori a porre queste condizioni”. Da una parte “ci sono quelli che vendono nella casa dei leoni” (i Di Silvio di “Lallà”) e dall’altra “quelli che vendono ai palazzoni” (i Di Silvio di “Romolo”). Tra di loro, “sono nemici”, tanto che il cavallo bruciato vivo è probabile sia appartenuto alla famiglia rivale dei Di Silvio di Campo Boario, nella zona di Via Coriolano.

Tuttavia le dichiarazioni della compagna di Dibba che aveva spinto la Procura dei Minori a emettere il fermo del sedicenne già il 19 settembre, erano corroborate dalle sommarie informazioni dell’algerino, ossia l’uomo col cappellino che viene visto insieme a Dibba parlare con i Di Silvio al Villaggio Trieste. Ecco perché il fermo del sedicenne slitta di qualche giorno, in quanto ciò che dice l’algerino, ora sparito, rafforzava le accuse a carico dei killer.

Dopo gli spari e l’omicidio, la donna è certa: “a bordo dell’auto c’erano Ferdinando e il sedicenne, li ho riconosciuti dall’abbigliamento”. Sull’algerino, la donna spiega che “credo abbia indotto Dibba a uscire fuori e seguirlo su ordine di Ferdinando e del sedicenne. Lo dico perché l’algerino non si faceva vedere al Villaggio da due mesi. Ferdinando e il sedicenne penso abbiano pianificato tutto”. Secondo la testimonianza della donna, sarebbe stato “Pescio” a guidare l’auto Picanto al momento degli spari in via XXIV Maggio.

LE ACCUSE – Un delitto per un futile motivo, aggravato dalla premeditazione. Gli inquirenti – Procura di Latina e Procura di Minori di Roma – contestano al sedicenne Di Silvio l’omicidio volontario. Si tratta dell’adolescente che, nella serata del 16 settembre, un minuto dopo passate le otto e un quarto, ha ucciso come fosse meno di un cane il 27enne del Gambia, Ibrahim Dibba. Ad accompagnarlo, il cugino di secondo grado, Ferdinando “Pescio” Di Silvio (25enne, figlio di “Patatone” Di Silvio e già noto alle cronache giudiziarie) e altre due o tre persone. A tutti è contestato l’omicidio in concorso.

Il ragazzo gambiano aveva precedenti per spaccio di droga, frequentava il Villaggio Trieste e la Caritas e, spesso, essendo tossicodipendente, non era molto lucido. Credeva di esserlo quando, martedì 15 settembre, si è recato presso via Pionieri della Bonifica, proprio nelle vicinanze delle cosiddette Torri di Campo Boario, dove ha reclamato soldi che il giovane appartenente al clan/famiglia Di Silvio gli dovevano.

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È questo di cui sono convinti gli inquirenti sulla scorta delle dichiarazioni della compagna di Dibba (anche lei immigrata), rilasciate per di più agli organi d’informazione. La donna, peraltro incinta di Dibba, ha parlato da sempre di un “lavoretto” che il gambiano aveva fatto per conto dei Di Silvio, o come li chiama lei “gli zingari”. Probabilmente qualcosa nell’ambito dello spaccio, dal momento che il 27enne era solito comprare droga per spacciarla oppure per farne uso. I venditori erano i Di Silvio del Gionchetto, il ramo da sempre più violento della galassia rom di Latina, peraltro inviso anche alle altre famiglie/clan di origine zingara. Si tratta del gruppo capeggiato da Giuseppe Di Silvio detto “Romolo” e Costantino Di Silvio detto “Patatone”, entrambi in carcere per l’omicidio di Fabio Buonamano detto Bistecca avvenuto nel 2010, all’inizio della cosiddetta guerra criminale. Una guerra fatta affinché i clan rom sancissero ad libitum il loro potere criminale nelle strade di Latina. In quel caso, contro “Bistecca”, fu un omicidio di un pezzo grosso della malavita pontina, non certo un immigrato che frequentava la Caritas del Villaggio Trieste. Uno che non contava niente nell’ambito della malavita pontina. Un uomo ai margini della città, la cui vita è stata stroncata per niente.

Secondo quanto raccontato dalla donna di Dibba, il movente dell’omicidio è stato l’affronto del medesimo compagno. Recatosi a Campo Boario per riscuotere il dovuto relativamente al “lavoretto”, Dibba si sarebbe visto negare la somma di denaro dal sedicenne, “committente” del “lavoretto”. Al che Dibba avrebbe detto: “O mi pagate o mi date il crack”. Ne sarebbe nato un alterco con F.D.S. (le sue iniziali), il sedicenne (classe 2010) che gli avrebbe risposto per le rime e avrebbe causato la reazione del gambiano, il quale gli avrebbe tirato uno schiaffo assestato in faccia.

Il sedicenne Di Silvio, nipote dei boss “Romolo” e Carmine Di Silvio detto “Zio Sale” o “Porcellino”, in quanto figlio di una sorella dei due, avrebbe fatto fuoco per spaventare Dibba o per ucciderlo. Non è dato sapere e difficilmente mai si saprà quali fossero le sue intenzioni. Ciò che è certo è che qualcuno, quel martedì 15 settembre, ha udito i colpi di pistola, chiamando il 112 e generando l’intervento dei poliziotti che, una volta sul posto, non hanno trovato bossoli o altri riscontri. Eppure, gli spari ci sono stati. Se, poi, a sparare sia stato il sedicenne o meno, non è confermato, sebbene gli sia contestato dagli inquirenti.

