FOLGORATO SUL CANTIERE A SONNINO, PARLANO I PARENTI DI MUSILLI: “CI MENTIRONO”

Operazione Blackout: entra nel vivo il processo in cui si contesta l’omicidio per morte dell’operaio che fu spostato dal cantiere, dopo essere stato fulminato da una scossa elettrica

Sono iniziate oggi, 22 settembre, le testimonianze dell’accusa nel processo per i quattro imputati accusati dell’omicidio volontario con dolo dell’operaio Umberto Musilli. Dopo l’errore di aver assegnato il processo a un semplice collegio, si è ripartiti davanti alla Corte d’Assise presieduto dal presidente Mario La Rosa, a latere la collega Francesca Ribotta e la giuria popolare.

Non c’è un braccio lanciato davanti casa come per il povero indiando Satnam Singh, eppure il caso della morte dell’operaio Umberto Musilli è in pari modo vissuto come una ingiustizia da famigliari e conoscenti accorsi anche oggi nell’aula di Tribunale. Accolta la costituzione di parte civile per i sindacati Cgil e Filca Cisl, e l’Anmil, l’Associazione nazionale lavoratori mutilati e invalidi del lavoro, difesa dall’avvocato Massimiliano Gabrielli. Parti civili anche i famigliari di Umberto Musilli, assistiti dall’avvocato Antonio Nobile.

Sono, invece, responsabili civili, quindi chiamati a risarcire l’eventuale danno, le società coinvolte nella morte di Musilli – Latina Beton, Giudici impresa individuale srl e Edil Teodonio srl – oltreché al fondo Littoria proprietario del terreno sui cui sorge l’azienda in cui lavoravo l’operaio Umberto Musilli. Escluso come parte civile il Comune di Sonnino ritenuto non in grado di dimostrare di aver svolto attività di tutela dei lavoratori.

Ad essere imputati Sebastiano Dei Giudici, di Sonnino, classe 1975, difeso dagli avvocati Oreste Palmieri e Alessio Faiola; Roberto Orsini, di Latina, socio della Latina Beton srl, difeso dall’avvocato Oliviero Sezzi; Federica Libanori, di Latina, classe 1979, amministratore di fatto della Latina Beton srl, assistita dall’avvocato Oliviero Sezzi; Luca Antonetti, di Sonnino, classe 1971, difeso dall’avvocato Oliviero Sezzi.

Il Gup Cortegiano, lo scorso novembre 2025, aveva accolto anche l’istanza di patteggiamento a 1 anni e 6 mesi, oltreché al risarcimento dei famigliari della vittima, per Vincenzo Soale, di Priverno, classe 1986, difeso dall’avvocato Italo Montini.

Il pubblico ministero Giuseppe Miliano, nella primavera scorsa, ha chiesto la perizia su una serie di intercettazioni svolte nel corso dell’indagine. Chiesto anche il verbale di interrogatorio di Giuseppe Soale, il datore di lavoro di Musilli, possibile imputato ma deceduto.

Oggi, sono state ascoltate la figlia e il nipote della vittima: Assunta e Loreto Musilli. A testimoniare anche un’ispettore dell’Asl. La figlia ha raccontato in aula, interrogata dal pm Miliano e dalle parti, la drammatica vicenda del padre ferito sul cantiere e morto il 27 ottobre 2022 dopo circa quattro mesi di coma dalla data fatidica dell’incidente avvenuto a giugno dello stesso anno.

“Fui chiamata da mia madre – ha spiegato Assunta Musilli – e mi disse che mio padre aveva avuto un malore. Si trovava all’icot e mio padre era grave, era entrato nel pronto soccorso come paziente ignoto”. Dopo l’operazione subita e la terapia intensiva, l’uomo non si è più ripreso: “Mio padre non ha mai ripreso conoscenza, non aveva più riflessi. Quando lo vidi, mi accorgo di una fasciatura sulla mano sinistra e chiedo al personale sanitario del perché. Mi dicono che non importava che mio padre era grave”. Successivamente, dopo il decesso, “mi dissero che aveva avuto un arresto cardiocircolatorio”.

Appena rinvenuto per terra vicino al cantiere, il personale sanitario del 118 provò a rianimare l’uomo, utilizzando il defibrillatore due volte: un massaggio durato 15 minuti. La famiglia, sin da subito, ha avuto dubbi sulle circostanze dell’incidente occorso a Umberto Musilli, il particolar modo dalla gettata di cemento disposta irregolarmente nel cantiere di Via Fontanelli, a Sonnino. Cemento gettato in modo che avrebbe denotato una certa rapidità nel lasciare il cantiere da parte di chi vi lavorava, proprio come se fosse accaduto un incidente. “Soale – spiega la figlia – chiamò mio padre 20 giorni prima dell’inizio del cantiere. Sapevo che dovevano fare una gettata di un piazzale per il lavaggio dei camion e per le acque sporche”. Un lavoro a chiamata, senza contratto di lavoro e rispetto delle regole.

