OMICIDIO DELL’IMMACOLATA: IN CINQUE DENTRO L’AUTO. IL KILLER È IL 16ENNE NIPOTE DI “ROMOLO” DI SILVIO: NEL ’25 COLPITO DAL DECRETO CAIVANO

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Ibrahim Dibba
Ibrahim Dibba

Ucciso in via XXIV Maggio, vicino alla chiesa dell’Immacolata: il giallo del delitto di Ibrahim Dibba inizia a prendere forma

Un delitto per un futile motivo, aggravato dalla premeditazione. Gli inquirenti – Procura di Latina e Procura di Minori di Roma – contestano al sedicenne Di Silvio l’omicidio volontario. Si tratta dell’adolescente che, nella serata del 16 settembre, un minuto dopo passate le otto e un quarto, ha ucciso come fosse meno di un cane il 27enne del Gambia, Ibrahim Dibba. Ad accompagnarlo, il cugino di secondo grado, Ferdinando “Pescio” Di Silvio (25enne, figlio di “Patatone” Di Silvio e già noto alle cronache giudiziarie) e altre due o tre persone. A tutti è contestato l’omicidio in concorso.

Il ragazzo gambiano aveva precedenti per spaccio di droga, frequentava il Villaggio Trieste e la Caritas e, spesso, essendo tossicodipendente, non era molto lucido. Credeva di esserlo quando, martedì 15 settembre, si è recato presso via Pionieri della Bonifica, proprio nelle vicinanze delle cosiddette Torri di Campo Boario, dove ha reclamato soldi che il giovane appartenente al clan/famiglia Di Silvio gli dovevano.

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È questo di cui sono convinti gli inquirenti sulla scorta delle dichiarazioni della compagna di Dibba (anche lei immigrata), rilasciate per di più agli organi d’informazione. La donna, peraltro incinta di Dibba, ha parlato da sempre di un “lavoretto” che il gambiano aveva fatto per conto dei Di Silvio, o come li chiama lei “gli zingari”. Probabilmente qualcosa nell’ambito dello spaccio, dal momento che il 27enne era solito comprare droga per spacciarla oppure per farne uso. I venditori erano i Di Silvio del Gionchetto, il ramo da sempre più violento della galassia rom di Latina, peraltro inviso anche alle altre famiglie/clan di origine zingara. Si tratta del gruppo capeggiato da Giuseppe Di Silvio detto “Romolo” e Costantino Di Silvio detto “Patatone”, entrambi in carcere per l’omicidio di Fabio Buonamano detto Bistecca avvenuto nel 2010, all’inizio della cosiddetta guerra criminale. Una guerra fatta affinché i clan rom sancissero ad libitum il loro potere criminale nelle strade di Latina. In quel caso, contro “Bistecca”, fu un omicidio di un pezzo grosso della malavita pontina, non certo un immigrato che frequentava la Caritas del Villaggio Trieste. Uno che non contava niente nell’ambito della malavita pontina. Un uomo ai margini della città, la cui vita è stata stroncata per niente.

Ferdinando Di Silvio detto Pescio
Ferdinando Di Silvio detto Pescio

Secondo quanto raccontato dalla donna di Dibba, il movente dell’omicidio è stato l’affronto del medesimo compagno. Recatosi a Campo Boario per riscuotere il dovuto relativamente al “lavoretto”, Dibba si sarebbe visto negare la somma di denaro dal sedicenne, “committente” del “lavoretto”. Al che Dibba avrebbe detto: “O mi pagate o mi date il crack”. Ne sarebbe nato un alterco con F.D.S. (le sue iniziali), il sedicenne (classe 2010) che gli avrebbe risposto per le rime e avrebbe causato la reazione del gambiano, il quale gli avrebbe tirato uno schiaffo assestato in faccia.

Il sedicenne Di Silvio, nipote dei boss “Romolo” e Carmine Di Silvio detto “Zio Sale” o “Porcellino”, in quanto figlio di una sorella dei due, avrebbe fatto fuoco per spaventare Dibba o per ucciderlo. Non è dato sapere e difficilmente mai si saprà quali fossero le sue intenzioni. Ciò che è certo è che qualcuno, quel martedì 15 settembre, ha udito i colpi di pistola, chiamando il 112 e generando l’intervento dei poliziotti che, una volta sul posto, non hanno trovato bossoli o altri riscontri. Eppure, gli spari ci sono stati. Se, poi, a sparare sia stato il sedicenne o meno, non è confermato, sebbene gli sia contestato dagli inquirenti.