Ad attirare Dibba verso via XXIV e quindi allontanarsi dal Villaggio Trieste, dove si trovava in Via Virgilio, sarebbe stato l’algerino quarantenne di cui parla anche la compagna della vittima. L’algerino è stato ascoltato dagli investigatori della Squadra Mobile e ha riferito che quel pomeriggio inoltrato del 16 settembre lui e Dibba si sono avviati verso il distributore di benzina. Non è chiaro il motivo: l’algerino spiega che avrebbe dovuto vendergli del crack. Ad ogni modo, lo stesso nordafricano ha detto agli investigatori di aver visto ad un certo punto arrivare l’auto Picanto nera, mentre lui si era fermato all’altezza del distributore e Dibba aveva proseguito. L’algerino indica nel sedicenne Di Silvio, alto e in sovrappeso, sporgersi dall’auto, uscire dalla vettura e sparare tre colpi. All’inizio, l’algerino ha pensato fossero stati sparati in aria, poi ha visto il 27enne gambiano cadere e ha capito quanto fosse successo.

L’affronto dello schiaffo, nella logica dei Di Silvio, andava lavato col sangue. Non una semplice spedizione punitiva con pestaggio, come probabilmente avrebbe fatto il padre di “Pescio” negli anni Novanta. L’omicidio, secondo la Procura dei minori, è aggravato perciò da futili motivi, collegati al diverbio del giorno precedente, e premeditazione, desunta dalla predisposizione dei mezzi, dai sopralluoghi effettuati nella zona frequentata dalla vittima, dall’impiego dell’utilitaria per raggiungere il luogo dell’aggressione e fuggire, nonché dal reperimento dell’arma.

L’auto, ossia la Kia Picanto, presa a noleggio da un’altra Di Silvio, parente del sedicenne, sarebbe stata vista girare per il Villaggio Trieste un’ora prima dell’agguato. Girava piano (proprio come fosse un sopralluogo) e all’interno erano in cinque: il sedicenne F.D.S., Ferdinando “Pescio” Di Silvio (25 anni), il giovane classe 2005 Gaetano Mattiuzzo. Alla guida, invece, E.E. (le sue iniziali), il trentenne di origine campana, compagno della donna (Di Silvio anche lei) che aveva preso a noleggio la Kia Picanto, poi ritrovato in Via Pionieri della Bonifica dagli investigatori della Squadra Mobile di Latina.

Il guidatore, E.E., è stato interrogato nella giornata di ieri, 24 settembre, in Questura, ma è stato rilasciato dal momento che non ci sono prove certe che, a guidare alle 20.16 di martedì 16 settembre, c’era lui. Ci sono prove che c’era lui alla guida nell’ora precedente, non prima. Prove che sono fornite – e vale per tutta l’indagine – dalle telecamere disseminate sulle strade della città di Latina e sulle strade percorse dalla Picanto.

Un vero e proprio commando pronto a sparare – se per gambizzare o uccidere è solo un dettaglio. Giuridicamente parlando, gli inquirenti contestano l’omicidio volontario e la decisione su che tipo di reato sia stato consumato l’hanno già presa.

L’auto è andata da Villaggio Trieste ed è tornata più volte in quella serata. Poi, quando Dibba viene localizzato fuori dal quartiere, secondo l’accusa, viene attinto dai colpi d’arma da fuoco esplosi dal sedicenne che si trovava in auto. Due colpi finiscono contro l’addome e Dibba muore poco dopo le ore 21. Sarà l’autopsia che non è stata ancora disposta a chiarire meglio.

Emessi i decreti di fermo dalla Procura di Latina e dalla Procura dei Minori di Roma, “Pescio” e il sedicenne si sono consegnati in Questura, così come il 21enne Mattiuzzo.

Un delitto che lascia atterriti perché avvenuto all’interno della circonvallazione cittadina, in teoria già centro di Latina, a due passi dal Tribunale, dalla Chiesa dell’Immacolata e dall’Università. A compierlo un ragazzo di sedici anni che, già l’anno scorso, era stato destinatario di un provvedimento di avviso orale. L’adolescente, all’età di quindici anni, si era recato nel noto locale su Corso della Repubblica, denominato “Amor di Patata”, e aveva compiuto una rapina. L’allora 15enne si era avvicinato alla cassa e aveva minacciato l’addetto del negozio millantando il possesso di una pistola, lo aveva spaventato tanto da farlo allontanare ed ottenere campo libero per prendere il registratore di cassa con l’incasso della serata.

Il Questore di Latina, ritenendolo soggetto socialmente pericoloso grazie alla novità introdotta dal Decreto Legge n. 123 del settembre 2023 (cosiddetto decreto Caivano), che ha introdotto “misure urgenti per il contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e criminalità minorile”, aveva emesso la misura dell’avviso orale, prima applicabile solo ai maggiorenni ed estesa anche al minorenne che ha compiuto il 14esimo anni di età proprio per dare una spinta alla prevenzione della violenza giovanile.

Prevenzione troppo blanda prevista dalla legge voluta fortemente dal Governo Meloni, tanto che dopo poco più di un anno, il sedicenne si trova indagato per un omicidio che ha creato disagio e sconcerto a Latina.

Oltreché all’omicidio, il sedicenne, insieme a “Pescio”, deve rispondere anche del reato di minacce relativamente ai colpi d’arma da fuoco esplosi martedì 15 settembre a Campo Boario e del reato di detenzione di armi da fuoco, peraltro maneggiate sin da giovane anche dallo stesso Pescio (condannato sei anni fa per aver sparato al Gionchetto).

I due Di Silvio – il sedicenne e “Pescio” – sono accusati anche di spaccio di droga perché avrebbero venduto, lo scorso 16 settembre, un quantitativo di crack per circa 20 euro alla compagna di Dibba.

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