Dopo l’incidente, “Soale disse che si erano fatti male sul cantiere e dopo l’incidente chiedeva come stesse mio padre. Veniva ogni giorno a casa. Ci assicurava che mio padre non si era fatto male con un incidente”. Nel corso della testimonianza, così come nell’escussione del nipote della vittima, emerge il nome di una donna, Francesca Gasbarroni, che avrebbe raccontato di come, la mattina dell’incidente, sarebbe passata intorno alle 9,20 presso il cantiere per portare il pranzo al marito e tornando avrebbe visto la macchina di De Giudici che si accostava al marciapiede. Vicino all’auto, Umberto Musilli ormai a terra, dopo aver messo il cavalletto al suo scooter. Sin da subito., i parenti dissero alla figlia dell’uomo che c’erano incongruenze sul cantiere. “Abbiamo capito che chi era sul cantiere mentiva sulla causa del ferimento di mio padre. Alla fine, mio padre è morto il 27 ottobre ed è stato sempre in coma. Dopo aver capito dell’anomalia sul cantiere, non abbiamo più parlato con Soale”. A emergere anche il particolare delle bruciature suglin stivali da lavoro di Umberto Musilli.

A corroborare la tesi dell’accusa, anche il nipote di Musilli che racconta di essere entrato nel cantiere e aver a De Giudici dello zio: “Mi disse che l’aveva trovato per strada: Mi disse che si era sentito male e poi ripeteva agitato: “Come dico, sbaglio”. Dopodiché De Giudici mi raccontò di aver chiamato l’ambulanza, ma non mi disse mai che cosa fosse successo, solo che mio zio stava male e che gli aveva messo un cuscino sotto la testa”

Umberto Musilli, come racconta il nipote, fu rinvenuto in prossimità del cancello all’entrata del cantiere. “La sera stessa feci domande a Giuseppe Soale. Dentro il cantiere ho visto che c’era una gettata di cemento e poi un’altra zona con il cemento non lisciato bene. Era rimasto così perché avevano dovuto abbandonare i lavoro”. Una circostanza probabilmente dovuta all’incidente capitato a Musilli. Senza contare che fu De Giudici a dire al nipote di spostare il prima possibile il motorino dal cantiere. “Ebbi come un sesto senso che mi diceva di andare a controllare il cantiere. Mi affacciai e vidi delle opere che non erano state gettate adeguatamente”.

Il nipote dell’uomo ha raccontato tutti i tentativi per risalire alla verità, arrivando a dire che parlando con chi era presente sul cantiere, gli è sembrato che fosse stata fornita una versione a tavolino. Ad ogni modo, l’uomo non si è dato mai per vinto, tanto da decidere di scattare per conto suo diverse foto sul cantiere. Anche lui, come la cugina, cita anche Francesca Gasbarroni, tuttavia sarebbe stato Orsini “a dirmi che si erano fatti male dentro il cantiere. Mi disse “Ho sentito strillare e mi hanno detto di andare via”. In una delle foto mostrate in aula al nipote, quest’ultimo ha specificato che si vedeva il traliccio con i fili elettrici in vista e le bruciature.

Il terzo testimone di giornata è l’ispettore dell’Asl che ha approfondito in loco la dinamica dell’incidente sul cantiere di Sonnino. L’ispettore dell’Asl ha spiegato tutte le fasi del soccorso: 28 minuti e 28 secondi dopo l’incidente, sono iniziate le manovre di soccorso per Musilli da parte del personale sanitario. Secondo l’ispettore non vi è stata alcun coordinamento tra la società fornitrice riconducibile a Federica Libanori e la società committente dei lavori di Sebastiano Dei Giudici. L’ispettore ha parlato apertamente di inosservanza delle regole di sicurezza del lavoro sul cantiere a Sonnino, senza contare diverse irregolarità nella gestione delle operazioni: “Non è stato disposto piano di sicurezza, i lavoratori erano informali senza regolarità contributiva, nessuna procedura in merito allo scarico del cemento”. L’ispettore lo dice a chiare lettere: “Ho rabbrividito”. La Asl redassero un verbale con alcune prescrizioni a cui la società Beton non avrebbe dato seguito. Tra le criticità rilevate, c’è che il datore di lavoro non avrebbe dovuto dare il consenso alle operazioni di scarico del calcestruzzo.

Il processo riprenderà il prossimo 30 ottobre con altri testimoni dell’accusa.