L’affronto dello schiaffo, nella logica dei Di Silvio, andava lavato col sangue. Non una semplice spedizione punitiva con pestaggio, come probabilmente avrebbe fatto il padre di “Pescio” negli anni Novanta. L’omicidio, secondo la Procura dei minori, è aggravato perciò da futili motivi, collegati al diverbio del giorno precedente, e premeditazione, desunta dalla predisposizione dei mezzi, dai sopralluoghi effettuati nella zona frequentata dalla vittima, dall’impiego dell’utilitaria per raggiungere il luogo dell’aggressione e fuggire, nonché dal reperimento dell’arma.

L’auto, ossia la Kia Picanto, presa a noleggio da un’altra Di Silvio, parente del sedicenne, sarebbe stata vista girare per il Villaggio Trieste un’ora prima dell’agguato. Girava piano (proprio come fosse un sopralluogo) e all’interno erano in cinque: il sedicenne F.D.S., Ferdinando “Pescio” Di Silvio (25 anni), il giovane classe 2005 tuttora ricercato e destinatario del provvedimento di fermo e un’altra persona non identificata. Alla guida, invece, E.E. (le sue iniziali), il trentenne di origine campana, compagno della donna (Di Silvio anche lei) che aveva preso a noleggio la Kia Picanto, poi ritrovato in Via Pionieri della Bonifica dagli investigatori della Squadra Mobile di Latina.

Il guidatore, E.E., è stato interrogato nella giornata di ieri, 24 settembre, in Questura, ma è stato rilasciato dal momento che non ci sono prove certe che, a guidare alle 20.16 di martedì 16 settembre, c’era lui. Ci sono prove che c’era lui alla guida nell’ora precedente, non prima. Prove che sono fornite – e vale per tutta l’indagine – dalle telecamere disseminate sulle strade della città di Latina e sulle strade percorse dalla Picanto.

Un vero e proprio commando pronto a sparare – se per gambizzare o uccidere è solo un dettaglio. Giuridicamente parlando, gli inquirenti contestano l’omicidio volontario e la decisione su che tipo di reato sia stato consumato l’hanno già presa.

L’auto è andata da Villaggio Trieste ed è tornata più volte in quella serata. Poi, quando Dibba viene localizzato fuori dal quartiere, secondo l’accusa, viene attinto dai colpi d’arma da fuoco esplosi dal sedicenne che si trovava in auto. Due colpi finiscono contro l’addome e Dibba muore poco dopo le ore 21. Sarà l’autopsia che non è stata ancora disposta a chiarire meglio.

Emessi i decreti di fermo dalla Procura di Latina e dalla Procura dei Minori di Roma, “Pescio” e il sedicenne si sono consegnati in Questura, mentre il 21enne, sempre legato al clan/famiglia Di Silvio, è ancora ricercato.

Un delitto che lascia atterriti perché avvenuto all’interno della circonvallazione cittadina, in teoria già centro di Latina, a due passi dal Tribunale, dalla Chiesa dell’Immacolata e dall’Università. A compierlo un ragazzo di sedici anni che, già l’anno scorso, era stato destinatario di un provvedimento di avviso orale. L’adolescente, all’età di quindici anni, si era recato nel noto locale su Corso della Repubblica, denominato “Amor di Patata”, e aveva compiuto una rapina. L’allora 15enne si era avvicinato alla cassa e aveva minacciato l’addetto del negozio millantando il possesso di una pistola, lo aveva spaventato tanto da farlo allontanare ed ottenere campo libero per prendere il registratore di cassa con l’incasso della serata.

Il Questore di Latina, ritenendolo soggetto socialmente pericoloso grazie alla novità introdotta dal Decreto Legge n. 123 del settembre 2023 (cosiddetto decreto Caivano), che ha introdotto “misure urgenti per il contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e criminalità minorile”, aveva emesso la misura dell’avviso orale, prima applicabile solo ai maggiorenni ed estesa anche al minorenne che ha compiuto il 14esimo anni di età proprio per dare una spinta alla prevenzione della violenza giovanile.

Prevenzione troppo blanda prevista dalla legge voluta fortemente dal Governo Meloni, tanto che dopo poco più di un anno, il sedicenne si trova indagato per un omicidio che ha creato disagio e sconcerto a Latina.

Oltreché all’omicidio, il sedicenne, insieme a “Pescio”, deve rispondere anche del reato di minacce relativamente ai colpi d’arma da fuoco esplosi martedì 15 settembre a Campo Boario e del reato di detenzione di armi da fuoco, peraltro maneggiate sin da giovane anche dallo stesso Pescio (condannato sei anni fa per aver sparato al Gionchetto).

I due Di Silvio – il sedicenne e “Pescio” – sono accusati anche di spaccio di droga perché avrebbero venduto, lo scorso 16 settembre, un quantitativo di crack per circa 20 euro alla compagna di Dibba. Gli interrogatori per il sedicenne, difeso dall’avvocato Sandro Marcheselli e “Pescio”, assistito dall’avvocato Luca Melegari, non sono stati ancora fissati.

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