I FATTI E GLI ARRESTI – I carabinieri del Nas di Latina, guidati dal Capitano Felice Egidio, a conclusione dell’indagine denominata “Blackout”- coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Latina, Giuseppe Miliano – hanno dato esecuzione, nei comuni di Latina e Sonnino, a 7 misure cautelari (di cui 3 custodie in carcere e 4 agli arresti domiciliari) nei confronti di altrettante persone, indagate, a vario titolo ed in concorso fra loro, per i reati di omicidio volontario con dolo eventuale, favoreggiamento personale aggravato continuato, rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.

L’attività investigativa è scaturita a seguito del rinvenimento a Sonnino il 23 giugno 2022, in località “La Sassa”, nelle adiacenze di un cantiere edile, di un operaio di 67 anni, Umberto Musilli, in stato di incoscienza poi deceduto dopo diversi mesi di ricovero in terapia intensiva presso il Santa Maria Goretti di Latina.

I provvedimenti restrittivi emessi dal Gip del Tribunale di Latina, Giuseppe Cario, sono stati eseguiti anche con il supporto, nella fase esecutiva, di militari del Comando Provinciale CC di Latina e con Tecnici della Prevenzione Asl Latina distaccati presso la Procura della Repubblica di Latina, i Tecnici dell’UOC Prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (P.e S.A.L.) del Dipartimento di Prevenzione Asl di Latina, che hanno collaborato nell’esecuzione del sequestro preventivo dell’area del cantiere edile.

Il decesso dell’uomo faceva inizialmente presupporre trattarsi di un evento legato a cause naturali, ma la denuncia-querela sporta dai familiari della vittima, gli accertamenti preliminari relazionati in modo dettagliato dal personale dell’ASL pontina e gli approfondimenti medico legali disposti dal pm titolare dell’indagine, mettevano in luce evidenze che inducevano a ipotizzare una diversa dinamica dei fatti, facendo decidere, pertanto, di delegare le relative indagini a personale del Nas di Latina.

Dalle indagini svolte dai militari emergeva che l’evento era da ricondursi a un infortunio sul lavoro verificatosi all’interno del cantiere edile di Sonnino in provincia di Latina, a seguito di una scarica elettrica accidentale ad alta tensione mentre erano in corso lavori relativi ad un getto di calcestruzzo commissionato da una società di autotrasporti, per la realizzazione di un parcheggio: la betoniera urtò accidentalmente i traliccio dell’elettricità e si propagò una scossa fino alla pompa manovrata in quel momento dall’operaio. Le indagini hanno consentito, secondo gli investigatori, di appurare il successivo rinvenimento del lavoratore al di fuori del cantiere era da ricondursi a una messa in scena operata nel tentativo di inquinare quanto realmente accaduto.

L’uomo fu portato fuori dal cantiere e gli furono persino cambiate le scarpe da lavoro, bruciate dalla scossa, in modo da far credere che non si trovasse all’interno del cantiere nel momento della folgorazione elettrica. L’uomo fu posizionato vicino al suo motorino, sulla strada, in modo da far credere che si fosse trattato di un malore. In seguito, dopo la morte di Musilli, i famigliari hanno voluto vederci più chiaro e tramite un medico legale hanno accertato che l’uomo non solo era morto in quel modo, ma che la messinscena ha rallentato i soccorsi e l’uomo è spirato al Goretti senza la possibilità che i medici potessero salvarlo. Inoltre, è lo stesso medico legale incaricato dalla Procura, Maria Cristina Setacci, a specificare che se fossero stati chiamati i soccorsi, Musilli “sarebbe sopravvissuto con probabilità vicine alla certezza: 95-96%”.

L’indagine ha anche permesso di verificare che nella stessa azienda molti lavoratori erano stati assunti in nero e che non era stata predisposta nessuna misura di sicurezza a tutela degli operai. Le tre persone finite in carcere – il committente dei lavori Sebastiano Dei Giudici, il datore di lavoro Giuseppe Soale e un altro operaio Alessandro Del Monte – sono ritenuti responsabili di non aver adottato misure di sicurezza e di aver quindi causato la sua morte. Ai domiciliari sono finiti gli amministratori di fatto della ditta, Latina Beton, vale a dire Federica Libanori e Roberto Orsini, oltreché a due dipendenti dell’azienda accusati di favoreggiamento, Vincenzo Soale (figlio dell’uomo finito in carcere e operatore del 118 con la San Paolo della Croce) e Luca Antonetti. Ad essere indagati anche altri due dipendenti della Latina Beton, tra i quali l’opera che manovrava il braccio dell’autompompa che a contatto con linea elettrica ha causato la morte di Musilli. Infine, indagata anche la legale rappresentante Antonella Libanori, a cui la Procura contesta la circostanza di non aver chiesto la documentazione necessaria alla ditta esecutrice del lavori.

Oltre agli arresti i militari del Nas hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo dell’area del cantiere edile dove è avvenuto l’incidente mortale, per il pericolo di reiterazione del reato. 

Nette le parole del Gip Cario che ha firmato gli arresti. Ciò che viene evidenziato nell’ordinanza sono i depistaggi per nascondere quanto accaduto e il tempo per la messa in scena che avrebbe provocato la morte di Musilli: “Quando è rimasto folgorato gli avrebbero potuto salvare la vita se lo avessero tempestivamente soccorso“. Invece, dalle intercettazioni emerge un quadro agghiacciante. Uno degli indagati alla moglie rivela: “C’era la bentonpompa, ha chiappato i fili, è caduto a terra e nessuno lo ha soccorso”. E ancora più inquietante il dialogo tra due arrestati. “Io ho fatto gli esposti alla Asl e ai Carabinieri”. “Ma hai firmato?”. “Sì”. “Allora le dobbiamo ritrattare“. “Mica l’abbiamo voluto noi l’infortunio di questo”. “Nega sempre, hai capito?”. “Ce ne andiamo in carcere mo”. “Diciamo quello dell’altra volta”. “Comunque ci sta un morto di mezzo”. “Embe’ cosa vogliono da noi”.

E, infine, in una spirale sempre più inquietante, i depistaggi degli arrestati quando chiamarono i soccorsi. “L’abbiamo trovato qui per terra lungo la strada, stava per terra, passando con la macchina, non so che gli abbia preso”. “Un piano ben predisposto e organizzato sin da subito nei dettagli”, annota il Gip Cario.

Dopo gli arresti, il Tribunale del Riesame di Roma ha stabilito che Sebastiano Dei Giudici doveva rimanere in carcere. Solide le accuse della Procura di Latina e valide le ragioni per la misura cautelare in carcere. De Giudici doveva rimanere ristretto nel carcere anche in ragione delle risultanze del medico legale incaricato dalla Procura, Maria Cristina Setacci, la quale aveva sottolineato di come il depistaggio messo in atto per nascondere le cause della morte dell’operaio Umberto Musilli fosse stato fatale allo stesso: in sostanza, il 67enne poteva sopravvivere alla scossa elettrica se fosse stato soccorso in tempo, con una probabilità del 95%.

Un altro collegio del Tribunale del Riesame di Roma aveva deciso per la decadenza delle tre misure cautelari a carico di altrettanti indagati, coinvolti nell’inchiesta denominata “Blackout” e ristretti agli arresti domiciliari. Sono stati liberati dalla misura Federica Libanori, amministratrice di Latina Beton, Roberto Orsini, co-amministratore e socio della medesima società, e Luca Antonetti, dipendente.

La settimana precedente, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, Giuseppe Cario, aveva disposto la decadenza anche per la misura cautelare di un altro coinvolto, l’operaio Alessandro Del Monte.

Il Gip Cario, nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia, aveva continuato ad ascoltare le versioni delle persone arrestate e accusate di aver lasciato morire il 67enne operaio Umberto Musilli, folgorato da una scossa elettrica e spostato fuori dal cantiere di Sonnino camuffando il suo incidente sul lavoro come un sinistro stradale.

Il committente dei lavori Sebastiano Dei Giudici si era avvalso della facoltà di non rispondere, mentre Alessandro Dal Monte, operaio e collega di Musilli, aveva risposto alle domande negando di aver depistato. L’uomo, folgorato anche lui dalla scossa elettrica, aveva spiegato di aver visto Musilli oramai in gravi condizioni e in seguito si è accodato alla versione dei datori di lavoro per paura di perdere l’impiego.

Il 21 aprile, era stata la volta di Federica Libanori, Roberto Orsini e Luca Antonetti. Tutti e tre, assistiti dall’avvocato Oliviero Sezzi, avevano risposto alle domande del Gip Giuseppe Cario, negando ogni addebito. I due amministratori avevano spiegato che la loro impresa non aveva competenze nel dover garantire la sicurezza nel cantiere di Sonnino, in località La Sassa; per di più, secondo gli indagati, il compito della Latina Beton si sarebbe limitato a fornire il calcestruzzo. Nessun compito di sicurezza sul luogo di lavoro, questa è la tesi dei titolari della Latina Beton.

La versione del dipendente Luca Antonetti era stata, invece, di totale estraneità ai fatti. Antonetti aveva sostenuto di non essere stato presente sul luogo dell’incidente, in sostanza non si trovava sul cantiere quel drammatico 23 giugno 2022.

L’avvocato Sezzi aveva chiesto per tutti e tre, ristretti al momento ai domiciliari, la revoca della misura cautelare, mancando i presupposti di reiterazione del reato e inquinamento probatorio. Il Tribunale del Riesame gli aveva dato ragione, liberando i suoi assistiti: per loro non vi sarebbe stata l’omissione dolosa nei fatti che hanno riguardato Musilli.

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